Missione 5Perché l’Italia continua a fare fatica a cambiare il lavoro

Mentre tramonta lo smartworking, si fanno grandi dibattiti su soft skill, upskilling e reskilling. Ma il nostro Paese ancora non affronta i tre punti determinanti: l’introduzione di politiche attive efficaci sull’occupazione, la questione salariale e la gestione del disallineamento tra domanda e offerta. Un articolo tratto dall’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
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Nessuna riforma è per sempre. Tanto più quelle che riguardano il lavoro. Tanto più in un momento in cui tutto è accelerato. Eppure, da quando venne diagnosticato il primo caso di Covid-19 a Codogno, politica e parti sociali in Italia hanno avanzato con estrema lentezza. Mentre tutto intorno correva.

Da febbraio 2020, abbiamo visto approvare provvedimenti estemporanei ed emergenziali. E quasi tutti in difesa del lavoro. I pilastri sono stati due: cassa integrazione e blocco dei licenziamenti. Il divieto generalizzato di licenziare, unico caso in Europa, è stato prima prorogato più volte, poi abrogato parzialmente dopo un acceso negoziato. E da novembre è scaduto per più di dieci milioni di lavoratori, nel silenzio dei sindacati impegnati a difendere le pensioni.

Tutto in attesa delle riforme, si diceva. Degli ammortizzatori sociali, per renderli universali. E delle politiche attive, per crearne finalmente di decenti e costruire un sistema di formazione adeguato alla transizione digitale ed ecologica. Che ogni partito, almeno a leggere gli slogan, vuole perseguire.

Ma, mentre si ripeteva che la crisi Covid avrebbe portato allo spostamento dei lavoratori da un comparto all’altro e che bisognava creare e non solo difendere il lavoro, tutto è rimasto più o meno immobile. Il temuto tsunami di licenziamenti, per ora, non c’è stato. Nei dibattiti tra esperti il mantra sono stati termini come riqualificazione, soft skill, upskilling, reskilling. Ma le prime novità su ammortizzatori e politiche attive, sulla carta, si sono viste solo a fine 2021. E i risultati non si potranno certo toccare con mano da un giorno all’altro.

Sul lavoro da casa o da remoto, impropriamente definito smart working, in tanti – ora che ci sono vaccini e green pass – preferirebbero chiudere la parentesi. E non perché i lavoratori non abbiano saputo o non vogliamo gestire il lavoro ibrido o a distanza. Anzi.

I dipendenti pubblici sono stati richiamati negli uffici, senza però aver mai davvero fatto un’analisi di che cosa ha funzionato e che cosa non ha funzionato nella pubblica amministrazione con il boom del lavoro a distanza. La motivazione, non troppo nascosta, è quella di far ripartire i consumi e settori come la ristorazione piegati dalle mancate pause pranzo. Come dire: non si persegue la verifica della produttività dei lavoratori, ma l’incremento delle vendite dei panini nei centri cittadini. Abbracciando pure quella diffidenza di retroguardia sul lavoro a distanza che non fa che allontanare i giovani talenti dagli uffici pubblici. Ma anche da tante aziende private sono partite email che annunciavano a sorpresa ai dipendenti la fine dello smart working. «Da domani si rientra», senza discussione.

E mentre i posti di lavoro stabili da marzo 2020 sono stati tutelati, intanto sono spariti contratti a termine e lavoratori autonomi. Poi, con le riaperture, l’occupazione ha iniziato la sua lenta risalita (anche se ad agosto 2021 eravamo ancora sotto di 390mila posti rispetto al periodo pre-pandemia). E a crescere ora sono di nuovo quei contrattini a tempo, falcidiati dal Covid e puntualmente utilizzati come ammortizzatori. Si ripete a ogni congiuntura e questa non fa eccezione. Con i giovani under 35 e le donne che continuano a essere le fasce più esposte alla volatilità della crisi.

E quando nel pieno della stagione estiva 2021, ristoratori, proprietari di stabilimenti balneari dalle concessioni longeve e imprenditori lamentavano la carenza di camerieri, cuochi, bagnini, operai e tecnici informatici, è iniziato subito il tiro al bersaglio contro i giovani sussidiati. Mentre l’Italia scendeva in campo ai campionati europei di calcio, sul lavoro abbiamo assistito al compattarsi di tifoserie contrapposte tra chi difendeva il reddito di cittadinanza e chi se la prendeva con giovani choosy in preda alla sindrome da divano.

Senza però mai inquadrare le tre questioni principali. La prima: le politiche attive del lavoro, che non funzionano con i percettori del reddito di cittadinanza, ma neanche con tutti gli altri disoccupati, inoccupati e Neet. La seconda: l’annoso disallineamento delle competenze (mismatch) tra domanda e offerta di lavoro, con le imprese che cercano profili professionali che scuole e università non producono. E poi c’è la questione salariale, con gli stipendi italiani che crescono molto meno che nel resto d’Europa, mentre circa il 30 per cento dei giovani occupati guadagna meno di 800 euro lordi al mese.

Come una meteora che si accende e si spegne a intermittenza, si è tornati a parlare del salario minimo, che esiste in tutti gli altri Paesi Ocse, a eccezione dell’Austria e dei Paesi nordici molto sindacalizzati. Anche qui ci si è divisi. Dopo qualche botta e risposta, la questione si è sopita.

Ma di fatto in Italia restano quei circa 3 milioni di lavoratori pagati meno dei minimi tabellari stabiliti dalla contrattazione collettiva. E continuano a proliferare i contratti “pirata” firmati da sigle sindacali di comodo. A giugno il Cnel ha contato 985 contratti registrati, l’80 per cento dei quali spuntati come funghi negli ultimi dieci anni. Un quarto di questi accordi copre meno di 100 persone, con i casi limite di quelli che impattano su una o due persone al massimo. Una proliferazione che, come fanno notare gli esperti, non è indice di dinamismo quanto di abusi e condizioni al ribasso che si perdono nella frammentarietà del mercato.

In queste condizioni, cambiare lavoro in Italia sembra un’impresa da folli coraggiosi. Negli Stati Uniti si parla da mesi di Yolo Economy (You live only once, si vive una sola volta) e Great Resignation. Una nuova spinta post pandemica a dimettersi da un lavoro stressante e insoddisfacente e a lanciarsi in un nuove avventure nei settori in crescita. Da gennaio ad agosto, negli States hanno lasciato il posto di lavoro in 30 milioni. In Italia, l’indice di riallocazione dei lavoratori fino al primo trimestre 2021 mostra come gli spostamenti corrispondano di fatto alle varie ondate del virus. Transizioni legate all’apertura e chiusura di bar, ristoranti e negozi. E così, mentre nell’anno della pandemia negli altri Paesi sono state create aziende digitali e nuove piattaforme di e-commerce, secondo i dati Ocse in Italia la nascita di nuove imprese ha fatto segnare il saldo netto più basso (con il Portogallo).

Il trend è cambiato però tra aprile e giugno, quando si sono registrate 484mila dimissioni, con un +37 per cento rispetto all’anno prima. Gli economisti invitano però alla cautela prima di parlare di “grandi dimissioni” anche in Italia. Francesco Armillei, ricercatore della London School of Economics, spiega che l’aumento dei quitter italiani potrebbe essere un fenomeno temporaneo dovuto allo “scongelamento” del mercato dopo l’anestesia di cassa integrazione e blocco dei licenziamenti. Potrebbero essere dimissioni programmate, ma rimandate durante la pandemia (nel 2020 in effetti sono crollate), o forzate da datori di lavoro che non potevano licenziare.

Solo se dovesse rimanere su livelli alti per molto tempo, l’aumento delle dimissioni potrebbe allora mostrare uno spostamento dei lavoratori dai settori in difficoltà a quelli in crescita, rivelandoci un nuovo dinamismo del mercato. Ma è troppo presto per parlare anche in Italia di Yolo Economy. Anche perché da noi lasciare il posto continua a fare più paura che altrove. Il mercato del lavoro resta una sorta di un buco nero di cui non si conosce il funzionamento. Facile parlare di transizioni occupazionali, anche se poi però non si sa a chi rivolgersi, come riqualificarsi, dove trovare gli annunci dei posti vacanti. Non certo nei centri per l’impiego, in grado di offrire un lavoro a meno dell’1 per cento di chi si presenta allo sportello. Eppure sappiamo pure quanto sia poco probabile che un giovane oggi farà lo stesso lavoro o rimarrà nella stessa azienda per sempre.

Ecco perché la sfida ora è tutta in quella “Missione 5” del Piano nazionale di ripresa e resilienza dedicata al lavoro. Ci sono poco meno di cinque miliardi per sostenere la crescita, spostando centinaia di migliaia di persone da un settore all’altro, assumere nuovi profili e migliorare le competenze di quelli che nelle aziende ci sono già.

Il Pnrr crea domanda per nuove occupazioni e competenze. Parliamo di abilità, come quelle digitali, che il mercato chiede da tempo. E che la pandemia ha reso ormai non più opzionali. Se l’Italia ha arrancato nella crescita in questi anni, è proprio perché non è stata pronta a cogliere questi cambiamenti. Negli ultimi trent’anni, nel pieno della rivoluzione tecnologica, la “produttività totale dei fattori” da noi è diminuita del 12,5 per cento, mentre in Germania è cresciuta del 23 pr cento.

Non sono certo punti che si recuperano in pochi mesi, né bastano i dati sul rimbalzo record del Pil. Finora però si poteva dire che non c’erano soldi. Ora le risorse ci sono, le regole di finanza pubbliche europee sono azzerate e l’Italia dopo tanto tempo ha un governo credibile. Basta non giocare la partita con gli stessi schemi e gli stessi giocatori. L’acronimo usato per il programma di ricollocazione “Garanzia di occupabilità dei lavoratori”, Gol, per uno strano scherzo del destino indica già l’obiettivo. A meno che l’Italia non sbagli a tirare il rigore, anche stavolta.

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