Flora e faunaLe piante in fiore a Milano non producono nettare a sufficienza per le api

Nel capoluogo lombardo non piove dal 15 febbraio. Questa siccità comporta una carenza dell’importazione di polline, fondamentale in questo momento della stagione per lo sviluppo delle famiglie negli alveari. Gli oltre ottomila apicoltori milanesi temono per la sopravvivenza degli insetti che vivono grazie ad ambienti umidi

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Piazza Tommaseo, Corso di Porta Ticinese, via Orti, piazzale Dateo sono alcuni dei luoghi milanesi che in questo periodo brillano per le piante in fiore. Magnolie, ciliegi, lillà, prugnoli e biancospini, oltre a platani, tigli e aceri, riempiono ogni giardino o area verde di vivaci colori rosa e bianchi. Uno spettacolo che nemmeno la siccità ha potuto modificare: infatti a Milano non piove dal 15 febbraio, unico giorno di pioggia del nuovo anno che ha interrotto altri 39 giorni consecutivi senza precipitazioni.

Il Po ha raggiunto il suo minimo storico e in tutta la pianura Padana c’è preoccupazione per la fauna che vive grazie ad ambienti umidi, come per esempio le api. «Al momento la loro crescita procede bene, ma c’è di che preoccuparsi per il miele: piante a secco non riescono a produrre nettare a sufficienza per le api. Sarebbe un ulteriore colpo per il mercato dopo quanto successo nel 2021, in cui ci fu un periodo di siccità simile», racconta a Linkiesta Mauro Veca, titolare di un’azienda apicola, Apicoltura Veca, che ha la sua sede principale nella zona di San Siro-Baggio. 

Può sembrare paradossale ma le api ci sono anche a Milano. E ci stanno anche bene. Lo dimostra il progetto Api-Gis di Fondazione Cariplo, che cerca di analizzare il processo di interazione degli insetti nel contesto urbano. E i risultati sono sorprendenti: in città sono stati individuate cinque famiglie di api diverse, 17 generi e 60 morfospecie.

«Ci sono le api da miele (che arrivano fino a 10 chilometri di distanza dal nido), api solitarie con periodi di volo definiti (alcune specie si trovano solo in primavera, altre da giugno a settembre), api sociali (come i bombi) e api allevate», ha raccontato la professoressa Daniela Lupi, entomologa e docente di Apidologia all’Università Statale, capofila del progetto, in un’intervista dello scorso agosto sul Corriere. I numeri sono importanti. «A Milano si contano 12.253 alveari censiti sulla banca dati regionale e 8.206 apicoltori. La provincia è la settima in Lombardia, dopo Varese, Brescia, Bergamo, Pavia, Sondrio e Como per numero di alveari allevati», racconta a Linkiesta Federico Valobra di Apilombardia, l’associazione di categoria.

«Vista la quantità di zone verdi, Milano può essere definita come una città virtuosa per siti di nidificazione e biodiversità: basti pensare che, oltre a varietà generaliste, abbiamo trovato anche una specie esotica che si è ben insediata», ha dichiarato la professoressa Lupi sempre sulle pagine del Corriere.

A confermarlo è anche chi, come Mauro Veca, controlla quasi 100 api nella sua azienda. «Diciamo che la stima è un po’ approssimata, perché le api in inverno volano e spesso non tornano. La mia è una piccola azienda che vende tutto direttamente, senza intermediazione». Una storia iniziata nel 1998 che, nonostante i tanti problemi nel settore, continua ad andare avanti. «E da allora sento questa storia dell’inquinamento atmosferico come causa della morte delle api, credo che dobbiamo sfatare un po’ questo mito, visto che le api non ne sono inficiate e Milano offre una qualità di fioritura superiore a quella che trovi in campagna. Il problema semmai è un altro», dice. Quale? «Sono soprattutto problemi sanitari. Le api hanno un acaro esotico, l’acaro varroa, che rende difficile la loro gestione. Ogni azienda ha sempre usato mezzi naturali che però costano più lavoro e più rischi. E poi bisogna far sì che non nuocciano ai cittadini, ma se non attaccate non pungono. Nella mia azienda i bambini corrono accanto a loro senza correre problemi», conclude. 

Il problema è soprattutto la pioggia assente, che rischia di compromettere la produzione di polline da parte delle piante e anche la stessa salute delle api. «La prolungata siccità che stiamo affrontando sta attualmente comportando una carenza dell’importazione di polline, parte proteica dell’alimentazione delle api e fondamentale in questo momento della stagione per lo sviluppo delle famiglie. Inoltre, la coincidenza del periodo siccitoso con quello delle semine e dei primi diserbi potrebbe comportare un innalzamento del rischio avvelenamenti, a causa della concentrazione di molecole tossiche nelle poche fonti d’acqua disponibili», sottolinea Valobra.

«La situazione è simile in tutto il Nord Italia: le api in questo momento si stanno sviluppando e l’alternanza di giornate calde con notti umide aiuta. A lungo andare però questo può incidere sulla produzione del miele, poiché manca il nettare sufficiente alle api per produrlo. Adesso non è necessario ma la speranza è che presto piova, in modo tale da evitare alle piante la ricerca con le radici in profondità o nelle aree vicine come i prati», dice Veca. Lo stesso fenomeno è già successo nel 2021.

«Anche l’anno scorso abbiamo avuto un lungo periodo di siccità, che ha inciso sulla produzione del miele, da tempo in caduta libera. La speranza è che il 2022 non sia peggiore rispetto al 2021, tanto non potremo mai raggiungere le vette eguagliate anni fa», conclude Veca, che nella sua azienda invita anche le classi scolastiche per fare didattica all’aria aperta. Il crollo della produzione di miele è un fenomeno che ormai si può definire italiano ed europeo, prima ancora che locale: basti pensare che l’Unione è autonoma nella produzione di miele solo al 60 per cento e importa (soprattutto da Cina e Ucraina) più di quello che esporta.

La situazione italiana è in linea con quanto succede in Europa: il nostro Paese produce 22 mila tonnellate di miele ma non basta, visto che la domanda è superiore all’offerta. Così importiamo miele soprattutto dall’estero, come Cina e Ungheria, mentre le varietà più pregiate di quello nostrano, come quello d’acacia o agli agrumi, segnano un calo del 41 per cento e una perdita di fatturato di 73 milioni di euro (dati Osservatorio Nazionale del Miele del 2019).

La stessa Lombardia ne è testimone visto che, come racconta il rapporto nel settembre 2019 ogni alveare ha prodotto all’incirca 1,5 kg di miele di acacia in tutta la stagione produttiva, quando in realtà può arrivare a produrne anche 30 kg, una quantità 20 volte superiore. Cosa si può fare per aiutare le api in questo periodo? «L’apicoltore deve seguire con attenzione lo sviluppo della famiglia in questo delicato periodo dell’anno, controllando lo stato delle scorte per intervenire con nutrizioni di emergenza in caso di carenza, evitando collassi per fame», sottolinea Valobra.

Non si esclude anche un ricorso a sostanze tossiche. «Nel massimo rispetto possibile sono utilizzabili tutti quei prodotti utili non solo in agricoltura ma anche nella cura di orti, giardini e terrazzi privati, dove sarebbe utile invece coltivare piante pollinifere e nettarifere da non trattare», conclude Valobra. In attesa che arrivi la pioggia a sistemare un po’ la situazione.