Il bluff spuntatoPerché chiedere i pagamenti del gas in rubli è una mossa kamikaze

La richiesta di Putin è un azzardo che rischia di danneggiarlo. Oltre a essere difficile da applicare, rappresenta una violazione dei contratti. Questo potrebbe spingere alcuni Paesi europei al fatidico distacco energetico, anche a costo di una recessione, che per la Russia sarebbe una rovina

AP Photo/Dmitry Lovetsky, File

Vladimir Putin è conosciuto per essere un giocatore d’azzardo e l’annuncio degli ultimi giorni è un’ulteriore conferma: Mosca d’ora in poi rifiuterà pagamenti in euro o in dollari per il gas e accetterà dai cosiddetti «paesi ostili» – Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea – soltanto rubli. Con una mossa dal sapore squisitamente politico, Putin schernisce l’Europa e vede il suo bluff: fino a dove è disposta a spingersi per non perdere il gas russo?

Mossa politica con un obiettivo economico, ovvero rafforzare un rublo in caduta libera: prima dell’annuncio e dall’invasione dell’Ucraina, infatti, la valuta russa aveva perso circa il 30 percento del suo valore nei confronti del dollaro, tanto che il cambio aveva toccato il record di 1 a 130. Ora, gli Stati colpiti dal provvedimento dovranno comprare rubli prima di ottenere in cambio il gas, vendendo dollari o euro. A quel punto il rublo si comporterà come qualsiasi altro bene: maggiore sarà la domanda, più alto sarà il suo valore.

E il mercato ha prontamente comprovato questa dinamica: dopo la conferenza stampa è partita la caccia al rublo, che ha recuperato terreno scendendo sotto la soglia psicologica dei 100 rubli per dollaro. In uno scenario in cui alla Banca centrale russa, sanzionata, è stato sottratto ogni spazio di manovra, Putin intende costringere i Paesi europei a oliare la macchina della politica monetaria. Ma reperire valuta russa sui mercati internazionali potrebbe essere complicato, per via delle misure punitive imposte a Mosca.

Alle autorità russe è stata concessa una settimana per mettere a punto il nuovo regime, un regime evidentemente non così semplice da adottare. Anzitutto perché i contratti sulle forniture di energia non prevedono soltanto prezzi e volumi, ma anche una specifica valuta di pagamento. Che non è sempre il dollaro, anzi: prima dell’invasione, il 58 percento delle transazioni di gas russo avveniva in euro, sulla scia di quel processo di “dedollarizzazione” dell’economia che il Cremlino persegue dal 2014. La valuta stabilita non può essere cambiata unilateralmente, serve un’intesa tra le parti. Ciò significa che il venditore, la società di Stato russa Gazprom, dovrà accordarsi con i compratori: Eni, Total, la tedesca Uniper, tutti coloro con cui ha contratti di lungo termine in essere. E la risposta è tutt’altro che scontata, come pure i risvolti per entrambe le parti.

Se i clienti europei cederanno al ricatto di Putin, Mosca riuscirà forse a rafforzare il rublo; di quanto non è chiaro, forse meno delle attese, visto che il Cremlino ha già imposto alle aziende russe di cambiare immediatamente l’80 percento dei loro introiti in rubli, per sostenerne la domanda. Quel che è certo è che si priverà di un’importante fonte di entrate in valuta forte; una mossa azzardata in un momento in cui, a causa delle sanzioni occidentali, la Russia non può accedere alla metà delle riserve internazionali in valuta estera. La stessa Gazprom non può fare a meno di monete pregiate, essenziali per pagare le scadenze sui bond societari agli investitori americani.

Se invece l’Europa dovesse rifiutarsi di rinegoziare i contratti, uscendo così dall’angolo in cui Putin l’ha spinta, Gazprom non potrebbe fare altro che interrompere le forniture di gas, oggi intorno a 380 milioni di metri cubi al giorno. Un problema per l’Unione europea, che importa il 40 percento di gas naturale dalla Russia. Ma un problema anche per la Federazione russa: vale 400 milioni di dollari la bolletta del gas che gli stati europei pagano ogni giorno a Mosca, e quelli che Putin chiama «paesi ostili» rappresentano il 70 percento dell’export di Gazprom.

A parte l’emorragia di entrate, la Russia sarebbe poi costretta a fermare le estrazioni nei giacimenti, perché il gas destinato all’Europa non può essere semplicemente dirottato altrove, le infrastrutture non lo permettono. Ed ecco come l’interdipendenza fa pendere l’ago della bilancia un po’ di qua un po’ di là, il che rende l’all-in di Putin una mossa alquanto kamikaze.

Da Bruxelles, dove è impegnato nella due giorni di Consiglio europeo, vertice Nato e G7, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che la pretesa di Putin è una «violazione contrattuale». Francesco Giavazzi, consigliere economico di Draghi, aveva già sostenuto che «dovremmo pagare il gas russo in euro, non in rubli», perché il regolamento in rubli sarebbe un modo per aggirare le sanzioni. Le stesse aziende energetiche non sembrano così disposte a risedersi al tavolo con Putin. Eni, per esempio, ha contratti in essere siglati lo scorso ottobre per 30 miliardi di metri cubi fino al 2035.

Al momento, comunque, un’intesa ancora non c’è tra i 27 per un embargo sul settore energetico. Lo ha ribadito il cancelliere tedesco Olaf Scholz, dichiarando che uno stop improvviso all’energia russa provocherebbe una recessione nell’Unione europea.

Ma un’interruzione pare oggi una possibilità più concreta di qualche settimana fa e gli investitori sembrano crederci: in seguito all’annuncio del Cremlino, il prezzo del gas naturale sulla borsa di Amsterdam è balzato di oltre il 30 percento fino a superare 130 euro per megawatt ora, anche se il rialzo si è ora ridimensionato. Come se i mercati stessero già prezzando quella “chiusura dei rubinetti” diventata uno spauracchio per l’Europa.

Putin, dal canto suo, tiene molto alla propria reputazione di «partner e fornitore affidabile» e fa sapere che, a parte il cambio di valuta, le forniture continueranno a essere garantite nei prezzi, nei tempi e nelle quantità previste. Ma sembra quasi godersi la scena, mentre sale la tensione tra i partner europei che dovranno decidere se staccare finalmente la spina o accettare l’ennesimo compromesso, pur di tenersi stretto il gas russo.