Il mondo come rappresentazioneSmettiamola di dire «povere noi» ogni volta che a una donna succede qualcosa

Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, perché in una società in cui si può diventare cardiochirurghe o premio Nobel ci interessa di più apparire bene su Instagram per far morire d’invidia le ex compagne di classe

Photo by Ruvim Noga on Unsplash

Di tutti i danni dell’identitarismo, quello della rappresentatività è il più insidioso. Il maschio bianco etero, beato lui, è rimasto l’unico che se compie un’impresa epocale il merito è suo, e se combina un disastro la colpa è sua (a parte per alcuni invasati commentatori che daranno la colpa al patriarcato, ma eliminiamo i deliri estremisti dal ragionamento, per brevità e comodità).

Tutti gli altri rappresentano intere popolazioni, categorie, milioni o forse addirittura miliardi di esseri umani, senza essere intenzionati a farlo e soprattutto senza che nessuno abbia chiesto a noialtri «vuoi tu sentirti rappresentata dalle azioni di Tizia solo perché anche tu munita di vagina», «vuoi tu essere responsabile di cosa diavolo fa Caio solo perché avete un colore di pelle simile».

Un uomo nero (ricco e famoso) che schiaffeggia pubblicamente un altro uomo nero (ricco e famoso) nuoce alla causa antirazzista perché ora tutti penseranno che i neri sono violenti? E perché non dovremmo tutti pensare che invece hanno garbo e nervi saldi come quello, altrettanto nero, che non ha reagito al ceffone?

Una donna che sta con uno che le spara è colpevole quanto quello che le spara? Naturalmente no, e infatti ad andare in galera è lui e non lei, e tuttavia non si capisce perché se ti rubano la macchina nessuno dica che le famiglie dei bambini maschi hanno il dovere di spiegare loro che le macchine non si rubano, e guai a chi osasse permettersi di dirti che forse la macchina è meglio se la chiudi a chiave.

Si dà per scontato che i reati siano reati, che gli esseri umani sappiano, per le ore di educazione civica a scuola o per intuito, quali azioni sono illegali, e che tuttavia alcuni decidano comunque di compiere reati, e che noialtri cercheremo di tutelarci al meglio da tutti i reati allo stesso modo: non è che la macchina la chiudiamo a chiave, e però ci facciamo un punto d’onore di girare mezze nude alle tre di notte per i quartieri malfamati così poi se ci stuprano possiamo dare la colpa alla società patriarcale. Cerchiamo di non farci stuprare. È una cosa così ovvia che mi viene da ridere a scriverla, e mi viene voglia di dare delle testate al muro ogni volta che leggo che invece di insegnare alle bambine a difendersi bisogna insegnare ai bambini a non stuprare: ma secondo voi i delinquenti delinquono perché nessuno mai gli ha fatto notare che quella specifica azione vìola il codice penale?

Samantha Migliore è morta a trentacinque anni dopo avere tentato di farsi migliorare il seno da un’improbabile tizia (una con un nome d’arte e delle sopracciglia da ergastolo per leso senso estetico) che le avrebbe dovuto far aumentare le tette con delle punture di silicone fatte in casa. È morta e non è bello fare valutazioni intellettive sulla vittima d’un caso di cronaca nera. Però, attenendosi alle cronache, ci sono molti dettagli drammatici in questa vicenda.

Che una trentacinquenne cresciuta nell’Occidente industrializzato in un Paese in cui vige l’istruzione obbligatoria non abbia pensato che se ti inietti il silicone come fosse insulina poi quello ti finisce in vena e crepi (e che non l’abbia pensato il genio che ha eseguito l’intervento, né il tizio con cui la Migliore era sposata; lui forse l’ha pensato ma non voleva sentirsi maschio patriarcale a vietarglielo).

Che la Migliore avesse così poco giudizio nella scelta delle persone cui affidarsi che tre dei cinque figli li ha avuti da uno che le ha sparato in testa. Che, in generale, abbiamo creato un mondo che la maggior parte dei suoi abitanti non ha gli strumenti per affrontare, e tutto quel che riusciamo a offrire come premio di consolazione è: poverina, è perché sei donna.

Ricopio da un editoriale uscito ieri: «Alla fin fine, siamo assemblaggi di tanti pezzi, no? È così che ci guardano, è così che ci hanno insegnato a vedere noi stesse […] Di chi è la responsabilità della corsa sciagurata di tutte quelle che magari non muoiono ma rincorrono un modello distopico, alzando l’asticella ancora e ancora, fino frantumarsi in mille pezzi imperfetti? Ci vogliono belle, giovani, toniche. Ci vogliono somiglianti alla bambolina di plastica dentro la loro testa. E noi, generazioni educate alla docilità invece che all’emancipazione, ci vogliamo ancora meglio dei sogni altrui. Per non sbagliare, ci vogliamo perfette, costi quel che costi».

Ma ci hanno insegnato chi? Ci vogliono chi? Generazioni educate da chi? L’editorialista è del 1970, io sono del 1972, la defunta era addirittura nata negli anni Ottanta: siamo cresciute al lordo del ’68, ci hanno detto che potevamo avere tutto, tra i nostri film di formazione c’era “Una donna in carriera”, mica “Non mandarmi fiori”.

Possibile che siamo intellettualmente così pigre da non affaticarci a trovare chiavi per decodificare il presente che non siano il sospirare, prive di senso del ridicolo, che povere noi, siamo cresciute un secolo fa e ci hanno plasmate come attente solo alla bellezza e a trovar marito?

Possiamo iniziare a fare un lavoro utile di lettura della realtà, e chiederci come mai in una società in cui possiamo fare le astronaute e le presidentesse di consiglio d’amministrazione, le cardiochirurghe e le direttrici di rete televisiva, le stiliste e le premio Nobel, comunque c’interessa più che altro venire bene negli autoscatti e fare invidia all’ex compagna di classe?

Possiamo smettere di far finta che il problema sia femminile e venire a patti col fatto che il problema è di quoziente intellettivo, e ci sono e ci saranno (sempre di più, dacché il pianeta sarà sempre più affollato) quelle alla portata delle quali non c’è una carriera né soddisfazioni intellettuali e nemmeno doti di conversatrice interessante, ma solo l’essere bellocce? Possiamo smettere di scambiare le probabilità per imprevisti, o almeno di farlo in malafede, solo perché il titolo «Povere noi» tira di più?

E, soprattutto, possiamo smetterla con la rappresentatività? La tizia che si vuole rifare le tette dopo aver fatto cinque figli non rappresenta me più di quanto mi rappresentino Emmanuel Carrère o Bruno Vespa. Non abbiamo niente in comune – tranne l’essere fatti, come tutti, di carne deperibile e ambizioni confuse.

Così come la tizia accusata della morte della Migliore non rappresenta le estetiste, le transessuali, e neppure coloro che si strappano troppo le sopracciglia. Al massimo rappresenta quelli che non sanno fare il proprio lavoro, che sono la maggioranza degli abitanti del mondo, e il guaio che dovremmo applicarci davvero a risolvere; altro che fingere il problema sia l’aspirazione alla perfezione, un problema peraltro ottimamente risolto dai filtri fotografici.