A qualcuno piace freddoCome possiamo “rinfrescare” il pianeta per combattere il riscaldamento globale

Il problema dell’innalzamento delle temperature, oltre che reale, è urgente. Per questo, la comunità scientifica sta ideando soluzioni utili non solo a rallentare il fenomeno ma anche per provare a dare, nel frattempo, una “rinfrescata” alla Terra

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Raffreddare la Terra con mezzi tecnologici può suonare come un’idea irrealistica, magari più adatta alla trama di un film fantascientifico che a un percorso politico praticabile. Eppure, su più fronti, si lavora proprio a questo. C’è una branca dell’ingegneria, si chiama “ingegneria solare”, che tra le altre cose si concentra proprio sui modi in cui si può interferire con le radiazioni solari per rallentare il riscaldamento globale. La disciplina, va da sé, è giovane e ospita al suo interno un dibattito molto acceso ma diverse università – alcune delle quali piuttosto prestigiose – offrono master e corsi specialistici, segno che il campo di studi è in fermento e l’ottimismo non manca.

Secondo David Keith, rispettato professore di fisica applicata all’Università di Harvard, per esempio, «non c’è alcun dubbio che gli umani possano raffreddare artificialmente il pianeta». Tanto che, in diverse conferenze, video ed eventi pubblici, spiega addirittura come l’applicazione di queste idee possa far parte già oggi delle politiche rivolte a mitigare il cambiamento climatico.

Gli esempi pratici non mancano. Quello citato più spesso è quello del “vulcano da imitare”. In breve: quando nell’estate del 1991, alle Filippine, il vulcano Pinatubo eruttò, si calcola che le polveri finite in atmosfera raffreddarono l’area di oltre mezzo grado nei successivi due mesi. Da qui l’ipotesi di poter fare lo stesso artificialmente. Alcuni aerosol, cioè grandi quantità di particelle molto piccole, potrebbero essere rilasciati tra i 15 e i 50 chilometri dalla superficie terrestre (quindi nella stratosfera) e a questo punto in teoria, legandosi all’acqua, rifletterebbero una buona parte di raggi solari, impedendo che raggiungano il nostro pianeta e quindi che lo scaldino.

Questo metodo, chiamato stratospheric aerosol injection (Sai) permetterebbe, tra le altre cose, di decidere con una buona precisione quali parti della Terra raffreddare e, calcolando la quantità di aerosol da rilasciare, per quanto tempo farlo. Studiosi come Keith sono spesso bersaglio di insulti e minacce da parte di religiosi e complottisti, persone secondo cui il modificare il clima con questi metodi sarebbe diabolico o parte di un qualche piano per il controllo delle menti (per rendersene conto basta leggere i commenti sotto a un qualsiasi video di una conferenza del giovane professore); eppure gli studiosi ribadiscono di essere fiduciosi che possa funzionare.

Il motivo per cui i cosiddetti complottisti se la prendono con ricercatori come Keith lo si capisce davvero quando si leggono le sue interviste e i suoi studi. In una dichiarazione recente all’emittente tedesca Deutsche Welle ha detto: «ci sono prove da praticamente ogni singolo modello climatico che mostrano che se si fa una distribuzione abbastanza uniforme, da nord a sud e da est a ovest, degli aerosol nella stratosfera, si possono ridurre molti dei più importanti rischi climatici» e, proseguendo, ha aggiunto: «così, cambieremmo anche la disponibilità di acqua e i cambiamenti nelle temperature, comprese le temperature estreme». In sostanza quello che propone Keith somiglia molto alle famose scie chimiche, ma senza complotto né alieni.

I primi test di questo metodo sarebbero dovuti cominciare in Svezia circa sei mesi fa grazie a SCoPEx, il progetto dell’Università di Harvard di cui fa parte anche Keith. Ma le proteste di alcuni gruppi di cittadini e ambientalisti hanno imposto uno stop all’ultimo momento.

Di metodi che potrebbero essere utilizzati per raffreddare il pianeta, oltre al Sai, ce ne sono diversi altri. Come il cosiddetto ocean foaming, cioè ricoprire larghe porzioni di mare con schiuma o grandi quantità di piccole bolle che riescano a riflettere i raggi solari. La logica è semplice: l’acqua di mari e oceani è scura, soprattutto nei tratti più profondi, e il colore scuro attira i raggi solari e trattiene enormi quantità di calore. Mentre più chiara è la superficie esposta al sole, meno si riscalda (è il cosiddetto “effetto albedo”). Riuscire a diminuire questo accumulo senza danneggiare gli ecosistemi, stando all’opinione di alcuni studiosi, è possibile.

Secondo Corey Gabriel, per esempio, scienziato climatico dell’Università della California San Diego, l’idea è quella «di creare una schiuma per riflettere via una parte della radiazione solare in arrivo» e di distribuire questa schiuma soprattutto «in luoghi strategici, dove si potrebbero eventualmente ottenere certi risultati climatici». L’idea, se messa in pratica su larga scala, avrebbe effetti piuttosto vasti, anche per il fatto che oltre il 70% della superficie terrestre è ricoperta d’acqua.

Sempre sfruttando l’effetto albedo ci sono altri interventi possibili sulla superficie della Terra, alcuni anche piuttosto economici, come cambiare colore alle città. Storicamente le città in cui le case sono in larghissima maggioranza bianche sono in Grecia, Marocco, Algeria, Cipro, Italia e Spagna del sud e altre zone storicamente calde come il Medio Oriente.

Ma sarebbe il caso che molte altre città in tutto il mondo adottassero la stessa regola architettonica per ottenere effetti immediati sulla temperatura. Un tetto bianco, infatti, rispetto a uno di colore scuro, arriva a essere anche il 30% più freddo. Ciò significa che alcune zone della città di New York durante alcuni pomeriggi estivi sono di oltre 10 gradi più calde di quanto non lo sarebbero se fossero interamente dipinte di bianco. Non a caso nella Grande mela è nata un’iniziativa apposita chiamata New York City CoolRoofs che ha già dipinto di bianco oltre un milione di metri quadrati di tetti cittadini. In generale – ed è questo il dato importante – in media le città di tutto il mondo, applicando questo semplice principio, potrebbero raffreddarsi di un grado centigrado. Lo sostiene, tra gli altri, Sonia Seneviratne, scienziata del Eth di Zurigo.

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