Sono solo parole?La lavagnetta anti green pass e il divieto di fare critiche (anche sbagliate)

Quando un bar di Urbino ha dichiarato che avrebbe disapplicato le normative anti-contagio, le forze dell’ordine sono subito intervenute per chiedere di rimuovere la scritta. Un eccesso di solerzia pericoloso perché mette a repentaglio la possibilità di esprimere le proprie posizioni, per quanto discutibili. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

di Scott Rodgerson, da Unsplash

La notizia avrebbe avuto, in tempi migliori, dell’incredibile. I gestori di un bar di Urbino hanno esposto una lavagna con scritto, su un lato, «Raccomandiamo alla gentile clientela di non smettere di vivere per paura di morire» e, sull’altro, «In questo esercizio si disapplica qualsiasi normativa relativa all’utilizzo o alla richiesta di green pass».

Poco dopo averlo fatto, hanno ricevuto un’intimazione a rimuoverla, mossa loro da una pattuglia della polizia prima e di una dei carabinieri poi. Alle ovvie resistenze dei gestori, e a fronte della richiesta di individuazione dell’illecito loro contestato, le forze dell’ordine avrebbero reiterato la pretesa di rimozione e infine fotografato la lavagna, quasi si trattasse di un corpo di reato.

Non è difficile supporre che ad attirare l’attenzione delle forze dell’ordine sia stata in particolare la seconda delle due scritte, ma è altrettanto evidente che ciò non giustifica in alcun modo il loro operato. La scritta in parola sarà pure sembrata alle forze dell’ordine provocatoria: ma ciò non toglie che la libertà di espressione è un principio e un valore fondamentale che non può essere coartato ogni qualvolta la società – e men che meno i suoi tutori in divisa – si sentano in qualche modo offesi.

Un conto sarebbe stato verificare eventuali infrazioni collegate all’effettiva “disapplicazione” della normativa relativa al green pass da parte dei gestori del locale, altro è invece pensare di intervenire contro un messaggio sgradito. Quest’ultimo non può nemmeno essere considerato un tentativo di riverniciare con una patina di legalità un sopruso vero e proprio. Nel codice penale esiste una norma, in verità di dubbia legittimità costituzionale in quanto residuo dell’epoca fascista, che in modo straordinario si spinge a criminalizzare solo chi pubblicamente istiga alla disobbedienza di leggi «di ordine pubblico», qualifica che non può certo attribuirsi a quelle sul green pass.

In questi anni, abbiamo purtroppo assistito a una serie di interventi da parte di polizia e carabinieri gravemente offensivi delle libertà individuali costituzionalmente garantite. Negli ultimi mesi – proprio in contemporanea al crescere del malcontento nei confronti del green pass – soprattutto abbiamo visto tutta una serie di attività (dalla schedatura all’infiltrazione nei cortei) volte a scoraggiare, se non a reprimere, l’espressione del dissenso.

Ciò è inaccettabile. È illegittimo e pericoloso che lo Stato si arroghi il potere di imporre un modello di condotta politica, sottraendo se stesso a ogni forma di critica, anche caustica e divisiva. È illegittimo e pericoloso equiparare le parole alle azioni, così da anticipare la soglia di tutela a un momento in cui si formula e si esprime un pensiero.

Sia chiaro. Non è necessario sposare le ragioni del dissenso per denunciare l’odioso tentativo di sopprimerlo. È necessario difendere qualsiasi manifestazione di pensiero, non violenta o attualmente pericolosa, per il solo fatto di voler continuare a vivere in una società libera. Che deve essere anzitutto libera di ascoltare voci diverse, senza che nessuno (né il governo né le forze dell’ordine né i custodi di qualsiasi ortodossia) possa distinguere fra quelle gradite e quelle sgradite.