Dov’è la collera russa?Non è solo la guerra di Putin, purtroppo è la guerra della Russia all’Ucraina

Se i cittadini russi avessero soltanto un briciolo del coraggio degli ucraini, scenderebbero in piazza, fermerebbero il paese e costringerebbero il regime a ritirarsi. Ma una nazione di centoquarantaquattro milioni di abitanti per ora ha scelto di ignorare i crimini contro Kiev oppure di scappare all’estero, diventando corresponsabile dell’invasione lanciata dalla cosca criminale del Cremlino

Ap/LaPresse

Se i russi avessero solo un briciolo del coraggio degli ucraini – un briciolo, ne basterebbe soltanto un briciolo – la guerra finirebbe domani e forse non sarebbe mai nemmeno cominciata. Seduti comodamente nei nostri salotti riscaldati dal gas russo, forse anche noi europei e occidentali dovremmo liberarci dall’illusione che l’invasione armata dell’Ucraina sia una trovata impopolare escogitata in solitaria dal criminale del Cremlino e che i russi siano le altre vittime di questa carneficina.

Ovviamente anche i russi sono vittime del despota che si atteggia a Zar, e la lista degli oppositori e dei dissidenti e dei giornalisti uccisi negli ultimi venti anni è più lunga dei tavoli da riunione del Cremlino. Il caso di Alexei Navalny, l’oppositore prima avvelenato e poi incarcerato, è l’esempio più unico che raro dello stato dell’opposizione russa al regime, anche perché la Federazione russa conta la bellezza di centoquarantaquattro milioni di abitanti e di Navalny ce n’è soltanto uno.

Ecco, basterebbe che il dieci per cento o anche solo il cinque per cento di questi centoquarantaquattro milioni di cittadini russi scendesse in piazza, fermasse le fabbriche, occupasse le università per mandare il paese in tilt e costringere gli apparati, i militari e il dittatore a rivedere i piani di annessione dell’Ucraina. 

Ma in piazza, nelle fabbriche e nelle università non c’è né il cinque né il dieci e nemmeno l’uno per cento dei russi. Qualcuno protesta, sì. Finisce subito in galera, certo. Ovviamente è facile pretendere una ribellione popolare da Milano o da Parigi o da Berlino. Ma resta il fatto che, senza considerare i sostenitori entusiasti di Putin, tra i cittadini russi prevale il calcolo che sia più conveniente restare zitti e buoni o al massimo scappare all’estero, in Turchia o in Finlandia, a Dubai e finanche in Kazakistan piuttosto che contrastare la cosca putiniana. 

Non fare niente, fuggire altrove o al massimo lamentarsi perché Instagram non è più accessibile è una scelta unanime dei cittadini russi, comprensibile quanto si vuole per i rischi che si corrono ma comunque una scelta precisa. E il risultato di questa scelta condivisa è che questa in corso è la guerra dei russi all’Ucraina. Di tutti i russi, non solo di Putin. 

Mentre i lasettisti e i retequattristi del bipopulismo televisivo italiano, volenterosi complici rossobruni di Putin, occupano le strisce disinformative giornaliere con personaggi improbabili che imputano alle vittime le responsabilità della guerra e scatenano miserabili mestatori per spiegare agli ucraini come arrendersi chiavi in mano, i russi fanno finta di guardare altrove e gli ucraini difendono le loro case e le loro famiglie dall’assedio dell’esercito invasore e laddove hanno perso il controllo del territorio sfilano ad armi nude e a bandiere spiegate davanti alle armate russe che si fregiano orgogliosamente della nuova svastica a forma di Z. 

L’altro giorno, parlando con Yaryna Grusha Possamai, ex “bambina di Chernobyl” adesso cittadina italiana, docente di letteratura del suo paese alla Statale di Milano e da poco nostra collaboratrice, ho capito quanto sia insopportabile per chi ha genitori, parenti e affetti di ogni tipo minacciati dalla mitraglieria dell’esercito russo – e non sa nemmeno se siano vivi o morti, rapiti o affamati – sentirsi dire che i russi non sono come Putin proprio mentre i russi – sia quelli impegnati a sparare sui civili sia quelli che non contestano il regime – evitano meticolosamente di dimostrarlo e non muovono un dito per cambiare il corso delle cose.  

È vero che i russi rischiano di finire in carcere anche solo se pensano come gli occidentali, come ha minacciato Putin nel delirante discorso televisivo di mercoledì sera, ma provate a spiegare il rischio del fermo di polizia agli ucraini che dal 2014 rischiano la vita a Maidan e ora al fronte, anzi morivano a Maidan e muoiono al fronte, per affermare il diritto all’indipendenza nazionale dai fantocci del Cremlino e per aderire a un sistema di convivenza civile basato sul rispetto e sul diritto, sulla società aperta, e non sulla società dove vige il buio a mezzogiorno. 

Where is the outrage?, dov’è la collera dei russi sui crimini commessi dai connazionali in Ucraina e prima ancora in Bielorussia, in Siria, in Georgia, in Cecenia e anche in Russia? Non c’è.

Si spiega meglio, quindi, quanto è successo ieri all’Arco della Pace di Milano, durante la manifestazione per l’Ucraina. Quando il sindaco Beppe Sala ha detto che «gli ucraini sono nostri fratelli» e anche che «i russi sono nostri fratelli», qualcuno tra i diecimila presenti, qualcuno della comunità ucraina, lo ha interrotto con uno squillante «i russi non sono nostri fratelli».

La storia ucraina del resto è una lunga storia di lotta impari contro la politica coloniale russa, dal Settecento all’invasione del 2014 e di questi giorni, passando per lo sterminio per fame (cinque milioni di morti) noto con il nome di Holodomor e deciso a tavolino da Stalin. Non è che ci si possa stupire oggi del forte spirito nazionalista e indipendentista degli ucraini e della loro necessità vitale di affrancarsi dall’oppressore, di avvicinarsi all’Europa e di sentirsi più sicuri sotto l’ombrello protettivo della Nato.

Nel 1991, tre settimane prima della dichiarazione d’indipendenza ucraina dall’Unione sovietica che avviò la smobilitazione finale dell’impero comunista, George Bush senior al Soviet supremo di Kiev fece un discorso realista, patetico e disonorevole passato alla storia con il nome ingiurioso di ”Chicken Kiev speech” che gli affibbiò William Safire sul New York Times. In quel discorso, l’allora presidente degli Stati Uniti disse che gli americani non avrebbero mai sostenuto coloro che cercavano l’indipendenza «per sostituire una dittatura lontana», quella di Mosca, «con un nazionalismo suicida centrato sull’odio etnico». In quell’occasione Bush si fece messaggero degli interessi del Cremlino e del leader sovietico Gorbaciov che brigava per non far crollare l’Unione sovietica sotto i tellurici movimenti di libertà dei suoi ex sudditi. Secondo gli ucraini di allora, il presidente americano si mostrò più filosovietico degli stessi leader comunisti ucraini.

Insomma, gli americani di Bush senior, in nome della Realpolitik, nel 1991 cercarono di scongiurare la fine dell’impero sovietico e di frenare l’indipendentismo ucraino. Questo per dire quanto siano fallaci le argomentazioni di Putin sull’interferenza americana e occidentale in quell’area di confine e quanto in realtà noi europei dobbiamo agli ucraini. Il loro coraggio antitotalitario si è visto allora, nel 2014 a Maidan e in questi giorni sotto assedio.

La speranza adesso è che prima o poi i russi riusciranno a ribellarsi al loro tiranno e al loro tragico destino, altrimenti sarà improbabile evitare ulteriori catastrofi umanitarie. Ma finché sulla carneficina in Ucraina non ci sarà una mobilitazione all’altezza di questo nome a Mosca e non solo a Mosca, nelle città e nelle campagne, oltre che negli apparati di sicurezza e tra i capibastone dell’azienda Cremlino spa, è comprensibile perché gli ucraini non considerino i russi come fratelli ed è normale che li reputino volenterosi carnefici di Putin, alla pari dei tedeschi comuni raccontati da Daniel J. Goldhagen nel suo famoso saggio sugli anni di Hitler. 

Le sanzioni economiche che stanno piegando economicamente la Russia servono soprattutto a questo, a indicare ai russi comuni l’uscita di sicurezza per scongiurare lo sterminio degli ucraini programmato dal Cremlino e dimenticare per sempre l’incubo di un ritorno al passato.