Una storia controcorrenteIl lungo sogno di un’Italia liberale e le speranze per il domani

Come sarebbe stato il panorama politico del Dopoguerra se Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo Rosselli e Giacomo Matteotti non fossero stati eliminati? Se lo chiedono Panebianco e Teodori nel loro ultimo libro (Solferino editore). In un Paese diviso tra due chiese una terza forza sarebbe stata auspicabile. Ma forse adesso qualcosa si muove

di Evgeni Tcherkasski, da Unsplash

Il libro di Angelo Panebianco e Massimo Teodori (“La parabola della repubblica”, edizioni Solferino) ha il notevole pregio di riempire un vuoto, e cioè una rilettura della presenza e della carenza liberale, intesa in senso lato, nell’Italia del secondo dopoguerra.

Ma è anche a sua volta la descrizione di un vuoto, ovvero del tentativo sostanzialmente mancato di presidiare in modo organico uno spazio politico – talora erroneamente geolocalizzato come di centro – che pure poteva essere molto importante nell’evoluzione mancata della storia politica italiana in chiave schiettamente europea. Certamente non oggetto di attenzione di una cultura che ancora un po’ soffre della sovrarappresentazione degli anni in cui in Italia Laterza faceva fatica a ristampare Croce.

Il sottotitolo, “Ascesa e declino dell’Italia liberale”, non rispecchia il modo in cui sono andate effettivamente le cose. Forse potremmo invertire i termini, e parlare di declino iniziale e poi di tentata ascesa di una Italia liberale al contrario. Perché, nell’immediato dopoguerra, l’ascesa potenziale che poteva esserci non si realizzò, e se mai è nei giorni nostri che si assiste a tutto un fiorire di autocelebrazioni liberali, in un eccesso di elogi talora imbarazzante.

Entrambe fasi peraltro ingannevoli, perché negli anni iniziali, di formazione della Repubblica, i liberali erano sparsi, e accomunati solo da due diverse supponenze: quella della scampata classe dirigente prefascista cui l’anagrafe offriva ancora per poco l’illusione di una seconda chance e quella – avversa alla prima – di coloro che pretendevano di contendere il passo ai partiti di massa in nome di una superiore sintesi intellettuale liberal socialista un po’ presuntuosa.

Gli autori ci fanno intravedere quella che avrebbe potuto essere la sorte illuminante di un’Italia moderna, quando evocano nelle prime righe i nomi di Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo Rosselli e Giacomo Matteotti. Sarebbero stati certamente in primo piano nella nuova Italia repubblicana, e nel 1945 ne avrebbero ancora avuto l’energia, ma il dittatore li aveva eliminati prima, stroncando sul nascere quel tipo di futuro, in questo dimostrando una lucida ancorché perversa intuizione. Difficile dire come sarebbe andata a finire se questa fosse stata davvero la leadership dell’Italia dopo il 25 luglio e il 25 aprile, ma è suggestiva la constatazione di Panebianco e Teodori, e cioè che Mussolini fu di mano più leggera verso i Gramsci, ma aggiungiamo anche verso i De Gasperi e i Croce.

In parallelo, subito dopo, i comunisti – intuendone la funzione alternativa – furono più intransigenti verso questa area politica e culturale che non verso quella cattolica.

L’evocazione di un’Italia ipoteticamente guidata da questo antifascismo di grana più intellettualmente qualitativa è certamente invitante, ma la storia si fece poi con i materiali di una realtà politica diversa, e forse era inevitabile.

Il campo liberale e socialista sarebbe stato occupato solo da dirigenti più anziani, in parte scampati al regime, o nel caso migliore ai loro delfini, come Craxi con Nenni.

E sarebbe stato fatalmente un campo di forti divisioni, di personalismi, di fratture e scissioni, con responsabilità forti di tutti: dei liberali, ma forse ancor più dei socialisti, arrivati all’appuntamento in oggettivo ritardo.

Panebianco e Teodori fanno ovviamente capire che avrebbero comunque preferito questo orizzonte, lamentando l’assenza di una terza forza, contrappeso modernizzante rispetto ai difetti comuni delle due chiese che hanno tanto lungamente dominato la politica della Repubblica. La politica, intendiamo, che ha lasciato respirare malamente una alternativa solo di cattiva destra insistentemente nostalgica, sfociata infine nel peggiore tra i populismi occidentali, quello a due teste, che ha rischiato seriamente di portare il Paese fuori dall’ancoraggio ai valori occidentali. Quei valori che il cattolicesimo liberale e il realismo berlingueriano hanno comunque almeno salvato: il lascito più importante, anche se sofferto e contraddittorio, spesso sul ciglio del baratro, dei due grandi partiti di massa.

Accomunati da una interpretazione convergente, i due autori sono portatori di ben diverse esperienze personali, e il lettore segue più facilmente il filo logico del politologo che non certe reminiscenze eccessivamente di parte del politico. Il contributo di Teodori rende infatti sovrastimato il ruolo del Partito radicale nel quale ha militato, almeno fino alla rottura critica con il Marco Pannella in versione “sciamanica”. Comunque, con una generosità verso il PR non pari all’attenzione per il ruolo degli altri partiti laici.

Tocca quindi a Panebianco un gesto di valorizzazione molto apprezzabile per leader dimenticati come Giovanni Malagodi e Giuseppe Saragat che hanno invece avuto un posto importante, anche nei contenuti da essi specificamente sviluppati, al di là dell’innegabile storicità della frattura saragattiana dentro la sinistra, e della netta presa di distanza del liberalismo europeo di Malagodi nei confronti della destra. Avrebbero meritato almeno lo spazio che ancor oggi viene unanimemente riconosciuto, in forme talora acritiche, a Ugo La Malfa.

Qualcuno non ha mai perdonato il successo del Pli nei primi anni ’60, frettolosamente liquidato come una semplice presa di distanza dal primo centrosinistra. Vero è che, in termini di schieramento, la mossa era anche elettorale, ma vero è anche che il PSI visse con un complesso di colpa verso il PCI quell’alleanza con la DC. Solo a metà del decennio successivo la nuova generazione socialista di Craxi e dei suoi alleati interni avrebbe aperto la strada di un riformismo socialista che ha segnato una delle pagine più importanti proprio per l’area politica a cui il libro è dedicato.

E non a caso, a quell’appuntamento del nuovo centrosinistra a guida laica (Spadolini e poi Craxi) non sarebbe mancato il nuovo Pli di Valerio Zanone.

Un partito arrivato al governo dopo una lunghissima traversata del deserto all’opposizione, che forse meriterebbe di essere rivalutata in quanto tale, anche perché non fu facile al Pli far mancare il voto di fiducia ad Andreotti la mattina del rapimento di Aldo Moro.

Era il governo degli equilibri più avanzati, o del compromesso storico, ma non avrebbe avuto molta strada davanti a sé. Importante che ci fosse da subito un partito di opposizione pronto a denunciare i rischi di omologazione e di consociativismo realizzato, con un retroterra democratico di elettori moderati, che non lasciava al solo MSI e alle frange dell’estrema sinistra il monopolio di una contrapposizione che, in quegli anni di terrorismo, finì ad un certo punto fuori controllo.

Curiosamente, il libro non accenna neppure alla stagione del lib lab, interpretata da Enzo Bettiza e dalla nuova leva dei giovani parlamentari liberali entrati in scena nel 1983, forse perché non ebbe anch’essa molta fortuna, ma avrebbe potuto essere la strada giusta per cominciare a costruire finalmente lo spazio di terza forza. Una forza che non poteva far a meno del socialismo democratico come polo di riferimento di ciò che Amendola e Matteotti avevano appena accennato. Per la prima volta dai tempi di Giolitti e Turati, liberali e socialisti si sarebbero trovati comunque dalla stessa parte.

Era l’Italia dei contrappesi, degli equilibri riformatori. Non a caso è stata spazzata via dalla furia di Mani Pulite, alimentata non solo da magistrati in vena di protagonismo e potere che ancor oggi si cerca di sottoporre a verifica referendaria, ma da forze interne ed esterne che non avrebbero gradito in Italia la sepoltura di quel bipolarismo paralizzante e consociativo che sarebbe caduto davvero solo insieme al Muro di Berlino.

Il messaggio del libro non è comunque solo la constatazione di un’occasione lungamente perduta.

C’è molto scetticismo, ma c’è anche la speranza che proprio il declino attuale del populismo, cioè del peggior nemico che la democrazia liberale possa incontrare, dia spazio ad una politica che faccia affidamento su un centro forte.

Le conclusioni sono addirittura nette: «Una forza centrale non sarebbe solo un agente di stabilità: sarebbe anche l’unico possibile mezzo per ricostruire in Italia una presenza liberale».

Con una importante precisazione: «Una forza centrista non è necessariamente una forza liberale. Ma una presenza liberale, intesa come antidoto nei confronti delle pulsioni autoritarie, di destra o di sinistra, non può, nelle attuali condizioni, che collocarsi al centro».

È lì, al centro che ai gioca dunque una battaglia decisiva. Gli autori ripropongono in sostanza politicamente quella rivoluzione istituzionale che Matteo Renzi tentò senza fortuna con la riforma bocciata dal referendum del 2016.

È significativo che a dire queste cose, e scriverle, sia proprio con onestà intellettuale lo stesso Angelo Panebianco che fu sostenitore tenace e instancabile del maggioritario. Un amore sconfitto dai fatti e cioè dalla sequenza oscena delle leggi elettorali, tutte declinate in latino, uscite dall’esito ingannatorio dei referendum di Mariotto Segni. Ma non poteva essere diversamente, perché non si affida alle urne referendarie una catarsi istituzionale. Al massimo ne esce solo un verdetto antipolitico, e infatti agli elettori del 1993/1994 ben poco interessavano la preferenza unica o lo scorporo per il diritto di tribuna. Quei referendum, ancora in piena era di Mani Pulite e di ascesa leghista, furono solo un modo di dare il colpo di grazia ad una classe politica in crisi e cominciare a sperimentare senza rete il “vento del cambiamento” che successivamente avrebbe portato a Virginia Raggi e Danilo Toninelli.

Si esaltava la virtù teorica dell’uno contro uno e un po’ di colpa fu anche del maggioritario all’italiana se si arrivò invece all’uno che vale uno.

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