Ai confini dell’EuropaLa cinica strategia di Putin e l’impotenza di pensiero dell’Occidente

Il dittatore russo fa perno sul favore della minoranza compatta di cittadini ucraini filo russi per giustificare la pressione militare. Si tratta dell’ennesima ripetizione di una stessa tattica che ha già applicato in diversi scenari di guerra, complice la cecità tattica e strategica dell’Ue e degli Stati Uniti

LaPresse

Quanti cittadini ucraini stanno con Putin e contro il governo di Kiev? Di più e peggio: quanti ucraini aspettano con favore l’invasione militare della Russia? Queste sono le crude questioni attorno alle quali Europa e America dovrebbero costruire le loro strategie sulla più grave crisi militare dopo la caduta dell’Urss. Ma non lo fanno, tranne Emmanuel Macron e Mario Draghi, che però pagano la cecità di una Europa che ha consegnato a Vladimir Putin il controllo del proprio approvvigionamento energetico.

Le risposte a queste domande sono sconcertanti quanto incredibilmente assenti sui media – e passi – e nelle teste dei leader della Nato: Putin gode del favore di milioni di cittadini ucraini. Una assoluta minoranza naturalmente, ma compatta, convinta e per di più vincente nel 2014 sul piano militare nella guerra civile ucraina.

Nessuno può rispondere con esattezza, ma è certo che buona parte dei quasi quattro milioni di cittadini delle Repubbliche autonome ucraine di Donetsk e di Lugansk amano Mosca – e Putin – quanto disprezzano il governo di Kiev. Ma non basta: in tutta l’Ucraina i russofoni sono 8 milioni, una minoranza, il 17-20% della popolazione, ma le contraddizioni in seno al popolo sono tali che persino la chiesa ortodossa si è spaccata in due dopo la guerra civile del 2014 e la maggioranza dei 15 milioni di fedeli è rimasta fedele alle direttive del Patriarcato di Mosca – in piena sintonia con Putin – e solo una minoranza segue l’autoproclamato autonomo Patriarcato di Kiev.

Ancora: parte dell’economia ucraina è sotto il controllo di oligarchi filo russi, in primis Victor Medvedchuk tycoon dei media, tanto che uno degli elementi che hanno fatto deflagrare la crisi è stata una legge contro gli oligarchi presentata il Parlamento dal presidente Zelensky nel luglio scorso e poi prontamente ritirata a della capacità di reazione sui gangli vitali dell’economia ucraina degli oligarchi amici di Putin.

Dunque, un quadro complesso, contraddittorio, nella nazione più divisa e travagliata d’Europa, nella quale da un millennio il peso delle occupazioni straniere non ha pari e dalla storia più che crudele nell’ultimo secolo: dai milioni e milioni di ucraini fatti morire scientificamente per fame da Stalin negli anni venti e trenta con una carestia procurata – l’Holodomor – per proseguire col milione di ucraini – come ricorda il generale Carlo Jean – che si arruolarono volontari nella Whermacht nazista (30.000 nelle Ss) per finire con le convulsioni post sovietiche più drammatiche tra i paesi del Patto di Varsavia. Nessuna nazione europea ha una storia più dilaniata dell’Ucraina.

Il dramma per l’Occidente è che Putin si è sempre mosso come un pesce nell’acqua in questo quadro contraddittorio e ha sinora vinto nei fatti tutte le battaglie, inclusa l’annessione della Crimea, russa e non ucraina per due secoli. Sigillo di questa vittoria del Cremlino è stato il riconoscimento con gli accordi di Minsk, siglati e riconosciti con l’Europa, del diritto alla autonomia in un quadro federale ucraino delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Nel frattempo, i governi di Kiev post Maidan, hanno impostato in modo settario e cieco le spinte autonomiste delle popolazioni filo russe del Donbass definendo i loro armati terroristi, dunque da schiacciare, senza spazio alla trattativa. Ma alla trattativa – a Minsk appunto – hanno dovuto cedere dopo che l’esercito ucraino ha perso le battaglie con i filo russi sul terreno militare, non senza molteplici episodi di ufficiali di Kiev che hanno venduto ai ribelli armi e persino carri armati e blindati.

Una vittoria militare dei separatisti basata certamente sugli aiuti militari di Putin, i famosi omini verdi, ex militari russi efficientissimi contro l’esercito di Kiev, ma anche e soprattutto sul consenso popolare. L’insospettabile Le Monde ha dato questo giudizio sul referendum votato dalle popolazioni del Donetsk e del Lugansk per legittimare la nascita delle rispettive Repubbliche autonome: «Nelle regioni minerarie il referendum è quasi apparso come un’immensa comunione popolare».

Ma, dopo quegli accordi, per ben otto anni, i governi di Kiev, incluso quello di Zelensky, hanno tenuto aperta la ferita e non hanno per nulla varato la riforma costituzionale prevista a Minsk che riconosce la autonomia in un contesto federale al Donetsk e al Lugansk. 

Dunque, di fatto, hanno favorito Putin, che è un autocrate e un dittatore, aggiungiamo pure spregevole, ma che sa, a differenza dell’Europa e degli Stati Uniti, usare le armi della politica, e fa perno sul favore di milioni di cittadini ucraini filo russi, congiungendolo alla pressione militare ai confini per imporre la sua politica di potenza.

Un Putin (ribadisco che è un dittatore autoritario per non essere accusato di simpatia nei suoi confronti) che ha dalla sua peraltro uno dei casi più eclatanti di cecità tattica e strategica dell’Europa e degli Stati Uniti perfettamente definite a caldo, nel 2014, dal più che progressista Edgar Morin, totalmente insospettabile di simpatie putiniane: «Purtroppo l’impotenza dell’Occidente, non è solo, per quel che concerne l’Europa, di carattere militare, non è solo di volontà. È impotenza di pensiero politico, di pensiero tout court.(…) L’impietosa escalation di pericoli impone il solo piano di pace coerente: quello dell’Ucraina federale, trait d’union tra Ovest ed Est. Non siamo più nella fase in cui si deve cercare il meglio, noi siamo nella fase in cui si deve evitare il peggio».

Questa impotenza di pensiero dell’Occidente, che rifulge ancora oggi nei discorsi roboanti della dirigenza Nato e negli allarmi un po’ isterici sull’imminente invasione russa dell’amministrazione Biden, prontamente smentiti e addirittura ridicolizzati dal governo ucraino di Zelensky, costituisce oggi la seconda fonte, assieme al consenso di una parte sia pure minoritaria, ma compatta di cittadini ucraini, della grande forza di Putin e spiega la ratio del suo dispiegamento massiccio di militari alle frontiere con l’Ucraina.

È uno schema che Putin ha già applicato nel 2008 in Georgia, e poi nel 2017 in Siria, nel 2019 in Siria e addirittura nel 2021 in Mali e in Centrafrica, impiantando la Russia come solida potenza militare addirittura nel cuore del Mediterraneo e del Sahel. Tutti quadranti nei quali l’incapacità di analisi politica, sommata all’autolesionista disimpegno militare degli Stati Uniti e dell’Europa, gli hanno permesso di governare le crisi locali per perseguire con successo il disegno di una Russia che ridiventa potenza mondiale.