L’ultimo Citizens’ PanelI cittadini dell’Ue chiedono salario minimo e multilinguismo obbligatorio

Da Dublino la Conferenza sul Futuro dell’Europa approva altre 48 raccomandazioni, tra cui varie richieste di regolare il mondo digitale e rafforzare gli ammortizzatori sociali

AP/Lapresse

Si sono riuniti a Dublino, in Irlanda, ma con il pensiero rivolto a quanto sta accadendo in Ucraina. La guerra scatenata dalla Russia è argomento frequente tra i cittadini del Panel 1 della Conferenza sul Futuro dell’Europa: non se ne è parlato nelle sessioni ufficiali, ma molto durante i momenti di pausa. Una manifestazione di solidarietà al popolo ucraino, con i partecipanti riuniti dietro una bandiera gialloblu a chiedere la pace ha pure marcato l’inizio dei lavori.

Questo Citizens Panel doveva essere il primo a fornire le sue raccomandazioni, ma a causa della pandemia da Covid-19 è stato spostato da dicembre a fine febbraio. Tanti gli argomenti sul tavolo per i 161 presenti al Castello di Dublino e per i venti collegati da remoto (gli altri 19 erano impossibilitati a partecipare): economia, giustizia sociale, istruzione, cultura, gioventù, sport e trasformazione digitale.

Salario minimo, pensioni e tassazione equa
Dall’ampio ventaglio di temi sono uscite richieste molto precise in alcuni ambiti. I cittadini propongono l’introduzione di un salario minimo in tutti gli Stati dell’Unione europea in due delle 48 raccomandazioni approvate: dovrà essere adeguato all’inflazione, tenere conto del potere d’acquisto nei diversi Paesi e garantire a chi lo percepisce condizioni di vita superiori alla soglia di povertà.

Avanzate pure l’idea di una pensione minima, corredata da un’età pensionabile differente in base alla professione, e un accesso agevolato all’alloggio per le persone in difficoltà economica. Per armonizzare le regole nei vari Paesi, all’Unione europea dovrebbero spettare maggiori competenze nelle politiche sociali.

Il desiderio di una maggiore equità traspare anche dalla richiesta di una tassazione uniforme all’interno degli Stati membri, per porre fine alle pratiche dannose dalle aziende e alla concorrenza che si innesca tra i Paesi. Le tasse andrebbero pagate nel luogo dove si svolgono le attività commerciali o la vendita dei servizi: un modo di combattere la delocalizzazione e arginare l’elusione fiscale delle multinazionali, alcune delle quali eleggono come propria sede legale un Paese europeo a tassazione agevolata.

Regolare il far west della rete
Un altro punto importante per i cittadini è la regolamentazione del mondo di internet, argomento molto ampio su cui sono al lavoro da tempo anche le istituzioni europee. In particolare, si chiede una migliore applicazione del Gdpr, il regolamento europeo sulla protezione dei dati forniti dai cittadini, che dovrebbero essere cancellabili su loro richiesta e mai venduti senza esplicito consenso.

Un’agenzia europea indipendente dovrebbe definire chiaramente i comportamenti intrusivi come lo spam e punire le aziende che non si adeguano sia multandole in maniera proporzionale al fatturato, sia limitandone le operazioni future.

Tante le richieste nell’ambito della sicurezza informatica, dall’aumento delle risorse per Europol agli investimenti pubblici in infrastrutture digitali per garantire l’autonomia dai colossi del settore o da Paesi stranieri.

I cittadini vorrebbero anche più strumenti di contrasto alle fake news in rete: educazione sulle dinamiche della disinformazione, legislazione più stringente per i social media al fine di verificare l’attendibilità delle notizie che riportano e anche «una piattaforma digitale che valuti l’informazione proveniente dai media tradizionali», che sia aperta al controllo pubblico e indipendente da interessi politici ed economici.

Uno spazio simile dovrebbe essere dedicato al materiale didattico sul cambiamento climatico: «Conterrà informazioni certificate e aiuterà gli insegnati ad apprendere nozioni e dati da trasmettere ai propri allievi, dall’asilo alle scuole superiori», afferma a Linkiesta Piero Savaris, che del Panel è anche delegato. «Avremmo voluto proporre direttamente l’educazione ambientale come materia scolastica, ma i programmi educativi sono competenza dei singoli Stati».

Eppure i cittadini vorrebbero influire comunque su ciò che viene insegnato a scuola: una proposta chiede di promuovere il multilinguismo, rendendo obbligatorio un livello di conoscenza molto alto (C1) di una lingua straniera già per i bambini delle scuole elementari.

Al tempo stesso non va trascurato l’apprendimento dell’inglese, materia fondamentale nelle scuole primarie che rafforza «la capacità dei cittadini europei di comunicare efficacemente» e favorisce lo sviluppo di un’identità comune.

Come accaduto negli altri tre Citizens’ Panel, anche in questo caso molte raccomandazioni si sovrappongono e/o riguardano iniziative già in elaborazione da parte delle istituzioni comunitarie: il «sistema europeo di etichettatura» dei prodotti alimentari voluto dai cittadini, ad esempio, verrà proposto dalla Commissione entro la fine dell’anno. Le misure per aumentare la natalità invocate nell’incontro sono invece state già discusse dal Parlamento europeo. Destinata a entrare nel dibattito, sia a livello comunitario che nazionale, è pure la proposta di sostenere la morte assistita, approvata con il 78,5% dei voti (il 70% era la soglia minima necessaria).

Solo tre le raccomandazioni arrivate alla votazione finale e qui bocciate dai cittadini, tra cui l’idea di istituire un meccanismo europeo di monitoraggio sull’applicazione dei diritti delle minoranze. Un aspetto forse poco considerato nella lista delle conclusioni finali: «Mi aspettavo più riferimenti ai diritti delle donne e ai problemi delle persone disabili», commenta delusa Ilaria Giangaspero, un’altra delle cittadine italiane presenti.

Conferenza sul Futuro dell’Europa: i prossimi passi
Con l’incontro di Dublino termina l’elaborazione dei Citizens’ Panel e la Conferenza sul Futuro dell’Europa entra in una nuova fase. Le 48 raccomandazioni emerse, saranno discusse nella prossima sessione plenaria, in programma l’11 e il 12 marzo al Parlamento di Strasburgo. Insieme alle 130 degli altri Panel formano il corpus di proposte che sarà esaminato e discusso da europarlamentari, deputati nazionali, commissari europei, ministri, sottosegretari e rappresentanti della società civile, insieme agli 80 delegati dei Panel stessi.

Come rivelato a Linkiesta da fonti comunitarie, il Segretariato comune della Conferenza provvederà ad accorpare le raccomandazioni relative agli stessi argomenti, eliminando i «doppioni». Questo processo dovrebbe ridurre il numero a 60-70, a cui vanno aggiunte quelle formulate dai Panel nazionali. Al momento però, solo cinque Stati Membri hanno organizzato tali eventi sul proprio territorio: Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lituania.

Una volta ridotto il numero delle raccomandazioni, non è ancora chiaro come procederanno i lavori. Le regole della Conferenza stabiliscono che è necessario raggiungere il consenso almeno delle quattro componenti politiche (i 108 deputati del Parlamento europeo, i 108 deputati dei parlamenti nazionali, i tre commissari e i 54 ministri e sottosegretari degli Stati membri) per «presentare le proposte» al Comitato esecutivo, formato a sua volta da tre rappresentanti per ogni istituzione Ue: Europarlamento, Consiglio e Commissione.

L’incognita principale riguarda l’eventuale dissenso dei delegati dei cittadini (80 provenienti dai Panel, 27 scelti dai governi nazionali più la presidente del Forum europeo della gioventù Silja Markkula).

Resta da decidere se potranno esprimerlo su singole proposte o se dovranno bocciare l’intera relazione finale. Ma anche se potranno ripescare eventuali raccomandazioni scartate dagli esponenti politici. Le persone comuni sono i protagonisti di questo esperimento democratico, ma il loro copione è ancora tutto da scrivere.