Da un’idea di Stefano AccorsiLa Rai vuole fare la fiction americana ma è meglio Don Matteo

La tv pubblica ha preso le serie Your Honor e This Is Us e con un paio di dialoghi scolastici ha risolto gli annosi problemi della giustizia e delle adozioni italiane

Raiplay

Dunque, se ho capito bene, la Rai ha deciso di smettere di arrendersi a un fondamento della televisione italiana, quel fondamento che dice: al pubblico italiano degli sceneggiati americani non gliene frega niente nientissimo, il pubblico italiano gli sceneggiati americani non li guarda neanche se sono roba facile e popolare tipo Friends o Grey’s Anatomy; il pubblico italiano vuole Don Matteo, mica True Detective; gli sceneggiati americani si mandano in onda perché i giornalisti si sentono intelligenti a scriverne, ma poi non li guarda nessuno.

Quindi la Rai – Rai 1, oltretutto, dove uno sceneggiato americano non lo mandi se non è popolare almeno quanto Pippo Baudo nel Novecento – ha deciso che li devono guardare per forza, a costo di rifarglieli invece di doppiarglieli.

Quindi ha preso Your Honor – che gli sceneggiatori ci tengono tantissimo a dire d’aver rifatto dall’originale israeliano che qui non ha visto nessuno e non dall’americano che qualcuno ha visto su Sky – e l’ha rifatto al tribunale di Milano, con Stefano Accorsi nel ruolo che fu di Bryan Cranston (il commento pensatelo in silenzio e sia chiaro che io non ho detto niente).

Quindi ha preso This Is Us, la serie che incarna tutti i guasti del presente, e l’ha rifatta uguale: la sorella obesa, il fratello nero, tutte cose che qui tutto fanno tranne che famiglia ordinaria e immedesimabile, che è la forza del prodotto in una società multirazziale e di obesi qual è quella statunitense. Va detto che gli attori di This Is Us sono così abissalmente cani (tranne il fratello nero e sua moglie) che quelli italiani non sfigurano.

C’è però il problema, in Noi come in Vostro onore, che l’America è lontana (dall’altra parte della luna). Non è solo che non siamo una società multirazziale e abbiamo un indice di massa corporea mediamente più basso. È che funzionano diversamente i tribunali, le adozioni, tutto.

La versione americana di Your Honor iniziava con una scena che serviva a dimostrarci quant’era equo il giudice, e a creare il contrasto con come avrebbe presto smesso di esserlo. Cranston andava a guardare l’ingresso di una casa senza che capissimo perché e, poco dopo, nel processo, smentiva il poliziotto che aveva sparato a un tizio che se ne stava tranquillo a casa sua vedendolo tirar fuori una pistola: dalla strada non si vedeva il punto in cui era la vittima, non era possibile l’avesse vista prendere una pistola.

Nella versione italiana, Stefano Accorsi guarda con sospetto l’imputato che ha scippato una signora fuori dalla banca. C’è il filmato, è un caso aperto e chiuso. Ma ad Accorsi non la si fa: come faceva a sapere che la signora avesse prelevato tanti soldi, aveva un complice, no che non ce l’avevo, portatemi tutti i filmati interni. Arrivano immediatamente, perché è noto che nei tribunali italiani l’acquisizione d’un filmato è una cosa istantanea, mica non funzionava la telecamera, mica dotto’ ma l’archivio si cancella dopo ventiquattr’ore, mica l’avvocato obietta e si perdono mesi.

Accorsi guarda il filmato e, ghepardo, nota che la guardia giurata fa una telefonata. Ghepardissimo, lo convoca. Egli arriva subito, giacché i testimoni non previsti nei tribunali italiani arrivano con la disinvoltura e la rapidità con cui arrivano i filmati. Accorsi gli chiede il telefono – vi prego di fare attenzione, giacché siamo in zona capolavoro – e quello dice che non ce l’ha. Accorsi, col tono con cui la mamma vi mandava in camera quando rispondevate male, intorno agli otto anni d’età, dice «non mi costringa a farla perquisire» (ma da chi? ma in nome di cosa?), e quello gli dà il telefono contrito come un marito infedele.

Ghepardo Accorsi scorre le chiamate e ne trova una sospetta fatta la mattina della rapina – giacché i processi in Italia si svolgono tre quarti d’ora dopo i reati, e le telefonate sono lì belle fresche – e ne capisce la colpevolezza.

Ora, tutto questo andrebbe benissimo se fosse una parodia, ma non lo è. In Noi, in compenso, il fratello attore che molla la serie televisiva – che nell’edizione americana era una sit com in cui faceva il babysitter sempre mezzo nudo – è sul set e sbotta schifato per i dialoghi. Che sono quelli d’una fiction scolastica (lui fa il maestro), precisi identici a quelli di Noi (o di qualunque altra serie generalista sentimentaldolente). L’effetto è lisergico, anche se non quanto osservare due che, nella Torino degli anni Ottanta, vedono nella nursery in cui ci sono i loro gemelli neonati un neonato nero abbandonato e decidono di portarselo a casa, con l’immediatezza e la facilità con cui si porta a casa un adottato in Italia (le stesse con cui si ottengono i filmati nei processi).

Tutto questo, dice un’amica mia, è colpa del funzionario Rai, figura teorica ma anche pratica, che l’azienda demanda a dire agli sceneggiatori «sì ma scaldàmola ’n po’ ’sta storia». Altrimenti, dice l’amica mia, nessuno sceneggiatore è così fesso da cambiare una cosa che funziona perfettamente e lo fa fatturare con Google Translate. Un altro amico mio dice che tutti gli sceneggiatori cani e pavidi danno la colpa ai funzionari Rai. Non sapremo mai chi sia il vero colpevole, se non arriva a spiegarcelo un giudice ghepardo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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