Mal d’AfricaJihadisti e risorse naturali: i mille problemi del Mozambico

La provincia di Cabo Delgado da anni è sotto attacco da parte dei fondamentalisti islamici. La religione gioca un ruolo, ma più che l’ideologia ciò che conta è il gas naturale

Unsplash

Palma è una cittadina di 75 mila abitanti, è sul mare, all’estremo nord del Mozambico, vicino al confine con la Tanzania. Qui, lo scorso marzo, centinaia di uomini armati di kalashnikov, artiglieria pesante e machete l’hanno circondata. In poche ore, dopo aver ucciso diverse decine di persone (molte delle quali sono state decapitate), ne hanno preso il controllo. Per giorni il governo del Mozambico non è riuscito a liberare la città, di fatto perdendo il controllo di un pezzo del proprio territorio.

I responsabili dell’attacco non sono molto conosciuti da noi in Europa, ma lo sono in questa parte di Africa orientale visto che in pochi anni hanno ucciso almeno 2500 persone e, per questo, sono considerati il problema principale dal governo. Ma preoccupano non poco anche i governi e gli abitanti dei paesi vicini. Li chiamano “Al-Shabab” (che in arabo significa “gioventù”) perché fanno proseliti soprattutto tra i giovanissimi – ma non hanno nulla a che vedere col gruppo “Al-Shabab” che esiste in Somalia. Il gruppo jihadista che sta cercando di conquistare intere porzioni del Mozambico del nord si chiama anche “Ahlus Sunna wal Jamaa”, è nato intorno al 2015 in seno alla minoranza musulmana del paese (la maggioranza dei mozambicani è cristiana) e nel primo periodo è stato ampiamente sottovalutato dalle autorità locali. Il motivo è che gli attacchi erano portati avanti senza mezzi, ed esclusivamente con armi da taglio, come i machete. Per questo l’esercito pensava di poterli contenere. In pochi anni, però, la previsione si è dimostrata sbagliata: basta vedere le foto che gli esponenti del gruppo pubblicano sui social per capire che i miliziani oggi dispongono di armi anticarro, armi automatiche e ottimi mezzi per muoversi sul territorio. Nella stessa foto spiccano altri due dettagli che vale la pena notare: la giovanissima età media e le bandiere dell’Isis. 

Questa storia può essere letta dal punto di vista dello scontro tra religioni: Cabo Delgado, la provincia in cui c’è la cittadina di Palma, è a maggioranza musulmana. Mentre il resto del paese è a maggioranza cristiana. In realtà il motivo delle migliaia di morti e del milione di persone sfollate – gente che ha abbandonato la propria casa per sfuggire alle incursioni dei criminali che oltre a uccidere saccheggiano e bruciano interi villaggi – si capisce solo guardando a due dati che con la religione non hanno niente a che vedere: la povertà e le grandi risorse di gas naturale presenti nel sottosuolo. Partiamo dalla povertà: nonostante l’economia del Mozambico cresca piuttosto velocemente, il paese resta uno dei più poveri al mondo. Il reddito medio annuo è di circa 419 euro (circa 35 al mese). Eppure – e questo è il secondo dato – il Mozambico possiede giacimenti di gas naturale così vasti che, se sfruttati, ne farebbero il secondo produttore al mondo dopo il Qatar. Anzi, se parliamo di giacimenti off shore il Mozambico è il Paese che ne è più ricco in assoluto. Qui ci sono investimenti di grandi aziende che si occupano di energia: la francese TotalEnergies, soprattutto, ma anche ExxonMobil.

Quando i giovani jihadisti hanno attaccato la città di Palma chi è riuscito a mettersi in salvo lo ha fatto soprattutto via mare, grazie ad alcune piccole imbarcazioni che hanno caricato decine di persone trasportandole verso sud, lungo la costa, fino a Pemba, cittadina lontana circa 250 chilometri e ormai fuori dalla provincia di Cabo Delgado. Circa duecento persone, invece, si sono asserragliate dentro all’Amarula Hotel, un resort della zona, diventando ostaggio dei terroristi. Uno dei piani per liberarle prevedeva un convoglio di 17 auto che, dall’hotel, doveva raggiungere la spiaggia: lì, alcune barche attendevano i fuggitivi per metterli in salvo. Il convoglio, però, è stato intercettato dai terroristi e soltanto 7 auto su 17 sono riuscite a raggiungere la spiaggia. 

La capitale, Maputo, si trova all’estremo sud del paese: è lontanissima dalla provincia di Cabo Delgado e dalla città di Palma – sono circa 2700 chilometri in totale – e anche per questo ha rischiato di perderne il controllo. Ad aiutare l’esercito mozambicano (addestrato dai portoghesi, ex forza coloniale del paese, e dagli statunitensi) è arrivato anche il Dyck Advisory Group (Dag) dal Sudafrica, cioè un’azienda privata con una lunga storia di rapporti politici e di interventi in supporto del governo del Mozambico. Far intervenire delle forze straniere sul proprio territorio però ha delle serie conseguenze, innanzitutto perché si dimostra di non potercela fare con le proprie forze. Ma anche perché ci si espone a critiche e accuse non da poco: Amnesty, per esempio, ha accusato pubblicamente il Dag di aver dato la priorità nei salvataggi fatti in elicottero alle persone bianche e agli animali, prima che alle persone nere. 

Il problema della regione di Cabo Delgado, e di molte aree del Mozambico, è il sottosviluppo. Gli enormi investimenti fatti per sfruttare il gas naturale, infatti, non hanno portato un effettivo miglioramento delle condizioni di vita per la popolazione locale. Nemmeno l’enorme progetto da 20 miliardi di euro gestito dal gigante petrolifero francese Total sembra aver impattato positivamente sul territorio. Anzi, paradossalmente le condizioni di una larga fascia di popolazione sono peggiorate. Molti pescatori, per esempio, hanno dovuto abbandonare le zone di pesca per via delle piattaforme off shore. L’ascesa dell’islamismo radicale e degli attacchi jihadisti avvenuti negli ultimi anni coincide col periodo in cui il governo ha espropriato con la forza intere comunità dal proprio territorio, per poterle concedere a società private per la ricerca di gas naturale, ma anche pietre preziose, come i rubini, di cui la provincia di Cabo Delgado è ricca. In questo modo le persone del posto hanno perso le proprie case, ma anche un territorio che garantiva loro un minimo reddito. Da qui, nel nord del Mozambico, viene lo scontento che alimenta il terrorismo.

Come spiega David Matsinhe la frustrazione tra la popolazione cresce, e succede soprattutto tra i giovani, che non soltanto sono disoccupati ma sono anche “impossibili da occupare”. Sono, insomma, persone senza alcuna prospettiva. Secondo l’attivista questa rabbia ha “alimentato il conflitto più di qualsiasi influenza da parte di gruppi terroristici internazionali”. Che, in altre parole, è come dire che più che il supporto dell’Isis – di cui si discute molto tra gli analisti, che su questo legame sono in disaccordo tra loro – ciò che conta è la povertà. Anzi, la povertà a fronte di una ricchezza naturale gigantesca. L’economia delle risorse naturali doveva includere le popolazioni locali, ma così non è stato. Dice sempre Matsinhe: “quando si parla dei predicatori estremisti che vengono [in Mozambico] per reclutare i giovani, ci si dimentica che il governo ha fatto per loro circa l’80% del lavoro. E questi predicatori vengono solo a raccogliere i frutti”.

Diverse Ong oggi si oppongono al finanziamento di progetti di estrazione di gas naturale in aree come il Mozambico. Sono ragioni comprensibili, visto che effettivamente il gas naturale ha un certo impatto ambientale, anche in termini di emissioni in atmosfera. Ma per la popolazione del nord del Mozambico l’abbandono dei giacimenti non sarebbe certo una soluzione: ciò che sta portando il paese alla guerra è la povertà, la mancanza di un progetto che includa i giovani e ne migliori le prospettive. Per capirlo basta leggere le storie dei giovanissimi che vengono reclutati dalle milizie: sono storie come quella di Abudo Selemane Anfai e del suo negozio di ferramenta senza guadagni. Oppure quella di Anfai Ceya, trentaduenne, padre di tre figli, che prima di unirsi alle file di Al-Shabab nel 2019 faceva il muratore con una paga da fame.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter