L’anticameraPerché l’Ucraina non può entrare così facilmente nell’Ue

La firma della domanda di adesione da parte del presidente Zelensky è un atto simbolico, ma è difficile abbia conseguenze reali. Il processo è lungo, i requisiti difficili da raggiungere e non tutti i 27 Stati membri sono d’accordo

LaPresse

Tutto il Parlamento europeo si alza ad applaudire nel momento in cui Volodymyr Zelensky, collegato dal suo rifugio, salutato gli eurodeputati con il pugno, gridando Slava Ukraini, «Gloria all’Ucraina». 

È il momento più emotivo di un lungo dibattito, in cui le istituzioni dell’Ue hanno affrontato l’aggressione militare cominciata dalla Russia il 24 febbraio. Bandiere ucraine dentro l’emiciclo, forti messaggi di sostegno da parte dei vertici comunitari intervenuti nella discussione e una manifestazione corale fuori dall’Eurocamera, con decine di persone a intonare l’inno nazionale.

Questo supporto continuerà a tradursi in pesanti sanzioni alla Russia, divieto di sorvolo sullo spazio europeo ai suoi aerei, invio di armi all’Ucraina e aiuti umanitari alla sua popolazione in fuga. Ma non includerà l’ingresso del Paese nell’Unione europea, una possibilità remota e difficilmente percorribile.

Una recente intervista di Ursula von der Leyen sembrava aver aperto uno spiraglio: «Gli ucraini fanno parte dell’Europa e vogliamo lasciarli entrare», le parole, in realtà piuttosto vaghe della presidente della Commissione europea. Tanto è bastato per accendere le speranze di un accesso immediato: due giorni dopo il presidente ucraino ha firmato la richiesta ufficiale di adesione, chiedendo all’Ue una rapida approvazione, viste le condizioni critiche in cui versa il Paese. Zelensky ha ribadito la richiesta in modo accorato nel suo collegamento: «Dimostrateci che siete con noi, che non ci lascerete soli e che siete davvero europei»

Come funziona l’adesione all’Unione europea
Il tema rientra in effetti nella risoluzione appena votata a maggioranza schiacciante dal Parlamento europeo: 637 voti favorevoli, 13 contrari e 26 astenuti. Tra le altre cose, l’Eurocamera «invita le istituzioni dell’Unione ad adoperarsi per concedere all’Ucraina lo status di paese candidato all’adesione, in linea con l’articolo 49 del trattato sull’Unione europea», si legge al punto 37 del testo.

Una presa di posizione in realtà piuttosto tiepida e, soprattutto, non vincolante rispetto all’intero processo. Per entrare nell’Unione europea, un Paese deve infatti ottenere l’approvazione dai 27 membri attuali, al termine di una procedura lunga e complessa.

La richiesta firmata da Zelensky serve a ottenere lo status di Paese candidato, concesso dal Consiglio europeo, dopo parere positivo della Commissione. Oltre all’Ucraina, vi aspirano la Bosnia-Erzegovina, che ha presentato domanda nel 2016, e il Kosovo, che però non è nemmeno riconosciuto come Paese indipendente da diversi membri dell’Ue.

L’accettazione della candidatura è comunque solo un primo passo, che non garantisce in alcun modo un futuro ingresso. Il successivo è l’autorizzazione all’inizio dei negoziati di adesione, per cui è necessaria l’unanimità di tutti gli Stati membri. Non una formalità: aspettano il via libera l’Albania (Paese candidato dal 2014) e la Macedonia del Nord (dal 2005). Quest’ultima ha persino modificato il proprio nome ufficiale (si chiamava Macedonia fino al 2018) per risolvere una disputa con la Grecia, che altrimenti avrebbe posto il veto all’inizio delle trattative. Ma non è bastato: nel 2019 tre Paesi si opposero al volere degli altri 25 e nel 2020 fu la Bulgaria a esprimere parere contrario, per una contrasto dai contorni non ben definiti sulla lingua e l’identità macedone.

Ma nemmeno intraprendere i negoziati di adesione è garanzia di successo: la Turchia lo ha fatto nel 2005, il Montenegro nel 2012 e la Serbia nel 2014. L’Islanda ha persino mollato la presa, sospendendo i negoziati nel 2013, dopo tre anni di infruttuose trattative su 35 differenti temi.

Per entrare nell’Ue bisogna infatti rispettare una serie di parametri, detti «criteri di Copenaghen» e stabiliti in una riunione del Consiglio tenutasi nella capitale danese nel 1993. Si tratta di una serie di condizioni richieste al Paese aderente: istituzioni stabili che garantiscano democrazia, diritti e rispetto delle minoranze; un’economia di mercato funzionante e la capacità di assumere gli obblighi relativi agli obiettivi dell’Unione in materia politica, economica e monetaria.

«È molto importante il parere della Commissione, che effettua la valutazione concreta di questi parametri», dice a Linkiesta la professoressa Giulia Rossolillo, ordinaria di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Pavia. «Poi serve l’approvazione del Consiglio all’unanimità e il voto a favore del Parlamento europeo. Non è mai stato un procedimento rapido».

Una strada impervia
Nel caso specifico, poi, le difficoltà sono ancora maggiori.  «Un possibile ingresso dell’Ucraina non è mai stato considerato finora, mentre ci sono Paesi che stanno aspettando da anni», dice la professoressa Rossolillo. Difficile che vengano «superati» dall’Ucraina, Stato considerato «parzialmente libero» dall’ultimo report della Freedom House, situato all’86esimo posto del Democracy Index.

Non aiuta l’attuale situazione di conflitto, con ogni probabilità il motivo che ha spinto a presentare la domanda la presidenza ucraina, che pure aveva in passato manifestato aspirazioni simili. Anche se sulla carta i criteri di Copenaghen non escludono Paesi in guerra o impegnati in dispute territoriali, secondo Giulia Rossolillo è praticamente impossibile che l’Ucraina entri nell’Ue prima della cessazione delle ostilità. Anche perché, nel caso ciò accadesse, gli altri Paesi europei sarebbero obbligati a intervenire anche militarmente in suo soccorso, secondo la clausola di difesa reciproca prevista dal Trattato di Lisbona. Un altro ostacolo insormontabile sarebbe l’eventuale presenza in Ucraina di azioni repressive nei confronti delle minoranze, di cui il governo ucraino è stato accusato negli anni scorsi dai separatisti della regione del Donbass. 

Intervenendo al dibattito in plenaria, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha comunque promesso di «analizzare seriamente» la domanda di adesione ucraina, pur ammettendo che si tratta di un «tema delicato, perché riguarda l’allargamento dell’Ue». Michel conosce bene le diverse sensibilità degli Stati europei al riguardo. Da una parte c’è chi spinge per un’immediata prospettiva di adesione: i presidenti di Polonia, Bulgaria, Cechia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia e Slovacchia hanno espresso il loro appoggio in una lettera ufficiale rivolta agli altri membri dell’Ue e un endorsement è arrivato anche dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis.

«I Paesi dell’Europa occidentale, invece, hanno molte più riserve al riguardo», spiega la professoressa Rossolillo. Da Paesi Bassi, Germania e Francia sono in effetti arrivati segnali di chiusura all’ipotesi, che viene considerata quantomeno prematura. «Dobbiamo stare attenti a fare promesse che non possiamo mantenere» è il messaggio raccolto dal quotidiano Politico all’interno del governo di Parigi.

La risoluzione del Parlamento è quindi soprattutto un messaggio politico di sostegno al popolo ucraino più che una reale indicazione sulla volontà della politica comunitaria. «Non stiamo dicendo che l’Ucraina entrerà nell’Unione domani mattina, ma che si deve supportare la domanda di candidatura, rispettando i tempi necessari, ma non chiudendo la porta», spiega a Linkiesta Brando Benifei, capo-delegazione del Partito democratico all’Eurocamera. «È una posizione equilibrata: la priorità ora è la pace, non l’adesione di un nuovo Paese».

Agli ucraini sotto attacco nelle proprie città e a quelli assiepati fuori dal Parlamento con le bandiere dell’Ue in mano, non resta che sperare. Come dice Andrii, uno dei manifestanti, convinto che l’ingresso dell’Ucraina in Europa fermerebbe immediatamente la guerra. «So che è un processo straordinariamente complicato, ma questi sono tempi straordinariamente complicati. Io ci credo».