Vittimismo sovranistaLa rassegnata ultima settimana di Marine Le Pen

La candidata del Rassemblement national è sfavorita nei sondaggi e ammette di aver «molto sofferto delle ingiustizie e delle persecuzioni che ho subito a causa del nome che porto». Un’implicita ammissione della sua incapacità, malgrado i grandi passi avanti nella normalizzazione, di diventare una candidata normale

LaPresse

Nel suo ultimo comizio prima del ballottaggio previsto questa domenica, Marine Le Pen ripete ancora una volta lo slogan che l’ha accompagnata per tutta la campagna elettorale: «Se il popolo vota, vince!», un modo per provare a mobilitare la sua base, preparata al miglior risultato della storia del Rassemblement national. 

Sorpresa dal ritorno del fronte repubblicano, l’union sacrée di tutti i partiti contro l’estrema destra che credeva ormai relegato al passato, Le Pen trascorre la sua penultima giornata di campagna elettorale al nord, nelle terre che votano in massa per lei e per il suo partito, quasi come se volesse sentirsi a casa dopo due settimane di attacchi durissimi dal campo macronista e dalla stampa tradizionale. 

Ad Arras, di fronte a più di tremila persone, Le Pen ammette di aver «molto sofferto delle ingiustizie e delle persecuzioni che ho subito a causa del nome che porto», un’implicita ammissione della sua incapacità, malgrado i grandi passi avanti nella normalizzazione, di diventare una candidata come un’altra.

Tra marzo e aprile sembravano riuniti tutti gli ingredienti per un ballottaggio serrato. L’irruzione sulla scena del polemista Éric Zemmour aveva monopolizzato l’attenzione dei media e allontanato gli anatemi da Le Pen, che ha potuto condurre una campagna elettorale senza fuochi d’artificio, quasi nell’ombra, tra mercati, piccole città, riunioni pubbliche senza grandi folle. Il tutto per martellare soltanto un concetto, la perdita di potere d’acquisto dei francesi, una scelta che le ha permesso di apparire meno estremista e più vicina alle reali preoccupazioni delle classi sociali meno agiate.

E invece, a giudicare dal tenore della “nuova” campagna cominciata immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati del primo turno, il 10 aprile, la montagna da scalare per vincere le elezioni presidenziali era ancora troppo ripida. Il sondaggio quotidiano pubblicato dall’istituto Ipsos giovedì pomeriggio è implacabile: 57,5% per Macron e 42,5% per Le Pen, con una dinamica nettamente favorevole al presidente, che ha guadagnato più di quattro punti in meno di dieci giorni. La vittoria lepenista non è impossibile, soprattutto a causa degli indecisi, e la Brexit ricorda che le campagne elettorali servono a sovvertire i pronostici. Tuttavia resta improbabile.

Il dibattito di mercoledì sera, ultimo momento utile per cambiare la storia di questo ballottaggio, non sembra aver portato grande aiuto alla candidata del Rassemblement national. Al contrario, ha cristallizzato i rapporti di forza.  In una completa inversione dei ruoli, Macron si è comportato in modo offensivo, come se fosse lo sfidante, riuscendo in questo modo a parlare poco del suo bilancio da presidente e al contrario sottolineare le incoerenze del programma della sua avversaria, che d’altro canto è apparsa sulla difensiva, come se volesse limitare i danni. 

L’atteggiamento misurato e composto ha permesso a Marine Le Pen di evitare grossi errori e di lavare la vergogna del disastroso confronto televisivo del 2017, vero trauma che ha segnato profondamente i suoi cinque anni all’opposizione. Ma raggiungere l’obiettivo minimo non era sufficiente per vincere e, anzi, ha confermato e accentuato la tendenza di questi giorni: secondo un sondaggio pubblicato dall’istituto Elabe la sera stessa, il 61% dei francesi ritiene che Macron sia stato più convincente, rispetto al 39% che invece ha trovato migliore Marine Le Pen. 

Al di là dei comportamenti personali, che pure contano in un confronto a due in un’elezione così personalizzata come la presidenziale, il vero grande limite della candidata del Rassemblement national è e resta il programma. 

Le proposte sono ancora troppo contraddittorie e difficili da difendere in un dibattito serrato: l’uscita di fatto dall’Unione europea e la scarsa attenzione alle coperture finanziarie di alcune riforme, come quella sulle pensioni o sull’aumento dei salari, allontanano parte dell’elettorato più anziano preoccupato per il suo patrimonio in caso di vittoria lepenista. Senza parlare dei grandissimi cambiamenti della costituzione, in cui Le Pen vorrebbe introdurre la preferenza nazionale per rendere legali le discriminazioni nei confronti degli stranieri, vera e propria linea rossa per chi ha una sensibilità repubblicana.

Cosa accadrà lunedì? Marine Le Pen ha fatto capire durante la campagna elettorale che non si ricandiderà nel 2027, una scelta che apre molti scenari sul futuro del Rassemblement national e probabilmente risponderà a una domanda che l’opinione pubblica francese si è posta per lungo tempo: è più forte il simbolo o il nome?

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