Natalia & GuiaAspesi mi ha raccontato la sua infanzia felice (con tutto il rispetto per nonno Orsini)

Ho chiamato la 93enne giornalista più brava d’Italia e lei mi ha detto che degli anni della seconda guerra mondiale ha i ricordi che si hanno d’una fanciullezza normale, con quel problema delle uova dei vicini di casa sfollati

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«Siccome io son terrapiattista, come sai, dico che è tutta una roba voluta dall’Ente Supremo Terrapiatta che vuole fare in modo che la Terra scompaia. È uno dei passaggi verso la fine del mondo. Tu ridi, ma è vero». Ho chiesto conto a una novantatreenne delle analogie di pensiero tra lei e un ospite di talk-show, e questo è un resoconto di quel quarto d’ora di chiacchiere.

«Sai cosa c’è? Che dovrebbero essere eliminate le opinioni». Natalia Aspesi compie 93 anni a giugno, vive a Milano (ci viveva anche durante la seconda guerra mondiale), potreste aver letto qualcosa di suo negli ultimi decenni, non guarda i talk-show, e quando la chiamo sta leggendo un libro sulle influencer. «Se il mondo dei social è così, in confronto questo Orsini è un genio».

Questa non è un’intervista. Questa è una conversazione privata tra due amiche, al termine della quale una delle due dice «ma queste cose posso scriverle?», e l’altra risponde «tanto mi sgridano già».

Sono tre giorni che penso a Natalia, che mi dice da sempre che lei degli anni della seconda guerra mondiale ha i ricordi che si hanno d’un’infanzia normale («io mi ricordo che avevo giornate felici, giocavo, certo poi la notte dormivamo in cantina»). Sì, come nei trenta secondi di tv che sono il penultimo scandale du jour pervenuto. Né lei né io guardiamo i talk-show, quindi la cosa più complicata è spiegare l’una all’altra chi sia il professor Orsini («quello che sembra Nosferatu») e cos’abbia detto. Siamo d’accordo già prima di cominciare che il problema sia la formula televisiva italiana, più che lo specifico Orsini. «Non c’è nessuna etica in chi fa quel mestiere: è vero che devi avere tanti spettatori, ma riducendo un popolo a un’ignoranza bestiale?»; anche se di Orsini «mi piace l’accanimento con cui si ostina a essere sé stesso».

Mi sacrifico io a guardare (un pezzetto di) Cartabianca. La prima cosa che noto è che Alessandro Orsini, come la più parte dei docenti universitari, ha un italiano assai traballante. Dice «alzare» con la zeta dolce, dice «molto tragico». (Sono una grande utilizzatrice di accrescitivi per i superlativi, ma io sono consapevole che una maestra elementare mi segnerebbe con la matita blu ogni «stupendissimo»; mi sbaglierò, ma mi pare che Orsini non abbia la stessa consapevolezza rispetto ai propri «molto tragico»).

Ma sto divagando (strano). Dunque collegato con Bianca Berlinguer c’è lo scandaloso Orsini (uno che non sapevamo chi fosse fino a un attimo fa, e di cui ci saremo dimenticati finito il suo attimo di fama: rileggerò tra dieci anni questo articolo e il suo nome mi farà l’effetto di quello di Sonia Cassiani); e a un certo punto dice quel che diventerà ritaglio per il quale scandalizzarsi sui social. Trascrivo, casomai non foste passati da nessuna piattaforma negli ultimi giorni.

C’è Antonio Caprarica che dice: «Non si dà il caso di popoli oppressi con un’infanzia felice. Non c’è infanzia felice nelle dittature». C’è Orsini che risponde: «L’Italia, fino al 1945, non è stata mai una democrazia liberale, e mio nonno ha avuto un’infanzia felice».

Apriti cielo, apriti social: mio nonno è tornato da Birkenau di trenta chili, mio padre non lavorava perché s’era rifiutato di prendere la tessera del partito fascista, tu a noi infanzia felice non ce lo dici capitoooo.

(Nota fattuale a margine: Repubblica – e non è certo l’unica testata a farlo, solo quella che ho aperto per prima – titola il ritaglio video «Mio nonno ha avuto un’infanzia felice sotto il fascismo»; ma Orsini non dice mai che sta parlando del fascismo, e dubito si riferisca a quegli anni, considerato che è del ’75, e che suo nonno sarà stato bambino nei primi anni del Novecento. E questo è tutto quel che ho da dire su un paese che ha lo stesso sprezzo per i virgolettati e per la matematica).

La prima cosa che penso è: ma certo che era felice, mica aveva un’infanzia non in guerra cui paragonare la propria, quando sei piccolo qualunque condizione tu viva ti sembra la norma. La seconda cosa cui penso è: e infatti Natalia dice sempre che era felice, durante la guerra. Si vede che Caprarica non l’ha avvisata. E quindi la chiamo.

«I bambini passano il tempo a giocare alla guerra. È l’unico gioco che i maschi pirla piccoli fanno. Film, giochi: passano la vita ad ammazzarsi tra di loro. Forse bisogna spiegargli che esiste davvero». Mi viene in mente quella volta che intervistai Madonna, il figlio Rocco era piccolo, mi disse che erano stati attentissimi a non fargli vedere film di guerra, a non comprargli armi giocattolo, ma un giorno quello aveva comunque imbracciato un oggetto oblungo e si era messo a fingere fosse un mitra. Non interrompo Natalia citandole Madonna, sta sbuffando contro gli psicologi: «Adesso son lì che dicono che questi bambini tutta la vita saranno dei disgraziati, ma cosa ne sai, ma perché».

Dice Natalia dei talk-show che «La vecchiaia o l’aver vissuto in altre epoche non mi fa capire queste cose, accetto di non capire, non è che pensi d’aver ragione io», e naturalmente ha ragione e lo sa, ma mi sembra più interessante quel che dice della sua vita tra i dieci e i quindici anni, della sua vita in guerra.

«Io avevo un solo problema: che non mangiavamo, perché non c’era da mangiare. Quindi, oltre a essere magrissima, il che rimpiango, avevo sempre fame. L’unica cosa che mi è rimasta della guerra è che non posso lasciare nel piatto nulla, perché se ne metto un cucchiaio o venti li mangio tutti. Poi non è che fossi così piccola, quand’è finita la guerra avevo quindici anni, avevo già avuto l’adolescenza, le danze, i flirt. Non mi ricordo l’orrore: sarò rincoglionita. Oh, ma facevo le medie, andavo a scuola, andavo a pattinare, passavo in una strada dove tutti i giorni c’era un vecchio con la patta aperta: la guardavo, e poi proseguivo. Nel campo sportivo suonava l’allarme antiaereo, mi toglievo i pattini, e andavo a cercare il primo rifugio. Ci son passata ieri, era in via Verga. Forse è anche che dove abitavamo noi non c’era tanta devastazione. L’unica casa crollata che ho visto era la palazzina gemella nostra, e infatti noi abbiamo dovuto ospitare, era obbligatorio, le famiglie che avevan perso la casa. Avevo una signora che allevava le galline sul nostro balcone: non ci ha mai dato un uovo».