All’ombra dell’ultimo soleLa pesca illegale sta svuotando i mari della Sierra Leone

La pesca rappresenta il 12% dell’economia del Paese africano, ma soprattutto la fonte quasi unica di sostentamento della popolazione: i metodi di pesca vietati usati dai pescherecci stranieri la stanno mettendo in ginocchio

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La Sierra Leone è uno stato africano da poco meno di 8 milioni di abitanti. Moltissimi di questi vivono di pesca, circa 500mila persone, e molti di più trovano sostentamento grazie al mercato che ne deriva. Oggi, però, la pesca illegale minaccia queste persone direttamente. Decine di pescherecci stranieri usano metodi di pesca vietati, compresa quella a strascico, e lasciano i pescatori locali col poco che rimane.

La vita di un pescatore sierraleonese è dura: tra le 13 e le 16 ore in mare per una paga che può arrivare, ma raramente superare, i 4 euro al giorno. Inoltre i pescatori non posseggono quasi mai una propria barca, e quindi devono pagare al proprietario una somma che corrisponde all’affitto. Si tratta di imbarcazioni di legno, coloratissime, lunghe pochi metri e che possono trasportare al massimo tre pescatori e poche decine di chili di pesce. Evidentemente non possono competere con i pescherecci muniti di ecoscandagli e sistemi di pesca automatizzata. 

La pesca rappresenta il 12% dell’economia della Sierra Leone, e si stima che sia anche la fonte dell’80% del consumo di proteine della popolazione. Il danno che provoca quella illegale dei pescherecci stranieri, quindi, oltre che economico è anche sociale, politico e sanitario.

Il punto è che la Sierra Leone sembra non avere armi per combattere la pesca illegale. La corruzione disinnesca ogni azione giudiziaria e legislativa, e i pescatori che provano a farsi giustizia da sé, affrontando i grossi pescherecci con le proprie piccole barche vengono picchiati, minacciati o – come hanno raccontato diversi pescatori – gli viene tirata addosso acqua bollente.

Alcuni giornalisti del Guardian per osservare in prima persona la situazione si sono recati a Tombo, una piccola cittadina di mare al centro della costa del Paese dove tutti, o quasi tutti, vivono di pesca. Qui gli intervistati sembrano perfettamente consapevoli della causa del problema: «Molti anni fa dalla riva si potevano vedere i pesci nell’acqua, anche quelli grandi», ha detto Joseph Fofana, trentaseienne del luogo, «ora non più. C’è meno pesce che mai». Altri tra gli intervistati dicono che il loro pescato sta diminuendo rapidamente a causa di una pesca eccessiva fatta su larga scala. E hanno ragione.

Scrive sempre il Guardian che «la comunità di pescatori di Tombo ha dato la colpa alle flotte straniere». Il 40% di queste sono di navi cinesi: è una percentuale che si riferisce a licenze industriali legali, ma è un dato di fatto che in Sierra Leone, tra chi pesca, il limite tra legale e illegale sia molto sottile. I pescherecci infatti si muniscono di autorizzazioni per la pesca, ma sono permessi che riguardano solo alcuni tratti di mare, che loro puntualmente travalicano.

I pescatori del posto lamentano anche che i pescherecci dichiarano meno pesce di quanto non ne peschino davvero, usino metodi proibiti, o in zone protette, e il tutto versando somme irrisorie allo stato della Sierra Leone.

Nel 2018 l’attuale presidente Julius Maada Bio fece una stima del danno che la pesca illegale provoca al suo paese: 50 milioni di dollari l’anno. Una cifra che può sembrare contenuta, ma che per una piccola economia dell’Africa occidentale invece ha un peso non indifferente. Nel 2021 la marina della Sierra Leone e l’ong Sea Shepherd Global hanno collaborato per assicurare alla giustizia i responsabili di questo che è, a tutti gli effetti, un furto di risorse ai danni di uno dei paesi più poveri al mondo. L’operazione congiunta ha dato i suoi frutti, e ha portato al fermo di cinque pescherecci di proprietà straniera in soli giorni, ben due su cinque battevano bandiera cinese e pescavano senza alcuna licenza.

Uno dei pescatori a cui gli equipaggi stranieri hanno tirato acqua bollente addosso si chiama Alusine Kargbo. Ha 34 anni e, raccontando ai giornalisti di aver affrontato i pescherecci nelle zone in cui la pesca a strascico è proibita, ha detto che «prima i pescherecci a strascico non erano nelle nostre zone, ora lo sono, e la differenza è così grande [in termini di pescato] rispetto a prima, che faccio fatica a nutrire i miei figli».

Il problema, molto più a monte, ha a che fare con la nuova forte influenza cinese in Africa. Il continente affronta sia un’ascesa del potere militare russo (in Libia, in Mali, in Burkina Faso e così via) sia di quello economico cinese. Alcuni progetti di Pechino stanno impattando duramente proprio sulle coste della Sierra Leone. Recentemente, per esempio, è stato firmato un accordo che prevede la cessione di centinaia di ettari costieri di foresta pluviale a compagnie cinesi per la costruzione di un porto commerciale. Si tratta di un’area che fa parte di un parco naturale, e che – sostengono ambientalisti ed esperti – se cementificata nuocerebbe gravemente soprattutto all’economia locale, basata proprio sulla pesca.

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