Uniti per il mareL’accordo mondiale per porre fine all’inquinamento da plastica

I rappresentanti di 173 Paesi hanno approvato una risoluzione Onu che potrebbe rivoluzionare lo smaltimento del materiale e la produzione di prodotti riciclabili. Per qualcuno è il passo avanti più decisivo da Parigi 2015

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Ci sono state urla di gioia e applausi quando capi di stato e rappresentanti di tutto il mondo hanno concordato di redigere insieme un trattato internazionale legalmente vincolante per porre fine alla crescente ondata globale di inquinamento da plastica.

È successo mercoledì, durante una riunione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente in Nairobi (Kenya). Qui, i rappresentanti di 173 Paesi hanno approvato una risoluzione storica, definita da qualcuno come il green deal più significativo dall’accordo sul clima di Parigi del 2015.

La risoluzione vedrà le nazioni firmatarie elaborare una serie di regole e obiettivi universali riguardanti «l’intero ciclo di vita» della plastica da negoziare nei prossimi due anni. Si prevede che tale delibera presenti uno strumento giuridicamente vincolante, che metta in luce diverse alternative per la produzione e lo smaltimento della plastica, la progettazione di prodotti e materiali riutilizzabili e riciclabili e infine la necessità di una maggiore collaborazione internazionale per facilitare l’accesso alla tecnologia occorrente.

Come dichiarato dai rappresentanti dell’assemblea, l’obiettivo di questa risoluzione è porre fine ai rifiuti di plastica «dalla fonte al mare», proprio come l’accordo di Parigi ha fatto per le emissioni di carbonio.

Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Un Environment Programme (Unep), ha commentato: «La risoluzione è l’accordo ambientale multilaterale più significativo dall’accordo di Parigi. È una polizza assicurativa per questa generazione e per quelle future, che potranno vivere con la plastica e non esserne condannate».

Durante la riunione dell’Unep è stato osservato che «i livelli elevati e in rapido aumento di inquinamento da plastica rappresentano un grave problema ambientale su scala globale, con un impatto negativo non solo sull’environment, ma anche a livello sociale, economico e di sviluppo sostenibile».

Secondo un report del 2020 di The Pew Charitable Trust, la produzione di plastica è passata da 2 milioni di tonnellate nel 1950 a 348 milioni di tonnellate nel 2017, diventando un’industria globale del valore di 522,6 miliardi di dollari.

Ad oggi, il mondo ha generato più di sette miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 9% è stato riciclato e il 12% è stato incenerito, rilasciando nell’atmosfera i combustibili fossili in esso contenuti e contribuendo al riscaldamento globale. Ancora più preoccupante è però il fatto che la stragrande maggioranza (circa il 79%) di tutta la plastica mai prodotta dall’uomo, si sta attualmente accumulando nelle discariche e non solo; inquinando l’ambiente, danneggiando la vita marina e decomponendosi in microplastiche che hanno poi trovato la loro strada in qualsiasi cosa, dal ghiaccio artico fino – assurdo – alla placenta dei bambini non ancora nati.

A riguardo, Andersen ha aggiunto: «L’inquinamento da plastica è ovunque, dalla fossa oceanica più profonda alla vetta della montagna più alta. Vediamo con i nostri occhi l’inquinamento da plastica. Sentiamo i suoi impatti sul clima. Viviamo circondati dal puro spreco e siamo ossessionati dall’idea di prendere un materiale versatile, durevole e renderlo usa e getta». E questo problema si aggraverà ancor di più nel giro di pochi anni: secondo le stime, entro il 2040, l’inquinamento da plastica è destinato a triplicare.

Il modo esatto in cui il trattato dell’Unep affronterà il problema è ancora da vedere; verrà definito nei prossimi due anni da un comitato negoziale intergovernativo dedicato. L’obiettivo è infatti quello di produrre una bozza entro la fine del 2024.

Nonostante l’opposizione di coloro che speravano la risoluzione si sarebbe concentrata esclusivamente sulla lotta ai rifiuti di plastica negli oceani senza limitarne la produzione, il nuovo approccio che copre appunto «l’intero ciclo di vita» della plastica è stato sostenuto anche da un certo numero di aziende tra cui Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé e Unilever, che i sondaggi hanno regolarmente rilevato essere i peggiori inquinatori di plastica al mondo.

«Ricevere il riconoscimento che questo problema deve essere affrontato lungo la sua intera filiera è una vittoria per i gruppi e le comunità che da anni si confrontano con le trasgressioni delle industrie e le false narrazioni della politica», ha affermato Von Hernandez, coordinatore globale dell’iniziativa Break Free From Plastic.

Infine, la risoluzione riconoscerà formalmente anche il ruolo cruciale dei waste pickers, cioè coloro che raccolgono e recuperano rifiuti ancora riutilizzabili o riciclabili gettati via da altri per venderli o per il consumo personale. Si tratta di uno «sviluppo rivoluzionario»: è infatti la prima volta che i raccoglitori di rifiuti, spesso lavoratori sottopagati nei paesi in via di sviluppo che cercano plastica riciclabile e altri beni, vengono riconosciuti in una risoluzione ambientale.

Per questo, molte ong impegnate nella lotta contro l’inquinamento da plastica hanno descritto la risoluzione come un cambiamento fondamentale nell’approccio dei responsabili politici internazionali.

Alcune nazioni, tra cui Italia, Regno Unito, ma anche Kenya e India, nonché l’Unione Europea, avevano già iniziato a regolamentare individualmente l’utilizzo di plastica monouso. Ma un nuovo trattato globale assicurerà che tutti seguano le stesse regole e perseguano lo stesso obiettivo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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