Environmental PersonhoodLa nuova frontiera dell’ambientalismo è portare la natura in tribunale

Un concetto semplice, ma rivoluzionario: considerare gli elementi naturali come delle persone giuridiche capaci di citare in giudizio chi non le tratta secondo la legge. Succede già in ogni parte del mondo, anche se fa ancora fatica ad affermarsi

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Fiumi, montagne e laghi che entrano in tribunale per far valere i propri diritti contro l’inquinamento umano. No, non è un film di fantascienza, né uno spot dei Fridays for Future, ma è quello che sta già avvenendo in diversi Paesi grazie alla dottrina giuridica del cosiddetto Environmental Personhood (letteralmente “personalità ambientale”).

Il concetto è semplice e allo stesso tempo rivoluzionario: considerare gli elementi naturali (fiumi, parchi, laghi, eccetera) come delle persone giuridiche capaci di portare in tribunale chi non le tratta secondo la legge. A fare da loro portavoce sono gruppi di attivisti locali pronti a rivalersi su chi (stati o industrie) non rispetta i diritti della natura. Canada, India,  Stati Uniti, Ecuador, Nuova Zelanda  sono solo alcuni degli stati dove l’Enviromental Personhood ha preso piede e ha iniziato a dare i suoi primi risultati.

Nella regione canadese del Québec il fiume Magpie è da sempre molto caro alla cultura degli Innu, la comunità autoctona locale. Per chi come loro è cresciuto fianco a fianco alla natura questo fiume significa tutto. Ma le autorità canadesi sfruttano da tempo le fonti di energia idroelettrica e in molti temevano che il Magpie finisse sfigurato da una diga come già accaduto ad altri corsi d’acqua. Per evitarlo, gli autoctoni si sono alleati con un team di avvocati di Montréal invocando per il Magpie l’Environmental Personhood.  Risultato? Nel febbraio del 2021 il governo regionale ha approvato una risoluzione che garantisce al fiume nove diritti da persona giuridica tra cui quello di “esistere”. Una storia simile è accaduta in Florida: nel maggio dello scorso anno, una rete di ruscelli, laghi e paludi nella contea di Orange ha fatto causa a un costruttore e allo stato per cercare di impedire che un complesso residenziale la distruggesse. 

Se si allarga la prospettiva ad altri continenti, quella dell’Environmental Personhood sembra un’avanzata inarrestabile. E dice molto anche di come riscoprire le proprie radici possa tornare utile in questo periodo di rinascita ecologica. L’idea di trattare la natura come un essere vivente deriva infatti dalla tradizione di diverse culture indigene. Non è un caso che i primi Paesi a introdurre questa idea nel proprio ordinamento siano stati l’Ecuador e la Bolivia (rispettivamente nel 2008 e nel 2010). Entrambi gli stati avevano visto in quegli anni una crescita della rappresentanza politica dei nativi sotto gli ideali di una sinistra ecologista.

Il concetto a cui i due governi sudamericani si erano rifatti non era un riferimento politico, ma culturale: la Pachamama. Nella lingua quechua, parlata dai nativi americani, questa parola significa “Madre Terra”. Identificata un tempo come una divinità e tuttora venerata in alcune culture, la Pachamama  non solo viene ora citata nella costituzione ecuadoriana , ma vi si vede riconosciuto “il diritto di esistere”. Anche in Nuova Zelanda le popolazioni native, in questo caso i Maori, hanno giocato un ruolo cruciale nello sviluppo dell’Environmental Personhood. Due professori universitari maori, James Morris and Jacinta Ruru, hanno creato le basi giuridiche affinché alcuni fiumi e alcune foreste del Paese fossero riconosciuti come entità giuridiche con diritti propri. Il filo rosso che lega tutte queste culture è il rifiuto dell’antropocentrismo, ovvero dell’idea che tutto sia creato in funzione dell’uomo, e la convinzione che al mondo anche altre realtà abbiano diritti inalienabili simili a quelli umani.

Certo, anche l’Environmental Personhood ha i suoi limiti. Diversi studiosi hanno accusato alcuni ordinamenti, come quelli boliviano ed ecuadoriano, di mancare di concretezza restando, di fatto, semplici attestati di buone intenzioni. Inoltre, molte di queste leggi sono troppo recenti per poter valutare realmente il loro impatto. In ogni caso in molti, come la professoressa dell’Università di Wharton Gwendolyn Gordon, hanno notato come il solo fatto di mettere in discussione l’antropocentrismo sia un’innegabile vittoria dell’Environmental Personhood.

C’è anche chi, però, avversa questo nuovo concetto. Nel febbraio 2022, alcuni deputati dello stato americano dell’Idaho hanno presentato una legge che impedisce l’estensione alle entità naturali del diritto a una “personalità legale”. Il tutto sotto la spinta della maggioranza che fa capo al governatore repubblicano Brad Little.

Anche in Europa questa dottrina fa fatica a trovare spazio. Nel 2018 il consiglio comunale della città britannica di Frome ha provato a dare una personalità giuridica al fiume omonimo. La legge è stata bocciata nel 2020, ma attivisti e comune giurano di voler continuare la battaglia. Anche in Francia un gruppo di ambientalisti sta lavorando per far sì che la Loira, il fiume più lungo del Paese, possa far valere i propri diritti. “La legge deve creare un equilibrio migliore tra mondo e natura”, ha spiegato l’attivista Camille de Toledo al World Economic Forum. Un’affermazione difficilmente contestabile. Basti pensare che solo pochi giorni fa la tempesta Eunice ha mostrato all’Europa cosa può succedere se si continua a ignorare la natura. Forse meglio ascoltarla in tribunale prima che sia troppo tardi.