Sergio Mattarella ha giurato e ha tenuto alla Camera, tra molti applausi, un discorso che è stato anzitutto un articolato elogio del ruolo del Parlamento e dei partiti. Il governo guidato da Mario Draghi ha ripreso la sua navigazione con piglio deciso, accelerando sul Pnrr e avviando la riapertura del Paese, con l’allentamento di diverse restrizioni, a mano a mano che i dati dei contagi sembrano autorizzare un cauto ottimismo.
Di conseguenza, l’inasprimento dei toni usati dall’opposizione di Giorgia Meloni appare ancor più pretestuoso, per non parlare della decisione presa dai ministri leghisti di non votare il decreto Covid con il pessimo argomento che «discriminerebbe» tra bambini vaccinati e non vaccinati (semplicemente perché, secondo la stessa logica seguita fin qui in Italia e in ogni altra parte del mondo, si comincia col togliere qualche restrizione in più a chi sia vaccinato o appena guarito prima che a tutti gli altri).
Lo scomposto agitarsi di Matteo Salvini non sembra destinato a raccogliere risultati migliori di quelli da lui ottenuti come aspirante kingmaker – ma forse sarebbe più giusto dire casting director – nella pazza settimana del Quirinale. Alle sue ambiguità, per usare un eufemismo, non sembrano decisi a offrire ulteriori sponde né Fratelli d’Italia, che va verso un’opposizione sempre più radicale (e vedremo quanto fruttuosa), né Forza Italia, che al momento almeno sembra invece decisa a difendere il governo (e il suo ruolo nel governo).
A rischio di passare per ingenui o per illusi, sembra profilarsi insomma una via d’uscita, operosa, razionale e consensuale, dal manicheismo isterico e inconcludente di questi trent’anni di bipolarismo.
Un futuro possibile cui fa da specchio il successo di un Festival di Sanremo altrettanto capace di tenere insieme il monologo antirazzista di Lorena Cesarini e le pesanti ironie anti-politicamente corretto di Checco Zalone (lo so, lo so che esiste l’espressione «politicamente scorretto», ma il suo abuso l’ha ormai trasformata, di fatto, in un insulto, e non c’è modo di salvarla: forse tra cento anni tornerà utilizzabile), la denuncia della xenofobia e dell’odio online da un lato, dall’altro l’imitazione del trans brasiliano, con abbondanza di allusioni e battute triviali. Del resto, non era proprio Checco Zalone a cantare che «la Prima Repubblica non si scorda mai»?
Per avere conferma della tesi, pensate a cosa avrebbe scatenato in altri tempi Achille Lauro, con la sua originalissima «provocazione» (espressione per cui vale lo stesso discorso appena fatto su «politicamente scorretto», ma non è che adesso posso riscrivere il dizionario per un articolo). Oggi, fortunatamente, basta l’ironica replica dell’Osservatore romano a chiudere il caso prima ancora di aprirlo. Un modello di risposta da cui diversi partiti della maggioranza potrebbero trarre ispirazione, nel confrontarsi con le variopinte, multiformi e scoppiettanti rappresentazioni del loro alleato/avversario Salvini, che per molti versi potremmo definire il nuovo Achille Lauro della politica italiana.