Vocazione alla riluttanza Malacqua e la fantasia del silenzio di Nicola Pugliese

Il libro dello scrittore cresciuto a Napoli è pervaso di una grazia scontrosa, a cui giova un’aura dimessa e come urticata di grigio. Dopo la pubblicazione, è stato accolto dal silenzio della critica allora in cattedra, sparendo per molti anni, diventando poi oggetto di culto e ricerca

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Napoli è stata ed è quel che Roma non è mai riuscita, e mai riuscirà, ad essere: una capitale della cultura e della letteratura. Milano e Napoli, le due città del Risorgimento: Parini, Beccaria, Manzoni, Cattaneo la prima; Cuoco, Settembrini, De Sanctis la seconda; e poi a Napoli, Benedetto Croce, e il circolo liberale nato e cresciuto intorno a lui. Nel primo Novecento sarà Firenze a provare a far da volano; poi, nel dopoguerra, il cinema e la televisione di stato offriranno troppo ai letterati: era l’incipit e subito il veleno dell’Età della Informazione: il fastoso inizio del declino. Pure Napoli ha resistito: fin quando ha potuto, ma lo ha fatto.

Si spiega così, con questa resistenza della letteratura, l’apparire a Napoli tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo di alcuni scrittori disposti al nuovo e mossi da un’urgenza. Fabrizia Ramondino, giovin signora che esordisce al romanzo con Althénopis, nel 1981; Brianna Carafa, nobildonna e psicoanalista che pubblica La vita involontaria, nel 1975 (nata e vissuta a Roma, dove ha studiato: non importa: è l’origine che conta e dura); e in mezzo, l’anno 1977, Nicola Pugliese, giornalista e figlio di giornalista, con il romanzo Malacqua. Tutti e tre i libri vengono pubblicati da Einaudi: nella collana Nuovi Coralli: e i libri di Pugliese e della Carafa sono sostenuti in casa editrice e a seguire da Italo Calvino.

(A quel tempo c’era un editore, in via Biancamano – anzi, erano due: Giulio Einaudi e Giulio Bollati – e non si entrava nei Supercoralli così, d’emblée: si passava prima per i Nuovi Coralli. È successo anche a Daniele Del Giudice e Francesco Biamonti: non certo due scriventi della “pura narratività”. A quel tempo “l’Einaudi”, come la dicevamo noi lettori matti, pubblicava solo letteratura, nelle sue collane di narrativa. Non basta una squadra di editor e valenti: serve un editore).

Ora Bompiani, su sollecitazione di Antonio Franchini, che da buon napoletano ha la memoria lunga, ripresenta il libro di Nicola Pugliese, Malacqua, già ripubblicato da Tullio Pironti nel 2013; e con una introduzione ricca di notizie e testimonianze, di Francesco Palmieri.

Servono, le notizie, riguardo Nicola Pugliese: è della schiatta affatto singolare degli scrittori d’un unico libro: così la curiosità di intendere il motivo e venirne a capo. (Nel 2008 è stata pubblicata a Napoli una raccolta di otto racconti dell’autore, che però paiono essere del tempo dell’unico romanzo). Non c’è verso: Pugliese ha lasciato una falsa pista e in tono (“Tanto poi, ti ricordano sempre per un solo quadro, non vale la pena di affaticarsi. Vedi Salinger, sarà sempre quello di Holden, non quello dei Nove racconti” – e questo affiancare, se non anteporre, i magnifici racconti al romanzo celebrato e inferiore, è sintomo di un buon orecchio); una serie di indizi che non fanno una prova, se non di una testarda vocazione alla riluttanza; e una dichiarazione che sa tanto del tagliar corto, riportata da Palmieri: “Ma ricordati che dovevo fare il marinaio, o l’attore e il regista di teatro, e ho fatto solo il giornalista, e questo sono stato, non ho mai pensato di essere un romanziere”. Che è come dire: Facciamola finita, su; più il segno di un senso della propria misura, che non è dote così ricorrente tra gli scrittori. Rimane il fatto che Malacqua, dopo la pubblicazione, accolta dal silenzio della critica allora in cattedra, sparisce per molti anni: diventa oggetto di culto e ricerca, che circola in fotocopie. Fino a quando Silvio Perrella e Giuseppe Pesce, all’inizio degli anni Novanta, non lo riportano in vista. Da lì in poi è un lento ritornare a galla.

Tema e luogo del romanzo sono nel lungo sottotitolo, che fa tanto pièce teatrale: Quattro giorni di Pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un Accadimento straordinario. Segue una citazione in esergo da Horcynus Orca, il gran libro di Stefano D’Arrigo, dove spicca una frase da tenere a mente: “Scappare è vergogna ma è salvazione di vita”: così, come un monito in sottofondo; quindi una “introduzione e prologo” dove compare l’alter ego dell’autore, il giornalista Andreoli Carlo, colto in un ristorante durante l’intervallo di mezzogiorno, in compagnia dei colleghi e del proprio disagio, che si alza da tavola, si scusa e dice che va a vedere Castel dell’Ovo. Intorno al Castello le case di pietra addossate “ma pure disdegnate e tenute lontane”, e, sopra tutto: “né voci per la strada, né giochi di ragazzi, solo dalle porte chiuse un lento bisbigliare, misterioso oscuro bisbigliare”: e poi dice di un urlo improvviso che farebbe rovinare tutto in mare, “labirintico urlo disgregato, sibilo disperato a interrompere, a tagliare”. Un mondo di cose accatastate e senza suono: se non bisbiglio, urlo, sibilo: un mondo che sappiamo subito grigio e dal grigio devastato. Andreoli Carlo si porta dentro quel “sibilo lungo” come compagnia ai pensieri, e l’orecchio sempre a quel “bisbigliare attento, sospettoso”: e i pugni si rinserrano. “Fin quando gli occhi non fanno le fusa al silenzio, con il pensiero che se n’è fuggito, la strada dritta, con il castello solo, solo e deserto: incantesimo dolcissimo e fermo come se fosse morte (…) ed è forse l’attesa, sempre, un’attesa di morte?”. Come dire: la domanda retorica per eccellenza.

Malacqua è un romanzo che viene dal silenzio, un silenzio ampio come di cupola: un gran silenzio; è una fantasia del silenzio e i suoi suoni, dilavato da una pioggia che è liquida metamorfosi del grigio devastato che copre la città e il presentimento. (Pugliese dice della “burocratica disarmante regolarità dell’acqua che scendeva”). La pioggia ininterrotta che copre Napoli per quattro giorni causando voragini nelle strade e crolli di edifici, il grido delle bambole ritrovate nei luoghi di tragedia e la prima tra gli scranni della Sala dei Baroni, il salire del mare oltre i parapetti e poi su fino a Montedidio, il suonare canzoni e musiche delle monete da cinque lire se accostate alle orecchie dalle ragazzine: tutto questo non è che opera del silenzio. Pugliese dice addirittura, ed è mirabile, di un “suono del bambino” – un bambino seduto su un muretto che lancia freschi piropos alle belle ragazze che passano e commenti ironici ai vecchi maschi: “e poi cominciava a ridere, a ridere”, una risata “incredibile e allegra” dopo una bella ragazza e un “riso stridulo e pungente” dopo un vecchio maschio: a risuonare in quel silenzio che è così parte di Napoli ed è dolenza. Ci sono poi i pensieri di una serie di figuranti, tutti detti, come l’alter ego, con il cognome anteposto al nome – a volte è indicata anche l’età e la provenienza – così come ricorrono le espressioni da verbale di questura: una epitome del grigio. Alcune volte i pensieri dei figuranti si trasformano in brevi narrazioni: qui Pugliese cede al bozzetto verista, non senza vistose goffaggini: come negli episodi erotici. Sono i limiti di una prosa non rifinita pur se di tenuta espressiva.

Nicola Pugliese viene dalla parte grigia di Anna Maria Ortese: è la parte di Il mare non bagna Napoli e di molte delle prose raccolte in La lente scura, vero libro d’ore: è un bel venire e italiano, anzi, “toledano”: ed è tutt’altro dal “realismo magico”, etichetta cara agli orecchianti. Questa la tonalità d’origine. Il registro narrativo è quello del resoconto in forma di flusso di coscienza, con passaggi tra discorso diretto e indiretto libero, uso sostenuto di iterazioni e ripetizioni, congiunzioni in apertura di frase, le coppie di aggettivi a dilatare il sostantivo in bolle lessicali che subito si sgonfiano d’attesa: tutto a occupare il silenzio tra presentimento e astenia. Il tanto atteso grande Accadimento non avverrà mai: passerà la pioggia e il grigio rimarrà: il silenzio sotto la cupola tornerà a occupare tutto e tutti.

Malacqua non è il “capolavoro letterario del secondo Novecento” che dice Palmieri, appassionato esegeta del libro e, par di capire, di quel tempo: è un libro notevole e da leggere, pervaso di una grazia scontrosa e privo di garbo, a cui giova un’aura dimessa e come urticata di grigio: vale ripeterlo, la parte grigia della grande Ortese. Torna alla memoria un breve testo della Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio (si trova come uno dei due testi “del tutto nuovi e preziosi” della edizione Adelphi di Il mare non bagna Napoli, del 1994), dove la Ortese racconta del gruppo di letterati riuniti attorno a Prunas e alla sua rivista Sud: “il piccolo drappello di giovani ambiziosi, seri, educati, manifestamente poveri” di cui lei stessa faceva parte e che si distingueva per “la religione della conoscenza, dei libri, della informazione, e anche la modestia dell’abito, l’uso comune a tutti della giacchetta grigia (…) la mite giacchetta grigia”. Ecco, credo che a Pugliese sarebbe piaciuto far parte del gruppo – e avere indosso quella mite giacchetta grigia e orgogliosa.

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