Più inquinamento, meno bambini. Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute delle donne incinte e dei feti sono uno degli aspetti più importanti, eppure meno conosciuti, del riscaldamento globale. Un problema che non è più uno scenario apocalittico del domani, ma un presente già reale. Nel suo ultimo report pubblicato nel febbraio del 2022, l’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), foro scientifico delle Nazioni unite che studia il cambiamento climatico, ha dedicato, per la prima volta nella storia, una sezione proprio ai danni che il surriscaldamento terrestre sta già arrecando alle donne incinte e ai feti.
«La ricerca su questi temi è solo agli inizi, ma i dati delle ricerche fatte finora sono inquietanti: i giorni di caldo estremo possono aumentare il rischio di parti prematuri e di altre complicazioni della gravidanza. Inoltre le temperature più alte possono influenzare la crescita fetale», spiega Gregory Wellenius, professore di Environmental Health alla Boston University.
Wellenius non è l’unico studioso a essersi occupato di questo tema. Nel 2020, il Journal of the American Medical Association (Jama) ha pubblicato il primo articolo scientifico americano capace di dimostrare come l’inquinamento e le conseguenti ondate di caldo aumentino il rischio che i feti nascano già morti. Secondo lo studio, le microparticelle inquinanti presenti nell’atmosfera riescono non solo a penetrare nei polmoni delle donne incinte, ma anche a raggiungere la placenta danneggiando i feti e in alcuni casi causando anche malattie gestazionali. Uno studio dell’università di Harvard del 2020 ha per esempio scoperto un legame tra il diabete gestazionale e il caldo estremo.
Se gli effetti dell’inquinamento sono negativi per tutti, ci sono fasce che li subiscono più di altre. Lo studio del 2020 pubblicato dal Jama ha infatti rilevato come le donne appartenenti alle minoranze etniche, e in particolare alla comunità afroamericana, siano più a rischio di quelle bianche. «Le minoranze etniche sono più esposte a eventi meteorologici estremi e hanno meno capacità di proteggersi», dice Wellenius che aggiunge: «Spesso, queste comunità vivono in quartieri che diventano più caldi durante le ondate di calore. Inoltre hanno meno accesso all’aria condizionata».
Il problema non è solo americano. In Italia uno studio parte del progetto Moniter ha scoperto che l’esposizione al pm10 (le polveri sottili) emesso dagli otto inceneritori dell’Emilia Romagna ha comportato un considerevole aumento del rischio di nati prematuri e abortività. Inoltre, una ricerca condotta su oltre 514mila abitanti di cinque città del Sud Italia ha rilevato una correlazione tra l’abortività e la presenza di pm10, biossido di azoto e ozono anche se gli inquinanti rientravano nei limiti di legge. In Cina, un articolo accademico ha preso in esame 18mila coppie e ha denunciato come l’esposizione all’inquinamento atmosferico aumenti del 20 per cento il rischio di infertilità. Anche in Danimarca uno studio simile ha rilevato come le emissioni inquinanti riducano dell’otto per cento la possibilità per le donne di concepire un bambino.
Di fronte a dati così allarmanti la politica sta iniziando a muoversi. Negli Stati Uniti l’amministrazione guidata dal presidente Joe Biden ha incluso nel Build Back Better (un piano da 1,2 trilioni di dollari) un’agenda legislativa per affrontare il legame tra minacce climatiche e gravidanza. Il membro della Camera dei rappresentanti Lauren Underwood ha proposto un disegno di legge che aiuterebbe a rendere i medici e i pazienti più consapevoli dei rischi legati al cambiamento climatico per le persone incinte. Ma la strada non è facile, spiega Wellenius: «Sfortunatamente, non ci sono risposte semplici. Per proteggere al meglio le persone, dobbiamo capire i rischi che affrontano, identificare gli individui più vulnerabili e lavorare con le comunità per sviluppare soluzioni che funzionino caso per caso. Per esempio, per ridurre gli effetti delle ondate di caldo, aggiungere parchi o alberi stradali potrebbe funzionare in una zona, mentre in un’altra aerea potrebbe essere meglio fornire l’accesso a spazi con aria condizionata».
Ciò che è certo è che questo problema non può più essere ignorato. Per Wellenius: «È importante far capire alle persone che gli effetti dei cambiamenti climatici non sono una questione di domani, ma di oggi. I problemi sono già presenti ed è necessario iniziare a mobilitarsi. Molti Paesi e istituzioni stanno iniziando a prendere provvedimenti. Anche se siamo in colpevole ritardo, siamo ancora in tempo per ridurre le emissioni e difendere dall’inquinamento le donne e i piccoli che portano in grembo». Nel frattempo l’Italia e l’Europa continuano a lottare contro la decrescita delle nascite. Per uscire dall’inverno demografico servirà una primavera ambientale?