Guia e tulipaniEro pronta a cedere all’estetica di Instagram per trenta euro, me li hanno fregati

A Bologna ha aperto da poco il Tulipark e con l’obiettivo di moltiplicare i miei cuoricini ho comprato il biglietto. Al freddo, bagnata, con un possibile attacco di sciatica, ho trovato chiuso, come l’americano truffato da Totò

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Questa è la storia di trenta euro buttati, e delle truffe dell’estetica di Instagram, e di trenta euro buttati, e del genio che pensa che mettere le musichette d’attesa al numero del servizio clienti faccia calmare la clientela inferocita, e di trenta euro buttati, e della broncopolmonite che mi sarò presa sotto l’acqua delle periferie (nelle banlieue piove più forte), e, non ricordo se ve l’ho già detto, sapete com’è io non bado ai soldi, di trenta euro buttati.

Qualche mese fa, a Bologna apre una cosa che si chiama Tulipark. Un parco divertimenti, ma senza i divertimenti: solo con i tulipani a fare da sfondo instagrammabile. Poiché tutto ciò che pomposamente chiamiamo «esperienza» è solo il modo di provare a chi ci segue su Instagram che siamo vivi e ce la spassiamo, che siamo vivi e ci preoccupano i problemi del mondo ma abbiamo comunque giornate fighissime, che siamo vivi e siamo fotogenici, il parco ha un discreto successo – ammesso che i successi si possano misurare da quanta gente si tagga in un posto.

Non ci vuole un’équipe di specialisti viennesi per dire che la ragione per cui io decido che è tempo vada a vedere questo diamine di Tulipark proprio questa settimana è che tutti sono alla Biennale di Venezia, si instagrammano con la premiata macelleria Kapoor, e io mi sento la figlia della serva. Fatto sta che giovedì sera, dopo una giornata che sembrava uscita da un novembre degli anni Ottanta, vado sul sito di Tulipark e compro un biglietto.

C’è pure un’offerta: per 30 euro d’ingresso ho diritto a portarmi a casa ben quaranta tulipani. Poi a casa non avrò un vaso in cui metterli, ma ci penserò domani. Intanto guarda che brava, guarda che investimento. Il sito è pieno di domande e chiarimenti, sconsigliano di mettere i tacchi, dicono che sono aperti anche con la pioggia. Acquisto, sicura di me e della mia forza di volontà.

Ieri, venerdì, finita ogni altra incombenza personale e professionale, mi vesto come Camilla Parker Bowles: continua a piovere, ma i tulipani mi attendono, ho detto che andavo e andrò, sono ligia, sono ordinata, faccio programmi e mi ci attengo.

Gli amici tentano di scoraggiarmi, ma dove vai, ma è lontanissimo, ma son due giorni che piove e sarà pieno di fango, ma sai le bestemmie quando torni, ma cosa te ne fai di una vasca di tulipani, ma piove e sarà chiuso. Macché, malfidati: il sito dice che sono aperti anche con la pioggia, e poi ho comprato il biglietto con la data, se fossero chiusi mi avrebbero avvisata, sennò una cosa gli lascia la mail a fare.

Un’amica più sveglia degli altri mi prega di cambiare giorno, col sole sarà senz’altro meglio, con ’sto grigiore viene male pure l’Instagram. Mi rifiuto: sul sito c’è scritto che per cambiare data devi pagare tre euro e mezzo di multa, io odio dover pagare dei sovrapprezzi, negli anni ho comprato decine di confezioni di salsa barbecue mai utilizzate solo per risparmiare sulle consegne dell’Esselunga. L’amica sveglia sbuffa: te li do io i tre euro e mezzo, pur di non sentirti dopo questo viaggio della speranza. Non desisto.

Prendo l’autobus – l’11 C, so che ci tenete ad avere tutti i dettagli di questa mia esperienza da inviata nelle periferie – e arrivo nel mezzo del nulla, tra palazzi orrendi, cavalcavia, e – li vedo, sono loro, mi aspettano – campi di tulipani. Avanzo nel fango. C’è un camion, ma nessuno a bordo. Nessuno nei gabbiotti chiusi. Nessuno nei campi di tulipani dai quali mi separano palizzate chiuse. Fatemi capire: è chiuso? È chiuso e non c’è nessuno cui chiedere come mai?

Ho freddo, sono bagnata, ho preso l’autobus, come minimo tra poco mi verrà un attacco di sciatica, e questi cialtroni hanno chiuso e neanche sono qui a scusarsene? Ma io me li mangio. Chiamo il numero che c’è sul sito. Mi risponde un disco che eternamente dice «ti informiamo che il parco è aperto» alternato a una canzoncina da schiaffi che fa «quello che senti poi lo capirai». Lo capisco già, giuro. «Tulipark, e si colora il mondo», cantano questi scartati dallo Zecchino d’oro. Dice il disco che non devo riattaccare «per non perdere la priorità acquisita» (una frase che vale un 41 bis), ma purtroppo mi serve la linea: devo chiamare un taxi, ammesso che venga a prendermi in questo sprofondo periferico.

Torno a casa chiedendomi se l’ora che ho trascorso convinta di farmi delle foto coi tulipani che avrebbero certamente moltiplicato i miei cuoricini e le vendite dei miei libri faccia di me più una Bridget Jones (nah, lei almeno sarebbe lieta delle calorie bruciate prendendo freddo) o un Ugo Fantozzi, e quando il taxi mi fa scendere capisco che Ugo c’est moi: nell’entusiasmo dei tulipani, mi sono chiusa fuori di casa.

Quando infine riesco a rientrare, abbranco il computer per consultare il sito di Tulipark. Mi aspetto un messaggio di scuse: ci è venuto il Covid a tutti quanti noi che lavoriamo lì, è una pestilenza imprevista, chiediamo perdono a chi avesse comprato biglietti per oggi, naturalmente potete venire quando volete e vi mandiamo dei tulipani a casa per scusarci.

Macché. Alle quattro di venerdì pomeriggio, si può ancora comprare un biglietto per il venerdì in corso, e in effetti dovrebbero chiudere alle sei, teoricamente ci sono ancora due ore per fare la polena tra i tulipani. «In caso di pioggia? Il parco rimarrà aperto, è consigliato munirsi di k-way e stivaletti, per godersi di più il vivaio e fare fotografie ancora più spettacolari», giura il sito più bugiardo della storia del commercio.

Rivoglio i miei trenta euro. Più i sedici e mezzo di taxi. Più il disturbo. Più un antinfiammatorio per la sciatica. Più una vasca di tulipani a domicilio. Più le scuse dei cialtroni bolognesi, ma soprattutto di Mark Zuckerberg: prima di Instagram, mica ci facevamo vendere la fontana di Trevi così facilmente.