Paradiso immaginarioL’inspiegabile fascinazione per il modello Russia, fallimentare in ogni campo

I numeri sono quelli di un Paese in via di sviluppo, con un tasso di omicidi sudamericano, un’aspettativa di vita limitata e, nonostante l’amore dei pro-life, un numero altissimo di aborti. Tutte contraddizioni che gli adoratori di Putin fingono di non vedere

AP Photo

Da sempre gli italiani, sia il popolo che le cosiddette élite, si sono divisi sulle simpatie verso questo o quel Paese straniero. L’esterofilia che ci contraddistingue è sempre stata non solo importante, ma anche molto variegata.

Durante il Risorgimento c’erano gli anglofili e i francofili, vennero poi i tedescofili, seguiti dai filo-americani. Ad accomunare tali preferenze era il fatto che erano rivolte verso Paesi più avanzati, più ricchi, oltre che più potenti. Avevano motivo di essere un punto di riferimento, nel bene e nel male, non solo perché avevano una forza militare maggiore, ma anche e soprattutto perché avevano raggiunto standard di benessere effettivamente più alti.

Anche la fascinazione, più culturale e pop, verso i Paesi nordici, all’avanguardia nei diritti civili, o, per esempio, il Giappone dei manga ha le sue motivazioni.

A queste simpatie si sono aggiunte, però, quelle verso l’Urss, e, dopo, verso la Russia. Se la prima aveva tra le ragioni l’ideologia, il raggiungimento del Sol dell’Avvenire, la realizzazione del socialismo reale, obiettivo utopistico che faceva ignorare la realtà di una vita povera, a tratti miserabile, dietro la Cortina di Ferro, la seconda ha caratteristiche tutte nuove, inedite, molto più irrazionali.

Il filone filo-russo degli ultimi 20 anni è solo in piccola parte erede di quello filo-sovietico. La maggioranza di coloro che hanno guardato, e ancora guardano, al Paese di Putin come a un modello in realtà erano un tempo, e sono, fermamente anti-comunisti. Come si sa a motivarli è l’attrazione verso l’uomo forte, che conserva le tradizioni, che contrasta quel liberalismo fatto di “teoria gender”, immigrazione incontrollata, presunta distruzione delle identità di cui l’Occidente sarebbe colpevole.

Questo fan club riesce a sopravvivere, pur rimpicciolendosi, anche di fronte all’aggressione dell’Ucraina, ai massacri di Bucha e degli altri centri occupati intorno a Kiev. Il motivo è lo stesso che lo ha generato: l’irrazionalità e l’emotività di tale fascinazione, che è rivolta a un Paese e un sistema che in realtà nulla ha da offrire a coloro che lo venerano, neanche qualche soddisfazione ideologica.

La Russia adorata da chi teme la conquista islamica dell’Europa e la sua sostituzione al cristianesimo ospita in Cecenia la moschea più grande d’Europa, capace di ospitare 30mila persone, inaugurata da Ramzan Kadyrov, autocrate locale indispensabile alleato di Putin, cui ha fatto avere il 91,4% dei voti alle ultime presidenziali. Putin stesso nel 2015 ha presenziato all’apertura della nuova enorme moschea centrale di Mosca, 10 mila posti, punto di riferimento per i cittadini russi di religione islamica, ben il 6,5%, percentuale superiore al 4,5% di musulmani italiani.

Ma questa è solo di una piccolissima parte delle incoerenze che circondano il sentimento filo-russo in Italia. Ancora più importanti sono quelle a livello economico e sociale. È ironico che spesso proprio chi negli ultimi anni più si è lamentato e più spesso ha sofferto delle conseguenze della nostra stagnazione, della povertà diffusa, della disuguaglianza abbia come punto di riferimento un Paese, la Russia, appunto, in cui il Pil pro capite è molto inferiore al nostro, anche volendolo calcolare considerando la parità di potere d’acquisto. Parliamo di 26.300 dollari contro 35.300. Inferiore anche a quello dell’odiata UE e naturalmente a quello tedesco o americano, più che doppio.

Non solo, nel regno di Putin anche la disuguaglianza è peggiore. Vi sono molti modi di calcolarla, e utilizzandone uno semplice, ovvero la quota di reddito del 50% più povero, emerge come i russi se la cavino meglio dei corrispettivi americani o brasiliani, ma peggio degli europei, in particolare dei tedeschi e degli italiani. Nel nostro Paese la metà più povera ha il 20,7% del reddito complessivo, in Russia il 16,9%.

Dati OCSE e World Inequality Database

È molto probabile, poi, che gli ammiratori del presidente russo, o, meglio, della sua immagine, siano poco informati sui poco invidiabili record in ambito sanitario della Russia. Qui (dati 2019) si vive mediamente solo 73,2 anni, meno che in uno Stato in via di sviluppo come il Brasile (75,9), e molto meno che in Polonia (78), negli Stati Uniti (78,9), e soprattutto in Germania (81,4) e Italia (83,6). Il tutto nonostante i miglioramenti degli anni precedenti. La speranza di vita agli albori del Terzo Millennio fa era di poco più di 65 anni. La differenza maggiore la si ritrova nelle statistiche sugli uomini: in Russia mediamente non vanno oltre i 68,2 anni, contro gli 81,4 in Italia.

Ora tutte queste cifre risultano in calo sotto la scure del Covid, ma anche in questo caso è Mosca ad avere sofferto di più, con un eccesso di mortalità cumulato, dal 2020, del 31%, contro uno italiano del 13%.

Dati OCSE

Ancora più silenzio vi è intorno a quello che un tempo era stato definito il “male del secolo”, l’Aids. I morti dovuti a esso sono in aumento in Russia da 20 anni, e hanno raggiunto nel 2019 i 12,8 ogni 100 mila persone. Si tratta di un livello circa 18 volte superiore a quello italiano.

Dati OCSE

Secondo gli standard occidentali, e italiani in particolare, si tratta di un Paese in uno stato di degrado sociale che può essere confrontato solo ad alcune realtà sudamericane, e non europee. Nonostante questo è diventato uno dei più ammirati da coloro che lamentano che “non si può andare in giro da soli la sera”.

Ciò è accaduto anche se ha un tasso di omicidi di 7,68 persone ogni 100mila abitanti, circa 15 volte quello italiano (0,52), più alto di quello americano (4,94), nonostante siano gli Stati Uniti ad essere noti per la pericolosità di molte periferie, più che Mosca o San Pietroburgo.

Le città russe sono meno sicure di quelle peruviane e boliviane, per esempio, e solo nei luoghi più noti al mondo per le attività delle gang, Honduras, Messico, Brasile, Sudafrica, vi sono statistiche peggiori.

La Russia ha numeri ancora più da record se invece degli omicidi si analizzano i suicidi. A togliersi la vita ogni anno sono 21,6 persone ogni 100mila, circa 5 volte in più che nel nostro Paese. E più che in quasi tutti i più importanti Stati del mondo.

Cosa penseranno, come potranno giustificare questi numeri coloro che preferiscono il modello russo a quello occidentale perché in Europa e Usa ci sarebbe un declino dei legami sociali, della famiglia, dei valori?

Cosa potrebbero dire di fronte ai numeri degli aborti? 418,8 ogni 1000 nati nel Paese di Putin, contro i 259 dell’Ungheria, tra i membri della Ue in cui ve ne sono di più (nonostante l’impronta tradizionale-conservatrice del governo di Orban), e i 174,5 dell’Italia.

Dati Oms e fonti nazionali, 2019

Sarebbe lungo l’elenco degli indicatori di ogni tipo, sociale, economico, demografico, che smentiscono in modo clamoroso la narrazione di una Russia forte, potente, prospera, modello alternativo a un Occidente in declino.

Ci dovremmo chiedere come sia stato possibile che l’idolo di tanti pro-life sia diventato il Paese con più aborti, il punto di riferimento di chi chiede “legge e ordine” sia quello con più omicidi, la società ammirata da chi vuole Dio, Patria e Famiglia sia quella in cui si muore di più per Aids e suicidi. Perché chi crede che ci stiamo impoverendo a un livello intollerabile guardi con maggiore fiducia verso un’economia più povera e più diseguale. Come mai chi grida alla dittatura sanitaria elogia un regime che avvelena e imprigiona gli oppositori.

Parte delle risposte le sappiamo, si tratta del corto circuito dell’informazione, della disperata ricerca di un modello alternativo a uno, quello in cui si vive, che ha deluso, che non dà quello che ha promesso.

Ancora più importante che trovare i perché, tuttavia, è probabilmente che coloro che non sono mai caduti vittime di questa irrazionale fascinazione per un Paese in fondo povero e per molti versi ancora in via di sviluppo, perlomeno non la assecondino.

Vi è stata una sorta di tacita soggezione da parte dei governi, anche quelli più lontani dal regime di Putin, una sopravvalutazione dei suoi mezzi. È stata trattata come una grande potenza nonostante avesse il Pil della Corea del Sud, e questo fosse di un ordine di grandezza più piccolo di quello europeo. Tale atteggiamento è stato percepito sia dalla popolazione che da chi comanda a Mosca, che, come fatto notare da molti, ragiona quasi solo per rapporti di forza, reale o presunta.

Presunta, appunto. Invece di regalare una narrazione favorevole e fasulla ai nostri avversari, è l’ora di riscoprire la nostra, di forza. Che esiste, si alimenta proprio della natura democratica, quindi innovativa e competitiva, e di conseguenza produttiva, del nostro sistema. Non nascondiamola, anzi, diventiamo capaci di comunicarla e di esserne orgogliosi.

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