Il commercio dell’animaJLo ha capito che se siamo tutti comari analfabete tanto vale venderci qualcosa

Ora che la civiltà della conversazione è stata uccisa dai saperlalunghisti che non sanno nulla, la Lopez che invece la sa lunghissima davvero ha aggiornato all’era dei social quel ribaltamento dei ruoli che già otto anni prima della nascita di Instagram aveva applicato ai tabloid in “Jenny from the Block”

Gian Mattia D'Alberto - LaPresse

Una delle cose che mi sono più spesso chiesta, in questo anno trascorso a non capire cosa volessero venderci Jennifer Lopez e Ben Affleck, è stata: quand’è scomparsa la civiltà della conversazione? Sì, lo so che c’entrano i social, ma non staremo prendendo la questione dal lato sbagliato? Sì, mi sono risposta nel weekend aprendo il Financial Times: se persino loro non capiscono più qual è il lato interessante d’un fenomeno, come posso pretendere che le mie amiche non mi uccidano di noia?

Certo che le nostre vite non ci appartengono più, ma il problema è che il pubblico cui appartengono è vertiginosamente più scemo di quanto lo fosse il pubblico di Marlon Brando o di Pippo Baudo. Certo che c’è stato il declino delle élite e ora per stare nella vetrina della pasticceria non devi più aver vinto un Oscar o aver presentato Sanremo – puoi starci persino essendo me, che a stento sono riconoscibile dai parenti – epperò immaginiamoci a quale inesorabile declino della plebe abbia corrisposto.

Una delle cose che ho fatto, in questo weekend in cui Ben Affleck ha regalato a Jennifer Lopez un diamante verde (il mondo si divide in élite che riceve i diamanti verdi, e noialtre plebe convinte che, se è verde, sia uno smeraldo), è stata leggere un romanzo d’esordio, autobiografico come tutti gli esordi. L’autrice sputtana a scopo narrativo una parte consistente del mondo della comunicazione postmoderno: prende le persone, e ne fa personaggi.

Solo che vive in questo secolo, e sa di non avere un pubblico abbastanza intelligente da considerare questo meccanismo il legittimo mestiere degli scrittori. Solo che non vuole sentirsi dire sui social: ma quindi tu e Tizia non siete più amiche, le fai fare la figura della stronza. L’espediente risolutivo è: a Tizia, l’esordiente dedica il libro. Alla pagina della dedica ci arrivano proprio tutti, anche quelli il cui rapporto coi libri consiste nel fotografarne le copertine.

Vedete, è una dedica pubblica, siamo pubblicamente amiche, esiste solo ciò che è pubblico, c’è la dedica perciò è vero. Ho provato a immaginarmi Proust che dedica il suo romanzo autobiografico alla duchessa di Guermantes. Ho provato a immaginare la civiltà della conversazione sopravvivere a un mondo in cui le comari sedute sul corso del paese convinte di saperla lunghissima sulle vite dei passanti sono l’unica specie rimasta.

Nel weekend il Financial Times si è interrogato su Cameo, una app dove ti compri il video d’una celebrità che ti si rivolge come foste vecchi amici, facendoti sembrare meno mitomane di fronte ai tizi cui in chat hai detto di sapere per certo che l’attore X e l’attrice Y fossero in crisi, mia cugina era a una cena dove c’era anche lei e mi ha raccontato che.

Si sono interrogati sulla possibilità di filtrare, coi pagamenti, le interazioni col pubblico che invece su Instagram può dirti gratis cose stronze. Sulle carriere di questi derelitti famosi che devono essere a un punto ben morto per vendere saluti e auguri di compleanno a derelitti non famosi. Ma nel lungo articolo non si sono mai chiesti perché Vongola75 ci tenga tanto a illudersi d’essere amica d’un cantante, d’un presentatore, d’un giornalista che segue su Instagram.

Anche noi leggevamo i fotoromanzi, ma sapevamo distinguerli dalla vita vera. Lei no, a lei per sentirsi viva serve un autoscatto con un famoso, giacché Vongola75 esiste non se la sua famiglia le vuole bene, non se il suo impiego di ragioniera è soddisfacente, non se ieri ha visto un film che l’ha fatta ridere alle lacrime; esiste solo se ha una qualsivoglia contiguità con la notorietà. Nei “Cassamortari”, il nuovo film di Claudio Amendola su Prime, la plebe paga per autoscattarsi assieme al cadavere del famoso.

Sarà forse colpa dell’epistemologia identitaria e del fatto che gli studiosi non fanno più il loro mestiere, fatto sta che quella che ha capito meglio il meccanismo è proprio Jennifer Lopez, e non da ieri. “Jenny from the Block” ha vent’anni, è quel video in cui lei prendeva i tabloid che si cibavano della sua storia con Ben Affleck (del primo turno della storia, non del ripescaggio attuale), e ribaltava i ruoli. Faceva la regia del loro essere perpetuamente in pasto al pubblico otto anni prima che esistesse Instagram. C’è un dettaglio magnifico in quel video, fatto di frammenti di loro che inscenano l’essere ripresi da paparazzi o da telecamere a circuito chiuso (che anni ingenui, prima delle telecamere nei telefoni).

Un dettaglio che riconosce chiunque sia mai finito, per caso o per mestiere, su un rotocalco popolare. Ci sono loro due al tavolino d’un bar, e lei sta piangendo, si mette le mani sugli occhi, è chiaramente disperata, lui le sta chiaramente spezzando il cuore, è una foto da titoli, da copertina, da tiratura raddoppiata.

Ma restando sulle immagini due secondi in più scopriamo che a JLo dà fastidio una lente a contatto. Quei due secondi i direttori dei rotocalchi li tagliavano scientemente: dovevano vendere. Noialtri pubblico non intermediato di questo secolo non li vediamo perché siamo troppo impegnati a compiacerci del nostro saperlalunghismo: te l’avevo detto che erano in crisi. Nel Novecento c’era il dolo, adesso c’è la convinzione d’essere furbi. Se vi sembra un miglioramento, beati voi.

La richiesta che ho ricevuto più spesso in questi mesi è: mi fai un tweet contro il mio libro/film/disco, così tutti s’incazzano e diventa un successo come Zerocalcare? (No, non lo dicono credendoci: lo sanno pure loro, che il successo di Zerocalcare prescinde da quella specifica sfumatura d’imbecillità per cui il pubblico romano si offende se qualcuno dice che il romanesco non è italiano).

L’altro giorno ho fatto un tweet sul romanesco di Michela Giraud. Perché è una persona gentile e l’unica cosa che le avevo privatamente detto dopo aver visto il suo spettacolo era che era analfabeta (non per il romanesco: per «donne incinta»); perché era tanto tempo che non organizzavo un tamponamento a catena e volevo vedere se ero ancora capace; perché era difficile funzionasse: la Giraud è meno commerciante di Jennifer Lopez, non si cala del tutto nella parte, si capisce anche quando s’impegna che non è risentita davvero, si capisce (o almeno così sembrava a me) che è tutta una conventicola di gente che s’è accordata per farsi beffe del pubblico.

E invece, sebbene in misura minore rispetto all’affaire Zerocalcare (ma non è detto: a volte gli incidenti partono lenti ma danno grosse soddisfazioni sul medio periodo), ci siamo prese tutto il repertorio dei classici, da «e allora Troisi» a «un romano deve averla mandata in bianco», passando per «vuole solo visibilità» (la visibilità è la valuta preferita dei saperlalunghisti). Prendono per il culo quelli che credono ai microchip dei vaccini, e poi si sentono depositari della verificata verità dei cuoricini.

In un’intervista di dieci anni fa a Esquire, Bruce Willis diceva che in California gli mancavano moltissimo le tavole calde di provincia. Il giornalista suggeriva di andarci, e lui diceva ma ti pare, poi sono lì che mangio il budino di riso e tutti mi fissano. Tutti ti fissano, tutti credono di conoscerti, tutti la sanno lunga: tanto vale monetizzarlo. Mica coi video a pagamento sulle app: JLo, che la sa lunghissima, il video col brillocco verde lo annuncia su Instagram (dove ha 202 milioni di follower), ma lo pubblica nella sua newsletter privata.
Intanto t’iscrivi gratis e la guardi fare gli occhioni commossi davanti al dito imbrilloccato, poi un domani vuoi che a quell’indirizzario non venda qualcosa?

Perché dovrebbe passare da far guadagnare i tabloid a far guadagnare Zuckerberg, quando può commerciarsi l’anima in proprio? Se la civiltà della conversazione è così finita che nessuno riesce più a dire niente d’interessante, a studiare niente, a capire niente, giacché siamo tutte comari semianalfabete illuse di conoscere la vita sessuale degli attori o anche solo la loro ricetta del budino di riso, tanto vale accomodarsi nel mondo nuovo: la civiltà del commercio.