Upstream nazionaleFinita l’emergenza, sarebbe imperdonabile lasciare i giacimenti italiani allo Stato imprenditore

La congiuntura hanno fatto tornare di attualità lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi del Paese e il governo ha introdotto un meccanismo dei prezzi a beneficio dei consumatori industriali. È importante che questo rimanga un modello momentaneo e non dia luogo a una sorta di nazionalismo delle risorse. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

di JJ Ying, da Unsplash

La crisi energetica che dura da mesi, e che è letteralmente esplosa con l’invasione russa dell’Ucraina, ha fatto tornare di attualità lo sfruttamento delle risorse nazionali di idrocarburi. Improvvisamente tutti ne hanno scoperto la “strategicità”. Ma cosa significa questo? Bisogna stare attenti a non passare da un estremo (la condanna senza appello dei combustibili fossili) all’altro (la loro gestione secondo logiche puramente politiche). Insomma: cerchiamo di essere razionali.

L’Italia ha importanti giacimenti di petrolio e gas. In gran parte sono sotto-sfruttati a causa dei vincoli legislativi, della moratoria (di fatto e di diritto) sulle nuove estrazioni e della ritrosia a rilasciare autorizzazioni anche quando ce ne sarebbero i presupposti. Rinunciare a queste risorse è insensato: non solo, come stiamo purtroppo vedendo, può esserne danneggiata la nostra sicurezza, ma ci perde l’intero sistema, che vede svanire investimenti, occupazione, royalties.

Adesso, però, sembra che improvvisamente dobbiamo ricuperare tutto il tempo perduto. Il governo ha approvato un decreto che prevede addirittura le modalità di cessione e nei fatti introduce una specie di meccanismo di prezzi amministrati a beneficio dei consumatori industriali. È tutto comprensibile alla luce della difficilissima congiuntura che stiamo attraversando. Ma sarebbe sbagliato estrapolarne un modello da generalizzare al di là di questa fase drammatica. E sarebbe ancora più sbagliato dedurne una specie di nazionalismo delle risorse.

Al di là delle misure di brevissimo termine, dunque, il governo dovrebbe mappare gli ostacoli che in questi anni sono stati frapposti all’upstream nazionale. Si tratta di ripulire norme, sbloccare procedimenti e, in alcuni casi, forse anche prevedere regimi derogatori per accelerare investimenti oggi necessari.

Si tratta anche di rimuovere quella moratoria di fatto, ancora più importante di quella di diritto, praticata attraverso il diniego di nuovi permessi esplorativi: spesso quelli che si oppongono allo sfruttamento delle risorse già trovate dicendo che sono poche sono gli stessi che non vogliono si faccia esplorazione. L’argomento, dunque, diventa circolare: è un no perché no, e questo “no” è inaccettabile e dannoso.

Ma, in ultima analisi, la scelta su quali e quante risorse sfruttare deve rimanere economica, e dipendere dal rapporto tra i costi di produzione e i prezzi attuali e attesi delle commodity energetiche. E tale scelta, esattamente come i rischi e gli utili conseguenti, deve rimanere in capo ai titolari delle concessioni.

Insomma: è un bene disboscare la burocrazia. L’importante è non cercare nel sottosuolo quello che non si trova né lì né in alcun altro luogo, cioè l’efficienza, la sicurezza e l’economicità dello Stato imprenditore.