Sandra e RaimondoLa fine dell’idillio Letta-Meloni e il possibile ritorno del proporzionale

Dopo mesi in cui sembrava esserci un certo feeling su alcuni temi, a cominciare dal maggioritario, i due leader hanno sfruttato un convegno di Fare Futuro per dichiarare pubblicamente di essere agli opposti sull’embargo al gas russo, Orbàn e la legge elettorale. O un modo per legittimarsi a vicenda?

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L’idillio è finito tra Enrico Letta e Giorgia Meloni. La stessa leader di Fratelli d’Italia aveva ironizzato di fronte all’ennesimo invito ricevuto per dibattiti e presentazioni di libri insieme al segretario del Partito democratico: «Sembriamo i Sandra e Raimondo della politica italiana». E in effetti sembrava che un certo feeling tra i due ci fosse, nei numerosi confronti pubblici. Lui che evitava sempre di calcare la mano sulle differenze, di accentuare la polemica, toni soft e riconoscimento nei confronti dell’unica leader donna capace di portare il suo partito in alto nei consensi. Alla faccia di Matteo Salvini. Il capo della Lega si innervosiva e si innervosisce molto nel vedere la sua alleata davanti a lui in tutti i sondaggi e accarezzata dalla sinistra, che in questo modo sparge sale sulle ferite del centrodestra. Ferite che bruciano, tanto che, dicono i leghisti, «Giorgia vede più Enrico che Matteo».

In effetti è così, ed è successo pure ieri: mentre Meloni discuteva con Letta (questa volta dandosele di santa ragione), nell’ufficio di Salvini al Senato si svolgeva un vertice del centrodestra sulle candidature per i sindaci, sulle quali non riesce a mettersi d’accordo. C’erano tutti, Salvini padrone di casa, tranne Meloni. Avevano chiamato Ignazio La Russa in rappresentanza di FdI, ma lui non ci è andato. Il tutto è andato in scena nello stesso Palazzo Madama: il confronto/scontro tra Sandra e Raimondo si è svolto nella sala conferenze dello stesso palazzo con entrata in Piazza della Minerva.

La fine dell’idillio si è consumata durante la presentazione del rapporto/sondaggio europeo “Freedom at risk: the challenge of the century’, organizzata da Fondazione Fare Futuro e International Republican Institute. Già il presidente del Copasir, Adolfo Urso, introducendo il dibattito ha tenuto a spiegare che Letta e Meloni rappresentano due poli opposti e concorrenti, lontani e mai associabili a maggioranze spurie come si sono viste in questa legislatura. Anche se i due principali partiti – ha aggiunto Urso, presidente della fondazione FareFuturo – garantiscono «la collocazione internazionale del nostro Paese in Europa e nell’Alleanza atlantica, al di là delle divergenze politiche, consapevoli delle sfide che l’Italia deve affrontare».

Sono venute invece fuori due concezioni diverse dell’Europa e dell’alleanza atlantica. Letta ha caricato a testa bassa contro il premier ungherese Viktor Orbàn, la cui recente vittoria elettorale, ha ricordato l’ex presidente del Consiglio Pd, è stata salutata con applausi da Meloni e Salvini, ma anche dal Vladimir Putin, guarda caso. Per Letta la vittoria del leader di Fidesz è «una iattura» per l’Europa. Il leader Dem è stato implacabile quando ha parlato dell’Unione federale europea e dell’abolizione del diritto di veto che impedisce all’Europa di diventare una sola realtà nella Difesa comune e nella politica estera. Diritto di veto che impedisce di accentuare le sanzioni contro la Russia e procedere con l’embargo sul petrolio e il gas di Mosca.

Meloni ha glissato su Orbàn: vive la contraddizione di osannare Orbàn, tiepido con l’invio delle armi agli ucraini, e di far parte a Strasburgo del gruppo parlamentare dei Conservatori dove comandano i polacchi, acerrimi nemici di Putin.

Anche lei ha contrattaccato, dicendo che la sua posizione sulla guerra è netta. Ma ha aggiunto di non considerare normale che chi ha una posizione «distonica debba essere espulso dal dibattito»: «Mi spaventa una democrazia che non tollera chi manifesta contro». E chi oggi si lamenta che abbiamo commerciato con la Russia, ha aggiunto Meloni, allora dov’erano? Il riferimento agli amici di Letta è non è casuale. «Fui linciata quando da ministro della Gioventù contestai le Olimpiadi in Cina».

Scintille pure sulle riforme e la legge elettorale. Per Letta è scandaloso che in questa legislatura ci siano state 300 cambi di casacca. «Certo che poi c’è sfiducia e astensione da parte dei cittadini». Il leader dei Dem considera pure scandalose e motivo di sfiducia degli elettori le liste bloccate che consentono ai capi di partito di imporre i candidati. Lui di recente ha potuto fare una campagna elettorale in un piccolo collegio in Toscana che gli ha consentito di avere un rapporto con le persone. Un esempio con il quale Letta probabilmente ha voluto far riferimento al sistema proporzionale spagnolo che prevede infatti tanti piccoli collegi, ma che ha un effetto maggioritario: favorisce infatti i partiti più grandi. Se applicato in Italia favorirebbe Pd e FdI. Un modo per tentare Giorgia?

Lei di proporzionale non ne vuole proprio sentire parlare e ha provocato Letta: gli ha chiesto di dire cosa ne pensa dell’apertura al proporzionale fatta dal governatore del Lazio Zingaretti, che «da 10 anni governa la Regione grazie a un sistema maggioritario e all’elezione diretta». L’unica ipotesi di riforma elettorale per Meloni è il ritorno al Mattarellum, che prevede più maggioritario, mentre il ritorno al proporzionale serve ai partiti per non decidere, per allearsi dopo il voto con chi si è combattuto e ha presentato un programma diametralmente opposto.

Letta non ha risposto alla domanda di Meloni, anche se ormai è chiaro quanto il Pd abbia bisogno del proporzionale in qualunque salsa, tedesco o spagnolo che sia, per non doversi presentare agli elettori con un’alleanza insieme ai neutralisti 5 Stelle guidati da Giuseppe Conte. Le scelte di politica estera, le posizioni sulla guerra in Ucraina e le parole di Conte contro il «vetero atlantismo» hanno definitivamente ristretto il campo largo.

E a proposito di atlantismo e della fine dell’idillio tra Sandra e Raimondo, Letta ha alzato il sopracciglio quando Meloni ha ricordato che la destra italiana, dal dopo guerra in poi, dal MSI ad An, è sempre stata con l’Occidente contro la Russia comunista. Enrico ha sgranato gli occhi quando Giorgia si è lamentata perché i social americani avevano tolto la parola a Trump dopo l’assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill.

Anche sull’embargo al gas russo Meloni ha voluto rimarcare la distanza da Letta, dicendo che senza un preciso studio dei costi benefici sarebbe un “suicidio” per le imprese italiane e le famiglie. Dietro le quinte però FdI è pronta a dire sì alla chiusura del rubinetto di Putin se la guerra dovesse continuare. È la stessa posizione del governo polacco.

No, non c’è nessun feeling tra i due ed è la stessa Meloni che lo dice, ma per ribadire il concetto che si tratta di un normale confronto tra i leader dei due principali partiti. Un modo per legittimarsi a vicenda.

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