Totalitarismo cristiano, eurasiatismo e neonazismoLe radici intellettuali dell’attacco di Putin all’occidente liberale

Da molti anni, il dittatore criminale del Cremlino è l’attore protagonista del caos globale, in America e in Europa, in Siria e in Ucraina, con invasioni, cyber attacks, omicidi, campagne omofobiche e sostegno ai movimenti anti sistema in giro per il mondo. Un capitolo di Chiudete Internet, uscito nel 2019

Ap/LaPresse

Di seguito il capitolo ”La strategia di Putin” tratto da Chiudete Internet, edito da Marsilio Editori nel 2019

L’attore protagonista del caos globale è Vladimir Putin. È lui che si serve di Internet per promuovere disordine e destabilizzare le società aperte. È lui il punto di congiunzione tra il populismo e il maoismo digitale. 

Un formidabile libro americano, The Road to Unfreedom, scritto dallo storico di Yale Timothy Snyder, esplora la mente del presidente russo e spiega la sofisticata strategia illiberale del Cremlino nei confronti dell’Occidente. La tesi del saggio è questa: quando Putin ha capito che, per mancanza di risorse e incapacità di innovare, la Russia non avrebbe potuto tenere il ritmo di quello che un tempo si chiamava «mondo libero», si è convinto di una cosa semplice e cioè che se la Russia non può diventare come l’Occidente, allora bisogna che l’Occidente si trasformi in una specie di Russia. 

Intorno a questo principio di relativismo strategico, Putin ha scatenato la sua offensiva globale contro la democrazia rappresentativa, contro i diritti civili, contro l’Unione Europea, contro gli Stati Uniti, contro la Nato. E, così, la guerra in Georgia, l’invasione dell’Ucraina, l’annessione della Crimea, i cyber attacks agli Stati baltici, i finanziamenti ai leader estremisti, i patti politici con i partiti populisti, le campagne omofobiche, il sostegno al despota Bashar al-Assad in Siria, la fabbricazione di fake news, comprese quelle di Stato diffuse in inglese dalla tv RT, la scuderia di hacker informatici, la protezione di WikiLeaks e di Edward Snowden, i tentativi di manipolazione dei processi elettorali nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Italia e ovviamente in America, più qualche avvelenamento a Londra, sono tutti elementi della stessa strategia di diffusione del caos e di russizzazione dell’Occidente che sfrutta le debolezze della società aperta, abusa delle innovazioni tecnologiche americane e approfitta della mollezza del mondo libero. 

Putin si ispira alle idee del filosofo fascista Ivan Il’in, che negli ultimi anni è stato il protagonista di una spettacolare riabilitazione intellettuale a Mosca. Negli anni venti e trenta, Il’in era noto nei circoli europei per le simpatie nazifasciste e per la sua avversione all’Unione Sovietica (parte, quest’ultima, ignorata dal neorevisionismo putiniano), ma soprattutto perché teorizzava il ruolo della Russia come l’unica nazione che avrebbe potuto salvare il cristianesimo dall’immoralità occidentale. 

L’altro intellettuale che ispira Putin è il filosofo Lev Gumilëv, il figlio della poetessa Anna Achmatova, morto nel 1992, teorico della visione eurasiatica della storia e sostenitore dell’idea che la Russia non deve cedere alle tendenze filo-slave, e tantomeno filo-occidentali, ma piuttosto esaltare la connessione storica e culturale con i popoli mongoli che rifondarono Mosca in un ambiente protetto, eccola che torna, dall’immoralità occidentale. Il destino della Russia moderna è quello di trasformare l’Europa nella Mongolia, perché è la cultura mongola ad aver temprato il carattere russo. La versione più aggiornata di questa tesi è quella che, alla condanna della corruzione occidentale, aggiunge la malvagità degli ebrei, secondo l’interpretazione di un intellettuale fascista, Alexander Dugin, molto ascoltato in Russia e ora anche nell’Italia populista. 

Quindi, le fonti intellettuali dell’attacco di Putin all’Occidente sono il totalitarismo cristiano di Il’in, l’eurasiatismo di Gumilëv e il neonazismo di Dugin. Lo strumento è Internet. 

I governi occidentali e le grandi aziende della Silicon Valley non sono riusciti a evitare gli attacchi di agenti stranieri ai processi democratici del 2016 e degli anni successivi, ma gli americani si sono difesi meglio nel 2018. Si può discutere sull’impatto reale di queste ingerenze sulle elezioni dell’Occidente libero, e se effettivamente siano state decisive per far uscire il Regno Unito dall’Europa, per eleggere Trump alla Casa Bianca, per fermare le riforme italiane, per disarcionare i governi liberal e sostituirli con maggioranze populiste, ma il dato certo è che le intromissioni ci sono state. Lo sostengono diciassette agenzie americane di sicurezza nazionale e quelle di buona parte dei paesi europei, lo dicono i governi dell’Unione finiti sotto attacco e anche quello britannico. Queste ingerenze sono state di natura digitale ma anche di natura analogica, sotto forma di elargizioni di denaro, di patti politici, di complicità e di propaganda vecchio stile. 

Il mondo occidentale non ha ancora elaborato una risposta cogente, anche perché in alcuni casi a governare sono i beneficiari di questa strategia destabilizzatrice, ma perlomeno ora c’è maggiore presa di coscienza della dottrina del caos elaborata da Putin. 

L’ex vicepresidente americano Joe Biden, con un articolo del gennaio 2017 su «Foreign Affairs», ha spiegato bene le mire del Cremlino, ma da numero due dell’amministrazione Obama non aveva fatto molto di più che accorgersi delle ingerenze russe e l’assenza di una denuncia perentoria di quanto stava accadendo intorno alla sfida Trump-Clinton rimarrà una delle macchie dell’eredità politica di Obama. La Casa Bianca di allora era convinta che nonostante tutto Hillary avrebbe prevalso su Trump e quindi ha scelto di agire sotto traccia contro i russi, per evitare di essere accusata di favorire il candidato del Partito democratico. Non è andata così. Gli ex membri dell’amministrazione Obama, soprattutto quelli che spingevano per una risposta dura agli attacchi russi, ma anche le colombe che hanno sostenuto la linea morbida del presidente, lo hanno riconosciuto. Ben Rhodes, viceconsigliere per la Sicurezza nazionale di Obama, nel suo libro The World as It Is, ha raccontato che Barack Obama e Matteo Renzi durante un colloquio alla Casa Bianca hanno parlato anche delle interferenze esterne sul voto italiano: «Stanno facendo in Italia le stesse cose che fanno qui», ha detto Renzi a Obama, il quale avrebbe offerto all’alleato italiano un sostegno dell’amministrazione altrettanto blando quanto lo sforzo per fermare l’attacco russo agli Stati Uniti. Lo stesso Renzi, nel suo libro Un’altra strada, ha confermato di aver sollevato il problema direttamente con Putin, oltre che con gli alleati Obama, Cameron e Merkel. 

Contro Putin e la sua strategia digitale del caos sono state mantenute le sanzioni economiche adottate dopo l’invasione russa dell’Ucraina e poi rinnovate con maggiore forza; sono stati espulsi alcuni diplomatici del Cremlino; è stato impedito l’ingresso in Gran Bretagna a cittadini russi; la politica americana discute dei rapporti tra Mosca e il team Trump; sono state bloccate le trame oscure di Cambridge Analytica; è stata approvata una direttiva dell’Unione Europea contro l’abuso dei dati personali in possesso dei social network; è stato avviato un grande dibattito politico, sociale e culturale sull’impatto delle piattaforme digitali sulle società libere, con tanto di audizioni pubbliche dei vertici di Facebook al Congresso americano e al Parlamento europeo. Ma non c’è ancora una strategia unitaria di governi e industria digitale e la reazione non è sufficiente a scongiurare un altro attacco al cuore dell’Occidente. I due player più importanti di questa vicenda, quelli con potenziale e risorse in grado di prevenire e respingere gli attacchi, la Silicon Valley e il governo americano, continuano a restare disconnessi e a non lavorare insieme per evitare che l’influenza russa o di qualche altro attore straniero possa ripetere l’exploit del passato anche in occasione delle prossime tornate elettorali. 

Il sistema americano è ancora vulnerabile: nella Silicon Valley pensano che la responsabilità sia delle agenzie di intelligence che non si fidano in pieno dei colossi tecnologici e non condividono con loro le informazioni necessarie a prevenire l’ingerenza straniera. A Washington, invece, credono che Facebook e Google siano meglio equipaggiati dei servizi segreti per monitorare le attività sospette sulle loro piattaforme e lamentano di non avere accesso ai dati a loro disposizione. 

Questo rimpallo di responsabilità arriva direttamente al cuore della Casa Bianca: sia le aziende della Silicon Valley sia i servizi americani credono che manchi una grande risposta strategica nazionale da parte di un’amministrazione Trump molto restia, se non addirittura contraria, a riconoscere la gravità del problema; perché considerare seriamente la minaccia russa in fondo metterebbe in discussione la legittimità del voto del 2016 e dell’elezione stessa di Trump. 

Tutto questo conferma quanto sia paradossale che l’Occidente democratico non abbia gli strumenti giuridici per difendersi da chi utilizza tecnologie e piattaforme digitali per attaccare le fondamenta della società aperta. 

Tratto da Chiudete Internet, 2019, Marsilio Editori