Tic e tabùL’esposizione del corpo è il campo politico in cui Giarrusso ha l’ardire di sfidare Calenda

Non se ne può più, dice la iena a cinque stelle, del razzismo intellettuale. Ha ragione: è ora di finirla di rimuovere il tema dei corpi esposti, e di parlare anche con chi ha letto accuratamente il sussidiario e scolpito accuratamente l’addome fotogenico

di Siora Photography, da Unsplash

Fingerò di non cominciare dall’imminente mio tomo che come suo solito la realtà fa di tutto per pubblicizzare. Fingerò di cominciare da: perché vi sconvolge tanto il grasso altrui? È perché voi vi sbattete tanto per essere in forma e vi sembra inaccettabile che qualcuno se ne fotta? È perché l’altrui inchiattirsi è l’inquietante memento che potrebbe capitare anche a voi?

Non è che non capisca, eh: sono consapevole che essere grassa (parlo per me, naturalmente) sia una prepotenza. È il maramaldo modo in cui una vi dice: me ne catafotto di sedurti. Il che, capisco, è snervante: come osa qualcuno non volerci piacere.

E non voglio, vi giuro, fare quelle patetiche scene in cui si finge che la tv non sia immagine, Instagram non sia immagine, che nella società delle immagini sia fuori luogo commentare le immagini. Se avessi voluto prendere quella posizione foriera di cuoricini, l’avrei fatto quando un opinionista dell’internet ha detto che una cantante in concorso a Sanremo aveva le gambe grosse.

È chiaro che il corpo è un tema, specie in un periodo di frenetica moltiplicazione delle immagini e di finto moralismo che ci invita a piacerci così come siamo e a rifiutare l’esistenza dei canoni estetici, preferibilmente nello stesso post in cui ci compiacciamo per ogni «bella che sei» nei commenti.

È proprio che mi sembra molto interessante la fobia per il grasso. L’altro giorno Cristina Fogazzi ha messo su Instagram dei video dall’allestimento della mostra di Tiziano, dicendo che vedete, queste avevano i rotoli, i canoni estetici cambiano. Sì, ma per quelle i rotoli erano segno di ricchezza (e quindi: un’ambizione estetica) perché all’epoca mangiare era un lusso.

Avere la tinta dei capelli sempre perfetta è stato un canone estetico finché qualche ricca al di sopra di ogni sospetto ha iniziato a baloccarsi tenendo la ricrescita nera sul biondo: da quel momento i canoni estetici non sono più serviti a dimostrare che potevamo permetterci il parrucchiere due volte a settimana.

Adesso, i canoni estetici dicono che ti puoi permettere il personal training e la dieta chetogenica. Sei liberissima di non aderire ai canoni – credo d’esserne la prova – ma dire che non esistono è una stronzata.

Ma non era di questo che volevo parlare, dicevo prima di parlarne comunque. Bensì dell’odio per le trippe altrui.

Ieri sono stata, come autrice d’un imminente saggio sull’esibizionismo dei politici, molto contenta della rissa tra Calenda e Giarrusso in un programma pomeridiano (anche se non quanto lo ero stata di Roberto Gualtieri che suona Jovanotti alla chitarra in un altro programma pomeridiano: sospetto fosse una performance ideata dal marketing di Marsilio).

È andata così. Carlo Calenda, ospite di Myrta Merlino, dice che se sta per collegarsi Dino Giarrusso lui se ne va. Se dovessi sceneggiare la commedia all’italiana di queste performance, Calenda lo farei – ben prima che bambino grasso – bambino ricco, che quando vede presentarsi all’ingresso principale, con una certa sicumera e l’aria di chi ti è pari, qualcuno che dovrebbe bussare all’ingresso di servizio col cappello in mano, beh, non si tiene. Sbotta in romanesco, giacché a Roma le élite parlano persino meno italiano della plebe (è quel che ne fa una città irrecuperabile).

Quando Giarrusso si collega, pretende che per cinque minuti si parli del gravissimo «bullismo» (giuro: dice che Calenda ha detto che lui – lui Giarrusso – non sa scrivere, e questo è bullismo) da lui subìto. Sono cinque minuti plurimamente interessanti, per ragioni che vado a elencare in ordine sparso.

C’è il tenero non accorgersi, da parte di Giarrusso, che quella che lo sta bullizzando davvero è Myrta Merlino, che quando lui dice che è stato un grande inviato televisivo e loro (la Merlino, e Federico Geremicca e Pietro Senaldi lì ospiti) non hanno fatto il contraddittorio a Calenda, gli risponde flautata che beh, loro non saranno stati inviati alla sua altezza, ma. (Doppio bullismo: dargli dello scarso, e darglielo in antifrastica, che il tapino non è in grado di capire. Andate a guglare “antifrastica”, vi aspetto qui. Dico anche a lei, Giarrusso).

C’è il tenerissimo dire, credendo di colpire dove fa male, «a differenza di Calenda non sono mai stato bocciato a scuola, perché Calenda è stato bocciato». E in effetti, considerato che abbiamo tutti cinquant’anni, è quel che conta. Non importa se oggi tu sia scarso o brillante intellettualmente. Non importa se nella tua professione tu sia lo zimbello del settore o un esempio di valore. Non importa se nella tua vita privata tu sia un gentiluomo o uno che manda foto indesiderate del pisello. Importa solo che voti prendevi trenta e fischia anni fa.

C’è la testa di cavallo alla povera Myrta: «Mi hai fatto spesso dei complimenti per come io scrivo, in privato, tu e il tuo compagno».

Ma, soprattutto, c’è il momento flusso di coscienza, in cui Giarrusso dice che non se ne può più del «razzismo intellettuale» contro di lui, ma siccome ha questo curioso tic della contemporaneità, di non voler dire «io» mentre dici «io», declina sé stesso in un’improbabile terza persona plurale, e fantastica di queste vittime del bullismo calendiano che «sanno scrivere, sanno esprimersi in italiano probabilmente meglio di lui» (lo dice, giuro, un secondo netto dopo aver detto «si sono fatti da solo»: la realtà deve finirla di rubare Elide Catenacci agli sceneggiatori).

E prosegue sempre dicendo che lui, cioè loro, «hanno anche un fisico meno squallido di lui, ho visto delle foto di lui con quella pancia un po’ orrenda», e la povera Myrta è costretta a dire «ci battiamo tutti contro il body shaming». Ma non battiamoci, Myrta, dai retta a me. Approfondiamo.

Cerchiamo di capire che vita di soddisfazioni personali e intellettuali, professionali e gastronomiche, sentimentali e dialettiche, conduca chi trova che l’arma retorica di fine di mondo sia dire «non ne posso più di parlare di politica con queste persone», ove «queste persone» sono quelle con la pancia.

Giarrusso, desumiamo, parlerebbe volentieri di politica con Josef Mengele, ma non con Winston Churchill. Vi prego, approfondiamo questo tema.

Capisco che Giarrusso dia interviste solo a inviati alla sua altezza, che gli telefonano per chiedergli come sia possibile che non sappia improvvisare due minuti in inglese al parlamento europeo, e finiscono per trattarlo come fosse Altiero Spinelli, e quindi forse toccherà non averlo come interlocutore. Però mi sembra valga la pena fare dei nostri tic davanti alle immagini un dibattito, invece che spaventarcene come d’un tabù.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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