Petrolio verdeCome ExxonMobil, il gigante petrolifero, vuole ridurre le sue emissioni

Un fondo da poche centinaia di milioni di dollari ha cambiato il volto di una multinazionale che vale 350 miliardi, convincendo i suoi azionisti dell’importanza di una svolta green. Questa storia racconta come ci è riuscito

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Engine No. 1 è un piccolo fondo di investimenti americano nato alla fine del 2020, cioè poco più di un anno fa. Nonostante le ridotte dimensioni, però, negli scorsi mesi è riuscito a scuotere e cambiare dall’interno una delle aziende petrolifere più grandi al mondo: ExxonMobil.

Come un fondo da poche centinaia di milioni di dollari sia riuscito a cambiare l’assetto di un’azienda che ne vale 350 miliardi è una storia che vale la pena conoscere. Tutto inizia con Christopher James, il fondatore di Engine No. 1, che investe 40 milioni in azioni ExxonMobil. In questo modo il fondo diventa azionista dell’azienda con lo 0,02%. Una posizione di estrema minoranza, ma da cui subito dopo è cominciata quella che molti hanno definito una “piccola rivoluzione interna” al colosso energetico. Ma prima un po’ di contesto, due premesse importanti: la prima è che il colosso texano ExxonMobil ha una storia, e di conseguenza una reputazione, di negazionismo climatico e di poco interesse per l’energia rinnovabile. La seconda invece è che nel 2020 ExxonMobil ha perso 22 miliardi di dollari e fatto la sua peggior performance economica degli ultimi quattro decenni.

James approfitta della debolezza del consiglio di amministrazione dell’azienda e per farlo scrive una lettera aperta lamentando, in sostanza, una inadeguatezza del board. James descrive il suo fondo come «ambientalista», ma i toni e i temi della sua campagna comunicativa in quell’occasione erano pensati quasi esclusivamente in chiave economica. L’obiettivo d’altronde non era fare in modo che il mondo dell’attivismo ambientalista protestasse contro ExxonMobil – cosa che già avviene e non avrebbe sorpreso nessuno – ma che gli azionisti di maggioranza del colosso dell’oil&gas – Vanguard Group e BlackRock, per esempio – si convincessero che era necessaria una svolta in questo senso. Per convincerli James sosteneva, in sostanza, che la disattenzione verso i temi ambientali e il ritardo negli investimenti utili alla transizione energetica stessero mettendo a rischio la solidità dell’azienda.

E, in un certo senso, funzionò. Immediatamente arrivarono adesioni di un certo peso, come quella dei tre più grandi fondi pensione degli Stati Uniti, a partire dal California State Teachers’ Retirement System, cioè il secondo più grande. A distanza di poche settimane il consiglio di amministrazione di Exxon venne allargato, con l’inclusione di una figura pensata appositamente per gli investimenti sostenibili. Ma soprattutto, a otto mesi dall’entrata di Engine No. 1 tra gli azionisti, ExxonMobil ha presentato il proprio piano per ridurre le emissioni di gas serra. La vittoria più importante, però, arrivò nel maggio 2021, quando ben tre candidati proposti da Engine No. 1 furono eletti nel board dell’azienda.

Tra le conseguenze di questo scossone interno a ExxonMobil, cominciato con la lettera aperta scritta da James, c’è anche il fatto che l’azienda ha presentato un piano di investimenti verso le tecnologie per la cattura dell’anidride carbonica. Quella di Christopher James è stata, in buona sostanza, un’operazione di lobbying. Parola che suona negativa e oscura, ma che significa semplicemente far pressione su qualcuno o qualcosa, in questo caso un colosso petrolifero, perché agisca in un certo modo. 

Lo scorso 18 gennaio l’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods (in carica dal 2017, quindi lo stesso che subì la pressione di Engine No. 1) ha presentato, finalmente, il piano aziendale per l’ambiente. Era il momento, secondo diversi analisti, di rendere concreti ed effettivi i cambiamenti prodotti dalla rivolta interna innescata dall’operazione di James. La buona notizia è che effettivamente c’è un’evidente corrispondenza tra alcuni punti del piano e le richieste di Engine No. 1. Il problema, però, è che questo piano, nel suo complesso, non sembra essere all’altezza di un “fondo ambientalista”. 

Nel piano si legge che ci saranno importanti interventi nell’ammodernamento dei macchinari. Con l’impiego di nuove tecnologie meno inquinanti e più efficienti. Così come è previsto un taglio netto delle emissioni già entro il 2030 (il 20% in meno rispetto a quelle del 2016). Eppure, a giudicare dalle opinioni di analisti ed esperti, il piano di ExxonMobil sarebbe comunque inadeguato e, soprattutto, poco specifico. È previsto, per esempio, il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050, ma va considerato che il 2050 è la data in cui è già prevista la neutralità carbonica della grande maggioranza dei paesi occidentali, e quindi delle loro aziende. Un altro problema è che ExxonMobil, nel suo calcolo delle emissioni, tiene conto solamente di quelle dirette. Cioè prodotte dalla sua attività. Mentre non comprende quelle prodotte a causa dei suoi prodotti, cioè dagli utenti finali, che, nel caso di un’azienda che tratta combustibili, sono la maggior parte.

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