ArcheorifiutiIl museo della plastica che arriva dal mare

Archeoplastica è un progetto che sensibilizza sul problema dell’inquinamento esponendo come fossero opere d’arte le materie plastiche di 20, 30 e addirittura 60 anni fa che sono state rinvenute sulle coste italiane. Abbiamo intervistato il suo ideatore, Enzo Suma

Altro che poetici messaggi in bottiglia. Camminando lungo le spiagge italiane si trovano davvero dei reperti del passato restituiti dal mare, ma di tutt’altro genere. Un flacone di insetticida Bayer su cui è ancora ben leggibile il costo, 150 lire. Un detersivo per piatti azzurro sbiadito che appariva sugli scaffali dei supermercati intorno al 1965. Una lattina di Coca-Cola con il logo dei mondiali di calcio in Argentina del 1978. Un pacchetto di patatine scaduto nell’83. Quasi pezzi da collezione. E infatti adesso fanno parte di un museo.

A raccogliere e conservare questi reperti è Enzo Suma, guida naturalistica e fondatore di Archeoplastica, progetto che punta a sensibilizzare sul tema dell’inquinamento da plastica. A oggi gli “archeorifiuti” ritrovati sono oltre 500, tutti ottimamente conservati e vecchi di 20, 30 o addirittura 60 anni. «L’idea del progetto è nata circa quattro anni fa. Raccogliendo i rifiuti dalle spiagge, ho subito pensato che avrei voluto organizzare delle mostre con i reperti più antichi», racconta Suma. «Ho iniziato a pubblicare online delle foto dei ritrovamenti e sono rimasto colpito dalle reazioni che ricevevo: le persone erano stupite nel vedere rifiuti così vecchi. Tutti sanno che la plastica dura secoli, ma un conto è leggerlo, un altro è vedere che flaconi che sono in mare da 50 anni sono ancora perfettamente integri».

E lo saranno ancora per molto tempo. Come scrive Silvio Greco nel libro “La plastica nel piatto” (Giunti Editore, 2020), «quando entra negli oceani la plastica non si degrada mai completamente e non ci sono comparti biologici che non ne subiscano l’impatto». Il processo di frammentazione è lungo e lento: può durare centinaia di anni, ancora di più se il rifiuto si trova in mare aperto o, peggio, sui fondali. Un sacchetto di plastica impiega fino a 300 anni per degradarsi in natura. Un pezzo di polistirolo anche 850. Un piatto o una bottiglia un millennio.

Dopo aver raccolto e conservato un sorprendente numero di oggetti in plastica utilizzati e gettati via mentre l’uomo sbarcava sulla Luna o nei giorni in cui a Londra nascevano i Queen, Enzo Suma ha creato ufficialmente il progetto Archeoplastica nel febbraio 2021, grazie a una raccolta fondi che gli ha permesso di finanziare il sito e le prime azioni. Tra cui, appunto, la costituzione del museo degli antichi rifiuti spiaggiati. Si tratta sia di uno spazio virtuale su www.archeoplastica.it, con una selezione di archeorifiuti ricostruiti in 3D e descritti brevemente, sia di una più ampia mostra itinerante che, dopo aver fatto tappa in varie scuole pugliesi, da qualche mese è allestita all’interno della mostra fotografica Planet or plastic? di National Geographic a Bari (fino al 20 marzo).

La stragrande maggioranza dei rifiuti che fanno parte di Archeoplastica proviene dai litorali pugliesi: Enzo Suma vive a Ostuni e ha perlustrato e ripulito in prima persona le spiagge della provincia di Brindisi e dintorni, dove ogni anno, specialmente nella stagione fredda, è sfortunatamente possibile arricchire la collezione con decine e decine di nuovi reperti. «Tanti conoscono il mare solo d’estate, quando i lidi e i Comuni puliscono le spiagge. D’inverno, invece, soprattutto quando ci sono le mareggiate, i rifiuti si accumulano e in alcuni casi può sembrare davvero una discarica». L’obiettivo di Archeoplastica per il futuro, però, è espandersi: sia portando la mostra al di fuori dei confini pugliesi, sia – come ha timidamente iniziato ad accadere nell’ultimo anno – coinvolgendo altre persone che raccolgano e segnalino gli archeorifiuti reperiti in altre zone d’Italia, che non sono ovviamente esenti dal problema. Anzi. 

Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2017 ha calcolato che ben il 79% della plastica prodotta dagli anni Cinquanta a oggi è finita in discarica o dispersa nell’ambiente. Anche in mare, dove ogni anno arrivano almeno 8 milioni di tonnellate di plastica: una quantità che, se non si inverte la tendenza, nel 2050 supererà il peso dell’intero comparto ittico mondiale. Solo nei fondali marini sono ammassati tra i 71,5 e i 116 miliardi di rifiuti di plastica. Ma come ci sono finiti? Esistono diverse strade possibili. Talvolta la plastica viene rilasciata dalle imbarcazioni – è il caso di cassette di polistirolo che contengono il pescato, lenze, reti… – ma nella maggior parte dei casi arriva dalla terraferma. Da scarichi industriali e discariche vicine ai corsi d’acqua, ad esempio. Dall’inquinamento delle spiagge. Anche dai rifiuti dispersi, intenzionalmente o meno, in città e nelle campagne: il vento e i canali fanno il resto. 

In questi dati già impressionanti, tra l’altro, non sono inclusi i frammenti più piccoli di plastica. Nano e microplastiche hanno una dimensione inferiore ai 500 millesimi di millimetro, ma non per questo sono meno problematiche per l’ecosistema. Le immagini di una tartaruga intrappolata in una vecchia rete da pesca hanno un impatto forte e immediato sull’opinione pubblica, eppure ci sono molti altri rischi meno visibili. L’ingestione volontaria (perché scambiata per cibo) o involontaria di plastica può alterare la capacità di nuotare, galleggiare, riprodursi o nutrirsi della fauna marina. Inoltre, insieme a plastica e microplastica finiscono in mare anche gli inquinanti con cui gli oggetti sono stati trattati: i ritardanti di fiamma, i lubrificanti, gli additivi per ottenere maggiore flessibilità, trasparenza, resistenza ai raggi Uv… Anche loro, accumulandosi biologicamente negli organismi viventi, possono alterare l’ecosistema e i processi fisiologici.

Entrando nella catena alimentare marina, poi, nanoplastiche e microplastiche non impiegano molto a finire sulla nostra tavola. La loro presenza è stata rilevata in pesci, molluschi e frutti di mare, ma anche nel sale marino, nell’acqua potabile, nel miele e nello zucchero. Al momento gli effetti certi sulla salute umana non sono ancora chiari; alcuni studi sperimentali hanno però dimostrato che possono accumularsi in fegato, reni e intestino, causare infiammazioni e stress ossidativo e interferire con processi immunitari, neurologici e metabolici. 

La strategia per risolvere il problema, o almeno arginarlo, si basa su tre pilastri: eliminare la plastica non necessaria, rendere quella necessaria riciclabile o compostabile e dare vita a un’economia circolare della plastica, così che non finisca nell’ambiente. Il divieto di usare alcuni prodotti monouso non biodegradabili e non compostabili entrato in vigore in Italia a gennaio, così come la storica risoluzione Onu firmata pochi giorni fa a Nairobi, fanno ben sperare. Ma la strada è lunga e non può prescindere da una presa di coscienza collettiva che si rifletta sui comportamenti individuali.

«Noi stiamo raccogliendo ora rifiuti che hanno 50 anni. I nostri rifiuti, quelli che finiscono adesso in mare, potenzialmente potranno essere raccolti nel 2072», commenta Enzo Suma. Molti di questi sono un prodotto collaterale della pandemia: dal 2020 in poi, dice Suma, non esiste spiaggia in cui non abbia rinvenuto delle mascherine abbandonate. «In realtà quasi tutta la plastica che trovo è legata al mondo dell’usa e getta. Più aumenta il consumo di questo tipo di prodotti, maggiore è l’inquinamento del mare. Se non facciamo qualcosa anche loro un giorno diventeranno archeoplastica, aggiungendosi a quella già presente».