Impronte ecologicheQuanto contano le scelte individuali per ridurre il riscaldamento globale?

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, decarbonizzare l’intera economia globale entro il 2050 implica il coinvolgimento di settori economici in cui serve un’azione congiunta dei governi e dei singoli cittadini. Anche se a molti attivisti non va giù

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Negli ormai lontani anni Novanta, due scienziati canadesi pubblicarono una loro ricerca intitolata “Our ecological footprint”. Era la prima volta che veniva usata la metafora dell’impronta per descrivere l’impatto delle attività umane sulla salute del pianeta. Oggi l’espressione “impronta ecologica” è molto diffusa, in inglese come in italiano e in diverse altre lingue: serve a riferirsi a quanto ognuno di noi – oppure una singola azienda o uno stato – inquina e quindi lascia la propria impronta sulla Terra. Ma a fare la fortuna di quest’espressione non furono gli scienziati, ma il gigante petrolifero britannico Bp. 

La campagna pubblicitaria di Bp, stimata in un centinaio di milioni di dollari, consisteva soprattutto in cartelli pubblicitari con su scritte domande come «Qual è la tua impronta ecologica?». La storia di come è stata resa popolare l’idea di «impronta ecologica» viene spesso raccontata da attivisti e giornalisti, anche piuttosto influenti, per dire che le grandi aziende hanno usato il marketing e la pubblicità per spostare il focus sulla responsabilità personale. Giornalisti come Emily Atkin (la fondatrice della newsletter Heated) e ricercatori come Geoffrey Supran, attivista e ricercatore all’Università di Harvard, sono convinti che sia stata una strategia pensata dalle grandi multinazionali appositamente per deresponsabilizzarsi.

Da un lato sembra credibile. Spostando il focus sul singolo individuo le “colpe” del riscaldamento globale sarebbero state percepite dalle persone come proprie, e non come responsabilità di una determinata politica energetica o industriale. Ma a questa storia, evidentemente, va aggiunto un tassello. La domanda che bisogna porsi per fare chiarezza è una di quelle che occupano da sempre il dibattito ambientalista: quanto contano le scelte individuali per ridurre il riscaldamento globale?

Un primo dato, su cui tutti, ma proprio tutti, possiamo essere d’accordo è che non contano zero. Qualcosa contano, eccome. E già questo mette in luce una prima crepa nell’idea di Atkin e Supran e di molti ambientalisti che credono che la colpa del riscaldamento globale sia esclusivamente da imputare alle grandi aziende. Perché se, effettivamente, le azioni individuali hanno un peso, allora quelle pubblicità della Bp appese un po’ ovunque nei tardi anni Novanta oltre che autoassolutorie erano anche veritiere.

Bene, ma quanto contano le nostre azioni individuali? Secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia se consideriamo la riduzione delle emissioni necessaria per decarbonizzare l’intera economia globale entro il 2050, il 40% deve avvenire su politiche su cui il singolo cittadino ha poca influenza. Il 55%, invece, deve avvenire in settori economici in cui serve un’azione congiunta dei governi e dei singoli cittadini, come comprare (magari con i sussidi statali) auto elettriche, isolare meglio le case o installare pompe di calore e pannelli solari. Per il restante 5% invece le azioni necessarie sono esclusivamente in mano ai singoli. Insomma, noi cittadini abbiamo una qualche influenza sul 60% delle azioni politiche ed economiche utili a portare a zero le emissioni. Davanti a stime simili è molto difficile sostenere che sia tutta colpa delle multinazionali.

La diffusa difficoltà di valutare questi dati potrebbe venire dai nostri pregiudizi. Perché i nostri consumi e il loro impatto sull’ambiente sono il frutto di un circolo vizioso: noi consumiamo ciò che le aziende vendono. Allo stesso tempo le aziende si impegnano a vendere ciò che noi consumiamo. Il meccanismo è di interdipendenza, cioè noi consumatori siamo influenzati dalle aziende, dai loro prodotti e da come li pubblicizzano, e le aziende a loro volta sono influenzate da ciò che noi consumatori cerchiamo e desideriamo. A meno di non ipotizzare che noi tutti si sia degli automi completamente lobotomizzati dai consumi le responsabilità del sistema economico e produttivo sono necessariamente condivise. Sono in parte nostre, in parte dei decision maker e anche delle aziende, piccole medie e grandi.

C’è un ulteriore, e piuttosto ingombrante, problema nel ragionamento degli attivisti e ambientalisti che credono che le scelte individuali siano solo uno specchietto per le allodole e uno strumento di propaganda usato dalle multinazionali, e cioè che una consistente parte del mondo è, in qualche forma e misura, democratica. In Italia, per esempio, si eleggono (spesso indirettamente, ma anche direttamente) diverse figure che poi, in società, decidono anche come regolare emissioni, reati ambientali e consumi individuali. Le grandi aziende che si occupano di energia, per esempio, quasi sempre dipendono dagli stati e dai governi che ne nominano i dirigenti e, più a monte, legiferano in merito.

Per questo è vero che il corpo elettorale (cioè noi singoli cittadini con potere di voto) ha una diretta influenza sulle politiche energetiche e industriali. E quindi anche sulla nostra impronta ecologica. Negli Stati dittatoriali o autoritari (anche qui: ne esistono di molto diversi) i singoli cittadini hanno meno responsabilità: non hanno potere di eleggere i propri rappresentanti e, di conseguenza, di influenzare le politiche industriali, quelle energetiche e le leggi con cui ogni stato ingabbia e regolamenta il mercato e i consumi. 

Per orientarsi tra i due poli opposti, quello della deresponsabilizzazione delle multinazionali e quello della nostra deresponsabilizzazione, sarebbe ideale guardare i dati. Quelli citati poco fa dall’Agenzia internazionale dell’energia mettono in luce una corresponsabilità dell’attuale crisi climatica. E, soprattutto, evidenziano una distribuzione dell’agency (la possibilità di influenzare questi processi) di cui noi cittadini siamo tutt’altro che sprovvisti.

C’è poi un dato, più a monte, ed è un dato politico: a focalizzarsi sui singoli, con l’ideologia cosiddetta individualista, è storicamente un certo liberalismo di matrice statunitense. A focalizzarsi sulle collettività è, storicamente, l’ideologia socialista, e la sua variante comunista. A dare tutta la colpa a figure esterne e dai dubbi confini (come i migranti, le istituzioni europee e le multinazionali) sono i populisti. In questo triangolo ideologico, che è del passato ma anche del presente, tocca sapersi orientare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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