Gli scafatiNon sappiamo niente, eppure non perdiamo mai l’occasione di spiegare tutto

In un mondo in cui si cerca di verificare in tempo reale ogni informazione, dall’Ucraina agli Oscar l’inspiegabile manda tutti in tilt e non ce ne facciamo una ragione

di Franco Antonio Giovanella, da Unsplash

Se oggi Orson Welles mettesse su “La guerra dei mondi”, la diretta radiofonica fintamente interrotta da un’invasione aliena, non ci crederebbe nessuno. Perché i consumi culturali sono più frammentati e quasi nessuno guarda o ascolta le cose mentre vanno in onda; perché abbiamo strumenti che rendono difficili i misteri, e basta una telecamera di Google View per sapere che in quel punto della Terra non ci sono omarini verdi; e perché ci appassiona moltissimo smontare il giocattolo per vedere com’è fatto.

Nelle tre ore successive alla diretta di Welles, ci sarebbero già mille articoli che spiegano, che dubitano, che ipotizzano spiegazioni, che giurano che a noi non la si fa. L’epoca in cui è più facile falsificare qualunque cosa, in cui qualunque propaganda – bellica o d’altra natura – è possibile, questa è anche l’epoca in cui più ci teniamo a sentirci scafati.

La giornalista russa che ha fatto irruzione col cartello anti-Putin è vera o è falsa? La foto di Nicole Kidman agli Oscar è vera o è falsa? La bambina col fucile e il lecca lecca è vera o è falsa? L’avvelenamento di Roman Abramovich è vero o è falso? Cosa significa vero? Cosa significa falso? Una foto non è comunque falsa, fermando un istante senza mostrarci il prima e il dopo, il contesto, l’intenzione? Una scena televisiva non è comunque falsa, citando quel Nanni Moretti d’epoca che «uno non è spontaneo a casa sua da solo, figuriamoci se è spontaneo davanti a una telecamera»?

Anne Applebaum da massima studiosa dei gulag è divenuta massima studiosa di “Che tempo che fa”. Settimane fa ha criticato un intervento di Roberto Saviano, l’altroieri ha commentato l’apparizione da Fazio di Marina Ovsyannikova, che forse ha fatto irruzione in uno studio televisivo russo ed è per questo divenuta istantaneamente la nostra eroina. D’accordo, in un regime non ci sono programmi non in differita. D’accordo, la multa che le hanno fatto prima di rilasciarla non è convincente. Ma noi non vogliamo dubbi, complessità, sfumature. Anzi, siamo prontissimi a dare dei complottisti a coloro che osino confutare la costruzione del santino del giorno.

Perché abbiamo tantissimo bisogno di santini. Di poster. Di simboli. Di tenere separati i buoni e i cattivi e rifiutare l’idea che qualcosa contenga entrambi i caratteri.

Comunque: Applebaum dice che non sa, non ha un’opinione (l’unica vera presa di posizione eroica in questa dittatura della dichiarazione), ma che certo la Ovsyannikova ci sta impietosendo raccontando che i poveri russi sono vessati dalle sanzioni, e insomma è propaganda.

Forse la Ovsyannikova che viene lievemente multata mentre supponiamo regimi che i dissidenti come minimo li avvelenino è come Abramovich che è stato forse avvelenato e forse no, che a sua volta è come i filmati che vediamo di dissidenti portati via perché hanno un cartello bianco o osano parlare con una troupe televisiva magari per difendere Putin: screziature della realtà e non della perfezione cui ci hanno abituato le sceneggiature di spionaggio.

Pensiamo di stare dentro “The Americans” e invece, persino nel regime dei cattivi, siamo innanzitutto in mezzo a una cialtronata in cui vengono fatti tutti gli errori che gli umani fanno nelle democrazie e altrove.

Per una Politkovskaja che riesci ad ammazzare, chissà a quanti altri sbagli il dosaggio di veleno, chissà Abramovich in che nutrita compagnia si trova. Per un Sindona, anche da noi, chissà quanti se la sono cavata per la goffaggine del sicario. Quelli che dovrebbero rendere impenetrabile la propaganda di regime, e ti portano via in ceppi se hai un cartello bianco, perché non confiscano le telecamere a chi filma il tutto? Che colabrodo di regime è mai questo?

È il regime non nell’epoca dei cinegiornali ma in quella delle telecamere nei telefoni, in cui è impossibile che di qualcosa non restino tracce. Il dettaglio più involontariamente esilarante di “House of Cards” era che il vicepresidente degli Stati Uniti portava una giornalista nella stazione della metropolitana per spingerla sotto a un treno in un punto cieco del binario, e però prima di quel punto cieco ci saranno state duecento telecamere che li riprendevano assieme, e invece nessuno sapeva fosse con lei.

Dopo poche ore dagli Oscar sappiamo che la foto della Kidman stravolta non era stata scattata mentre Smith schiaffeggiava Rock, ma ore prima, in un momento innocuo, stava guardando Jessica Chastain, epperò non sappiamo se quella è una vera dissidente, se quell’altro è stato avvelenato davvero, non sappiamo niente.

Quel che sappiamo è che abbiamo bisogno di suggestioni, e non ci importa se la bambina col fucile è in posa, se la giornalista forse non è una vera dissidente, se Abramovich sta solo proteggendo il proprio patrimonio. Sappiamo riconoscere solo cosa funziona sul mercato delle emozioni. «L’hanno avvelenato» sì, «forse è più complicato di così» no.