Orgoglio nazionaleGli scimpanzé curano i propri simili: la scoperta rivoluzionaria di una scienziata italiana

Intervista ad Alessandra Mascaro, la ricercatrice italiana che in Gabon ha scovato una comunità di scimpanzé che si prende cura dei propri feriti, un evento che potrebbe cambiare il rapporto dell’essere umano con gli animali

(foto: Alessandra Mascaro)

Una scoperta casuale, realizzata da una ricercatrice italiana in Africa, potrebbe cambiare il modo in cui osserviamo e ci rapportiamo con gli animali. In particolare con quelli più simili a noi, ovvero gli scimpanzé, che appartengono alla famiglia degli ominidi di cui fanno parte anche gli esseri umani. Nel Loango National Park del Gabon un team di studiosi ha osservato degli scimpanzé che applicavano insetti alle proprie ferite e sulle lesioni di altri individui. Una sorta di medicazione ante-litteram che potrebbe aprire le porte a una nuova fase della biologia evoluzionistica.

Nel 2019, l’italiana Alessandra Mascaro si trovava nella fitta foresta del parco Loango, una zona costiera nello stato africano del Gabon. La ricercatrice, laureata in Scienze Naturali all’Università di Bologna e in Biologia Evoluzionistica all’Università di Padova, era al lavoro per l’associazione Ozouga che si occupa di ricerche scientifiche sugli scimpanzé. Con in mano una telecamera per riprendere i comportamenti degli animali, Mascaro osservò un comportamento mai notato prima: una femmina di scimpanzé adulta stava applicando un insetto nella ferita del figlio adolescente. Incuriosita dall’unicità dell’avvenimento, l’esperta iniziò con il team di Ozouga un periodo di osservazione in cui venne costantemente monitorata la comunità di primati nota come Rekambo, di cui faceva parte la scimpanzé autrice del peculiare gesto. 

Durante un periodo di 15 mesi, da novembre 2019 a febbraio 2021, su 76 ferite fresche ed aperte riscontrate su 22 individui, l’applicazione di un insetto dentro una ferita aperta è stato osservata 21 volte. In 19 casi lo scimpanzé ha applicato l’insetto sulla propria ferita, mentre in tre casi l’applicazione è avvenuta per mezzo di un altro individuo appartenente allo stesso gruppo. Sul perché tali risultati siano eccezionali è la stessa Mascaro a spiegarlo: «Questa scoperta è molto importante per una serie di ragioni. In primo luogo, l’applicazione di una sostanza su una ferita aperta non era mai stata osservata in specie non umane. Inoltre, l’utilizzo di insetti a scopo potenzialmente terapeutico su una ferita aperta rappresenta una novità al di fuori delle culture umane. Si parla di entomoterapia».

La certezza che i membri della comunità Rekambo siano stati osservati applicare insetti sulle ferite altrui apre un nuovo ed importante dibattito sull’esistenza dei comportamenti pro-sociali in specie non umane. «Dalle molteplici osservazioni compiute, siamo infatti portati a supporre che gli individui a loro modo capiscano la condizione in cui si trovano i membri feriti del gruppo, e che siano in grado di attuare una serie di comportamenti finalizzati alla cura del problema» – aggiunge Mascaro a Linkiesta – «ad ora, nonostante i molteplici esempi di self-medication nelle specie non umane, un simile comportamento di cura dell’altro non era mai stato osservato e questo induce nuove riflessioni sulla potenziale esistenza di comportamenti guidati da componenti empatiche anche in altre specie». Ad oggi l’identità tassonomica dell’insetto utilizzato non è nota. Dall’osservazione del modo di cattura e manipolazione Mascaro e soci suppongono che si tratti di un insetto che vola, di dimensioni inferiori al centimetro e di colorazione scura.

Se un animale ha dimostrato la capacità di curare un altro simile, è possibile che all’interno del gruppo ci sia un esemplare esperto nelle medicazioni. Per parlare di “scimmie dottori” è troppo presto: «Le dinamiche sociali così come il modo di azione delle sostanze prodotte dalla specie utilizzata non sono ancora state studiate. Il comportamento è stato osservato più frequentemente in alcuni individui rispetto ad altri. I maschi adulti sembrano esser quelli che adottano il comportamento più frequentemente, ma è anche vero che sono gli individui che si feriscono di più. Di conseguenza, sarà necessario uno studio più mirato per studiare sia l’efficacia del trattamento sia la variazione individuale nella frequenza di applicazione», aggiunge Mascaro. Ancora al lavoro con Ozouga, l’autrice della scoperta inizierà a breve uno studio di dottorato finalizzato a rispondere alle questioni rimaste aperte. In particolar modo, lei e i ricercatori osserveranno l’efficacia del trattamento, cercheranno di identificare tassonomicamente la specie di insetti utilizzata di cui analizzeranno le sostanze con potenziale effetto terapeutico e, infine, studieranno le dinamiche sociali che potrebbero spiegare comportamenti di aiuto e dinamiche pro-sociali.

L’unicità della scoperta e i possibili risvolti futuri fanno propendere per paragoni fra la giovane scienziata italiana e Jane Goodall, la più famosa ricercatrice al mondo sugli scimpanzé. «Jane Goodall ha offerto ispirazione con il suo lavoro a tutti i primatologi che studiano il comportamento degli scimpanzé. È un po’ come suonare la chitarra e rivedere le tecniche di Jimy Hendrix. I suoi libri ed i suoi articoli vengono letti e riletti per capire il punto di partenza. Ma fortunatamente non è l’unica e molti sono i ricercatori che hanno dedicato, e dedicano, la loro vita a studiare il comportamento degli scimpanzé e difendere la protezione e conservazione dell’habitat in cui vive», chiarisce la ricercatrice. Adesso toccherà a lei approfondire la scoperta nata per caso, al fine di provare a conoscere meglio il mondo che ci circonda e gli animali che ci assomigliano. Molto di più di quello che immaginavamo.

X