Eredità biologicaCome convivere in modo saggio con la paura

Da più di trent’anni l’etologo Daniel Blumstein studia come gli animali sfruttano l’allarme a proprio vantaggio per insegnare a noi esseri umani come sviluppare nuove strategie per affrontare i rischi senza cadere nel panico. E soprattutto senza che il suo impatto danneggi la nostra salute e produttività

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La sfida più importante e fondamentale della vita è trovare un bilanciamento tra correre rischi e mantenersi al sicuro. Abbiamo imparato perché gli animali sanno essere cauti e perché dovremmo farlo anche noi. Tuttavia, questo antico equilibrio esistenziale richiede che si prenda in eguale considerazione un’altra cruda verità: gli individui troppo cauti o moriranno di fame o saranno surclassati dagli individui meno cauti. Chi è troppo cauto non sopravvive.

Abbiamo bisogno di sapere sia che cosa temere sia che cosa non temere. Disponiamo di un armamentario di abilità cognitive che sono a loro volta il prodotto della selezione naturale. Dobbiamo integrare questo sapere specializzato con il modello e gli strumenti intellettuali che abbiamo sviluppato studiando i nostri progenitori che l’evoluzione ha premiato. Gli umani ricorrono spesso alle analisi formali di costi/benefici per decidere se vale o no la pena di correre un rischio, e questo tipo di analisi è utilizzato regolarmente per ispirare le decisioni politiche. Le nostre valutazioni del rischio, tuttavia, sono spesso non obiettive: sono influenzate dal contesto, dalla storia, dalla probabilità e dai vantaggi attesi. Capire come si formano le nostre decisioni è indispensabile per convivere in modo saggio con la paura.

Siamo una specie straordinariamente irragionevole e le nostre decisioni non si basano soltanto su stime quantitative. Perché abbiamo paura dell’energia nucleare quando muoiono più persone nel processo di trasformazione energetica del carbone e molte di più sono a rischio per gli sconvolgimenti climatici conseguenti all’uso sfrenato dei combustibili fossili? Perché correre in macchina ci spaventa meno quando indossiamo le cinture di sicurezza o abbiamo un’auto con gli airbag? Sopravvalutiamo la nostra capacità di tirarci fuori dai problemi e, in primo luogo, siamo poco preparati a evitarli. Ma allora di che cosa dovremmo avere paura? E come dovremmo fare per valutare consapevolmente i rischi quando qualcosa ci spaventa?

Un modo semplice di giudicare il rischio è considerare due fattori: 1) la probabilità che una cosa accada; 2) le conseguenze se questa cosa accade. Un evento molto raro con conseguenze modeste potrebbe non essere così rischioso, mentre un evento molto raro con conseguenze enormi è qualcosa su cui riflettere attentamente. Per esempio, confrontiamo il rischio di scivolare nella doccia con il rischio di una guerra nucleare. Con l’aumentare dell’età le conseguenze di una scivolata nella doccia aumentano, e nelle persone anziane un’anca rotta può comportare l’ospedalizzazione, l’infermità e, in alcuni casi, persino la morte.

Dunque, è ragionevole che il nostro modo di percepire il rischio connesso con il fare la doccia cambi via via che invecchiamo: facciamo più attenzione quando entriamo e usciamo dalla doccia; magari mettiamo un tappetino antiscivolo. Il rischio di una guerra nucleare, invece, può essere minimo, ma le conseguenze sono profonde e orribili, e probabilmente interesserebbero tutti gli abitanti della Terra. Tuttavia, tranne che nei casi più semplici, non si conoscono con esattezza le probabilità di numerosi eventi e le conseguenze dipendono da molte variabili.

Per calcolare correttamente il rischio bisogna raccogliere dati, dopodiché bisogna valutare la certezza delle nostre stime. Per esempio, se in un particolare tratto di una strada a quattro corsie molto trafficata numerosi cervi finiscono investiti dalle macchine e dai camion, si possono fare varie cose per ridurre il rischio di feriti e di morti tra i cervi e tra gli umani.

La segnaletica può informare gli automobilisti della presenza di cervi che attraversano la strada. Si possono abbassare i limiti di velocità. Si possono installare recinzioni per tenere i cervi lontani dalla strada. Se siamo davvero motivati, possiamo creare sottopassi o sovrappassi per cervi e altri animali selvatici. Gli attraversamenti per animali selvatici si sono rivelati strategie molto efficaci per ridurre la mortalità delle popolazioni migranti di antilocapra americana e di altre specie. Con il tempo e con i dati si capisce meglio dove vanno attuate le strategie di mitigazione del rischio. In una strada di campagna la nostra certezza sarà minore perché le informazioni sono meno abbondanti: su queste strade viaggiano meno persone.

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Ma adesso ci attende un’altra sfida. Siamo nel bel mezzo di una grande discrepanza che abbiamo creato modificando culturalmente il nostro ambiente, e le regole decisionali che si sono evolute in noi potrebbero non essere più pertinenti. Come gli uccelli che oltre una certa soglia non sanno calcolare la velocità di un oggetto in avvicinamento perché non hanno sviluppato meccanismi per evitare di sbattere contro un aeroplano, anche noi non ci siamo evoluti per poter comprendere tanti nuovi aspetti del nostro ambiente moderno. Un tempo combattevamo con sassi e bastoni e non siamo proprio capaci di valutare l’impatto delle armi nucleari.

Ci siamo evoluti per modificare i nostri comportamenti in reazione ai subitanei cambi di temperatura, e ci mettiamo il maglione se fa freddo e ritraiamo alla svelta le mani da una fonte di calore. Siamo però incapaci di rispondere con modifiche comportamentali nel presente per prevenire un peggioramento dei cambiamenti climatici di origine antropica in un momento imprecisato del futuro. Eppure, se i nostri cambiamenti comportamentali hanno causato questi problemi, i nostri cambiamenti comportamentali devono essere anche la soluzione.

Abbiamo sicuramente la capacità di attuare certe ponderate modifiche comportamentali in reazione a stimoli che siamo evolutivamente impreparati ad affrontare. Un esempio di questi stimoli sono gli aggiornamenti ventiquattr’ore su ventiquattro di notizie angoscianti che riceviamo di continuo, disponibili in ogni momento attraverso televisione, telefonini e computer. Possiamo anche abituarci a questa iperstimolazione, ma se lo facciamo rischiamo di diventare meno sensibili ai messaggi importanti. La perdita della paura ci toglie qualcosa di vitale: ci rende meno umani.

Ci siamo evoluti per rispondere immediatamente alle minacce impiegando una serie di sofisticate risposte neurochimiche che sono state utili a noi e ai nostri antenati nel passato. Ma per molti di noi la continua attivazione dell’asse hpa [ipotalamo-ipofisi-surrene] non fa che causare stress e indecisione. Bisogna essere consapevoli di queste reazioni e, se necessario, ridurre l’afflusso di informazioni che riceviamo in modo da poter reagire in maniera appropriata quando serve farlo.

Invecchiando, sto diventando più prudente. E, su un piano davvero immediato, la nostra struttura cerebrale si modifica con l’aumentare dell’età. Uno studio recente ha evidenziato che la corteccia parietale destra si rimpicciolisce con gli anni e che le dimensioni relative di questa parte del cervello si associano alla propensione al rischio. Non credo di essere diventato più pauroso in assoluto, ma le conseguenze delle decisioni sono cambiate da quando ero più giovane, più forte e più resiliente. È un fatto naturale.

Sebbene io sia cresciuto nell’oceano – nuotando, facendo body-surfing o bodyboard – è stato solo a quarant’anni che ho iniziato davvero a fare surf. Nell’oceano ho vissuto momenti preziosi con la mia famiglia, come quel giorno che David e io siamo rimasti seduti a guardare ammirati due coppie di delfini che sotto di noi facevano aggregare in una sfera un enorme branco di pesci di varie specie. Di fianco a noi i pellicani bruni e i marangoni dalla doppia cresta si tuffavano entusiasti in quel banchetto e riemergevano trionfanti con i pesci per poi essere attaccati dai gabbiani occidentali che, proprio come in una scena di Alla ricerca di Nemo, tentavano di reclamare per sé le prede. O quei giorni in cui le foche o i leoni marini facevano capolino dall’acqua vicino a noi, i baffi crespi scintillanti sotto il sole mattutino, per studiarci incuriositi. O, ancora, quei giorni quando è tutto tranquillo e le onde arrivano lente e noi ce ne stiamo semplicemente lì a goderci l’attimo.

So che non cavalcherò mai un’onda gigantesca. E non scenderò pendii di 45-55 gradi con gli sci dopo essere salito in cima con corda e piccozze. Non scalerò mai un picco di 7000 metri né mi arrampicherò su crinali rocciosi lunghi ed esposti. Quei giorni sono alle mie spalle. Oggi sono contento di camminare in un bel prato o di godermi la vista, fare un pisolino e, quando mi sveglio, vedere la vita e la bellezza della natura.

Ora che ho la responsabilità di una famiglia e di una casa di proprietà, ho molto di più da perdere e desidero maggiore stabilità. Avendo qualcosa da perdere, temo di perdere la sensazione di stabilità che ho.

Tuttavia, per me è consolante sapere che la mia paura deriva da un lungo lignaggio di antenati, umani e non umani. È un tesoro che ho ereditato, una potente alleata. Eppure, è anche una compagna fastidiosa e talvolta insopportabile. È una bussola che, se ben tarata, ci allontana dal pericolo e ci dirige verso l’opportunità.

Da certi punti di vista, il nostro rapporto con la paura è un insegnamento che ci deriva dalla vita. Essendo impossibile eliminare del tutto i rischi, paure e ansie ci aiutano a prendere le decisioni giuste. Dato che non possiamo cancellare le nostre paure, dobbiamo accettarle e affrontarle. Come scrisse nel 1997 Mary Schmich, giornalista del Chicago Tribune: “Ogni giorno fa’ una cosa che ti spaventa”.

Blumstein

Da “Per una saggia convivenza con la paura” di Paura di Daniel T. Blumstein: