Miniere pericolosePerché il cobalto è così importante per l’ambiente?

È un materiale di cui il mondo ha disperatamente bisogno, ma si trova tutto in zone in cui è problematico estrarlo: una di queste è il Congo, dove alla piaga del lavoro minorile si aggiunge il problema dell’inquinamento delle falde acquifere

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Il cobalto, come il litio e le terre rare, è uno di quei materiali da cui dipende la transizione energetica. Questo accade perché diversi dispositivi essenziali per ammodernare il sistema energetico, per migliorare quello industriale e per elettrificare i trasporti, richiedono necessariamente grandi quantità di cobalto.

Nello smartphone da cui state leggendo questo articolo c’è quasi sicuramente del cobalto: una decina di grammi, nel caso dei telefoni più piccoli, fino a venti o trenta per i dispositivi più capienti. Ma se prendiamo per esempio le batterie delle auto elettriche ne troviamo in quantità molto superiori, nell’ordine delle decine di chili. Il cobalto è essenziale per le batterie cosiddette “agli ioni di litio” perché – semplificando – fa sì che aumenti sia la loro durata che la loro efficienza.

Di cobalto, però, nel mondo ce n’è poco. O meglio: si trova tutto in zone in cui è problematico estrarlo. Lo stesso discorso vale per le terre rare e per gli altri materiali da cui dipende la transizione ecologica. Quando ci chiediamo come mai la nostra energia non provenga già oggi interamente da fonti rinnovabili, un pezzo della risposta è qui: l’industria delle rinnovabili, per crescere, necessita di materiali di cui c’è carenza. È per questo che, realisticamente, per abbandonare carbone e petrolio si punta sia sulle rinnovabili che su gas naturale ed energia nucleare

Ma torniamo al cobalto. L’impatto di questo materiale sull’ambiente non viene soltanto dall’industria tecnologica, dall’uso che se ne fa nelle batterie e nei macchinari utili a produrre energia pulita, c’è anche l’impatto delle miniere in cui viene estratto. Attualmente il 70% della produzione mondiale di cobalto si trova nella Repubblica Democratica del Congo. Più specificamente nella regione di Katanga, nel sud del Paese. 

Le miniere di cobalto sono molto spesso delle caotiche serie di cunicoli stretti e fangosi in cui ci si infila senza una mappa né un’idea di come e dove scavare. In queste miniere spesso, come hanno dimostrato diverse indagini indipendenti, si lavora senza alcun sistema di sicurezza né strumentazione: solo una torcia frontale (di quelle che si tengono sulla fronte) e un martello. Per questo a migliaia ci trovano la morte.

Secondo le stime nelle miniere di cobalto congolesi lavorano oltre due milioni di persone, compresi migliaia di bambini. Una parte dell’estrazione dipende anche da aziende strutturate e che rispettano gli standard di sicurezza, ma una grande percentuale viene invece da quella che viene chiamata «estrazione artigianale» – un nome romantico che però, a conti fatti, significa estrarre a mano, senza strumentazione né sicurezza o regolamentazioni.

Proprio perché l’estrazione in questa regione africana è mal regolamentata è difficile, se non impossibile, ottenere dati precisi e affidabili sul numero di morti e sull’impiego di minori e bambini. Quando le tragedie riguardano diverse decine di morti, però, succede anche che la notizia arrivi sui nostri mezzi di informazione.

Può sembrare un controsenso, eppure se è vero che sono i congolesi, anche minorenni, a estrarre il cobalto, è vero altrettanto che a venderlo a chi produce batterie e altre tecnologie sono principalmente aziende cinesi. La catena del valore del cobalto comprende infatti tre fasi principali, ognuna in un continente diverso: l’estrazione avviene in Africa, dove però il ruolo dei nativi si ferma alla manodopera. Già sul posto è il personale di aziende come la China Molybdenum (Cmoc) a smistare e spedire il cobalto prima verso i porti della Tanzania e del Sudafrica, e da qui verso la Cina. L’uso di questi macchinari e di queste batterie, infine, avverrà in Occidente, tra Europa e America del nord.

L’estrazione caotica del cobalto nella regione congolese comporta, oltre alle morti sul lavoro e al lavoro minorile, altri problemi non da poco. Uno è l’inquinamento dei territori e delle falde acquifere. Un altro sono gli scontri tra la popolazione e il personale di sicurezza delle grandi aziende. Succede infatti che nella ricerca esasperata del cobalto i minatori “artigianali” entrino in appezzamenti di terra privati o gestiti da altri, addirittura che scavino direttamente nei cortili delle case o ne compromettano i pavimenti o le fondamenta. Quando questo accade si assiste a scontri e violenze, che causano altre morti. La situazione è tale che negli Stati Uniti si è deciso di considerare il cobalto una «risorsa da conflitto», cioè uno di quei materiali il cui commercio causa guerre. Anche se, tecnicamente, non ci sono vere e proprie guerre in atto causate dal commercio del cobalto.

Dei problemi causati dall’estrazione del cobalto se ne parla da diverso tempo, e a fasi alterne. Le soluzioni proposte da esperti e tecnici sono sostanzialmente due: evitare il cobalto congolese e cercare di regolamentarlo. Entrambe, però, sono difficilmente percorribili. Cercare altre fonti di approvvigionamento significherebbe puntare sulle miniere in Russia, in Canada, in Australia o nelle Filippine, ma da qui arriva soltanto il 5% della produzione globale di cobalto. Insufficiente a soddisfarne la domanda che, nel frattempo, cresce costantemente. Tanto che è previsto che entro il 2030 triplicherà.

La seconda soluzione è che le aziende e gli stati collaborino per cercare di regolamentare l’estrazione e la vendita di cobalto dandosi degli standard comuni. Standard che escludano il lavoro minorile, che salvaguardino l’ambiente e che prevedano paghe più alte rispetto ai due dollari scarsi che guadagna in media un minatore nella Repubblica Democratica del Congo. Anche questa soluzione è di difficile applicazione: gli snodi del commercio del cobalto, che lo portano dai cunicoli fangosi e pericolanti fino a dentro i nostri smartphone, sono molto difficili da controllare. E senza controlli va da sé che questi standard non saranno rispettati. Intanto, però, qualche segnale incoraggiante è arrivato: nel 2020 il governo della Repubblica Democratica del Congo ha istituito un organismo di controllo apposito.