Smarcarsi un po’L’Europa teme per la sua economia ed è tentata da una pace prematura

I Paesi del G7 subiscono gli effetti delle sanzioni alla Russia e in Europa qualcuno sta già pensando di promuovere una strategia più morbida per dialogare con Mosca. Gli sviluppi militari però fanno capire che Stati Uniti e Regno Unito, meno colpite dal punto di vista finanziario e commerciale, hanno ragione a non mollare di un centimetro

AP/Lapresse

Dopo il vertice in Turchia la prospettiva di un dialogo per il cessate il fuoco potrebbe sembrare più concreta. Kiev ha aperto uno spiraglio e il capo negoziatore russo, Vladimir Medinsky, ha detto che sono stati compiuti «passi concreti».

È difficile, però, credere alle parole che arrivano dall’altro lato della cortina di ferro. «Non ci sono state aree senza sirene» durante la notte, aveva detto ieri mattina il consigliere del ministro dell’Interno ucraino Vadym Denysenko, pessimista su un’eventuale svolta russa.

Il fronte occidentale appare spaccato lungo questa faglia. Unione europea, Stati Uniti e Regno Unito non sembrano essere sulla stessa lunghezza d’onda: Londra e Washington hanno espresso profondo scetticismo sulle reali intenzioni della Russia; a Bruxelles invece c’è chi vuole vedere un segnale di speranza, forse anche perché un segnale di speranza è necessario.

«Le economie europee sono le più esposte alle ricadute della guerra in Ucraina», scrive l’Economist, individuando nell’economia un elemento chiave per la lettura delle reazioni politiche occidentali.

Perché è vero che la Russia è il destinatario delle sanzioni, ma le conseguenze economiche si riverberano anche sull’Europa e l’America.

Il conflitto peserà sulla crescita delle economie del G7 secondo tre direttrici: l’impatto delle sanzioni occidentali, che abbatteranno il commercio con la Russia; l’aumento dei prezzi globali delle materie prime, che alimentano l’inflazione; le interruzioni della catena di approvvigionamento, oltre alle strozzature esistenti indotte dal coronavirus.

Nel suo Global Economic Outlook 2022, il magazine economico britannico sottolinea come per l’Unione europea gli effetti negativi delle sanzioni saranno limitati, almeno in una prima fase. Ma comunque «il picco dei prezzi globali delle materie prime (degli idrocarburi, ma anche di metalli e cereali) si aggiungerà all’inflazione già elevata e alle interruzioni della catena di approvvigionamento, pesando sulla ripresa post-coronavirus». E per questo motivo il report corregge al ribasso la previsione di crescita nell’eurozona per il 2022: dal 4% a circa il 3,3%.

La questione energetica è ovviamente centrale. È stata affrontata anche dal ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck, che non a caso ha attivato la cosiddetta fase di “preallarme” prevista in caso di eventuale mancanza nelle forniture energetiche. «Attualmente non c’è carenza, ma comunque dobbiamo intensificare le misure di precauzione nell’eventualità di un’escalation da parte della Russia», ha spiegato.

L’escalation ovviamente si avrebbe nel caso in cui i Paesi occidentali e la Russia non dovessero trovare un accordo su come pagare le forniture di gas: è quella questione del pagamento in rubli, che non sta in piedi.

Sembra che nei prossimi giorni Francia e Germania possano chiedere alla comunità internazionale di allentare la pressione sulla Russia alleggerendo le sanzioni, qualora Vladimir Putin dovesse dimostrare di non voler procedere oltre con le sue mire espansionistiche.

Una posizione che Regno Unito e Stati Uniti non sembrano disposti ad accettare. Fonti dell’intelligence britannica hanno riferito di non credere alle aperture di cui parla il Cremlino, perché «nulla di quanto abbiamo visto finora ci ha dimostrato che Putin e i suoi colleghi siano particolarmente seri». Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha detto: «Non siamo nati ieri».

Dal canto suo, l’economia britannica sembrerebbe al riparo dall’impatto delle sanzioni sulla Russia. «Era già previsto un lieve rallentamento del costo della vita per l’economia britannica (che sta ancora scontando gli effetti della Brexit, ndr) ed è previsto un ulteriore minimo impatto sulla crescita: 0,1 punti percentuali, dati i limitati legami commerciali tra Gran Bretagna e Russia», scrive l’Economist.

Anzi, da tempo Londra sembra voler accelerare sulle sanzioni. Già all’inizio di marzo, il ministro degli Esteri britannico Liz Truss aveva espresso la volontà di allargare e rafforzare il gruppo del G7 includendo anche altre economie avanzate, con un coordinamento più strutturato per colpire in maniera ancora più forte Mosca.

Ma come sottolinea Politco Europe, «la proposta britannica non ha molto sostegno nell’Europa continentale: i leader dell’Unione ritengono che il G7 abbia consentito loro di avere discussioni franche su questioni di sicurezza delicate, ma sono riluttanti a introdurre qualsiasi cambiamento che possa renderlo più vulnerabile».

Lo scetticismo di Londra è lo stesso di Washington. Il segretario di Stato Anthony Blinken aveva fatto sapere di non vedere nulla nei negoziati in corso che suggerisca progressi «in una maniera costruttiva».

Per gli Stati Uniti l’impatto della guerra in Ucraina si rifletterà principalmente in un aumento dei prezzi delle materie prime. «L’aumento dell’inflazione – prevede l’Economist – intaccherà il potere d’acquisto delle famiglie e spingerà la Federal Reserve statunitense a inasprire la politica monetaria in modo aggressivo, fino a sette rialzi dei tassi quest’anno, con altri tre o quattro in programma per il 2023».

Il rischio maggiore per l’economia americana è quindi quello della stagflazione, cioè una crescita lenta in mezzo a un’inflazione elevata: l’inflazione dovrebbe camminare e il rialzo dei tassi di interesse potrebbe soffocare la crescita. Ma nel complesso, aggiunge l’Economist, dovrebbe esserci almeno quest’anno una crescita del Pil reale statunitense del 3% circa – seppur in calo rispetto a una precedente previsione del 3,4%.

Intanto gli sviluppi del conflitto al momento sembrano dare ragione al fronte della risposta forte formato da Regno Unito e Stati Uniti. Il Times ieri scriveva che «la strada più sicura verso una soluzione accettabile è che l’Ucraina prevalga militarmente sulla Russia: l’Occidente non deve farsi sedurre dai discorsi di Mosca su accordi di pace, ma fornire a Kiev gli strumenti per finire il lavoro».

Ieri l’amministrazione militare regionale di Kiev ha detto che nella notte le truppe russe avevano effettuato più di 30 bombardamenti contro complessi residenziali e infrastrutture sociali: «L’esercito russo ha lanciato missili e bombe cercando di distruggere le infrastrutture e le aree residenziali in violazione del diritto umanitario internazionale. Gli occupanti russi continuano a terrorizzare la popolazione locale».

Più in generale, in tutta l’Ucraina gli attacchi russi non sono diminuiti di intensità: ci sono stati attacchi anche a Lysychansk (nel Donbass), Irpin, Kharkiv e Chernihiv. La guerra continua, insomma. E la miglior risposta è mantenere il fronte unito.

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