Quesiti linguisticiC’è un altro modo per dire «sorellastra» e «fratellastro»? Risponde la Crusca

Forse, se i nuovi rapporti nelle famiglie allargate richiederanno una normazione sul piano giuridico, toccherà ai giuristi proporre e impiegare nuovi termini, che poi, dall’uso legislativo, amministrativo e burocratico, potranno diffondersi nell’italiano comune

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Tratto dall’Accademia della Crusca

Molti lettori chiedono come si possano sostituire i termini fratellastro e sorellastra per indicare fratelli e sorelle che hanno in comune un solo genitore. Altri quesiti – tra cui quello di due bambine, entrambe di nome Giulia (Giulia Viola e Giulia Rossa) – vertono su come si possano indicare il figlio e la figlia del partner della propria madre o del proprio padre, per i quali neppure fratellastro e sorellastra sembrano appropriati (visto che nessun genitore è comune). Molte domande riguardano anche la sostituzione di matrigna, sgradito perché, al pari di fratellastro e sorellastra, percepito come negativamente connotato. Non di rado, si invita l’Accademia a “inventare” sinonimi o a proporre nomi nuovi per indicare questi rapporti familiari.

Risposta
Il fenomeno delle famiglie allargate, che è in costante crescita, ha da tempo determinato rapporti di parentela o affinità a cui non sembrano adattarsi i singeniomini (così si definiscono tecnicamente i termini che indicano rapporti di parentela) del lessico tradizionale. Per la verità, la condivisione di un solo genitore era circostanza tutt’altro che rara anche in passato, tanto che il Vocabolario Treccani online, s.v. fratello, registra le seguenti locuzioni (su cui torneremo):

f[ratello] carnale o germano (contrapposto a f[ratello] cugino, espressione oggi disusata per indicare la relazione di parentela tra figli di fratelli); f[ratelli] unilaterali (nel linguaggio com. fratellastri), quelli che hanno in comune un solo genitore, detti anche f[ratelli] di padre (o consanguinei) e f[ratelli] di madre (o uterini), a seconda che il genitore comune sia il padre o la madre.

Neppure il fatto (oggi non raro) che ciascuno dei due membri di una coppia sposata avesse avuto un figlio da un precedente matrimonio costituisce una novità, ma – prima dell’introduzione del divorzio – ciò avveniva solo in seguito a una vedovanza. In tal caso, il figlio e la figlia del patrigno o della matrigna si indicavano (e ciò risulta anche da alcuni quesiti che ci sono arrivati) come fratellastro e sorellastra, nomi che la lessicografia attribuisce invece soltanto a coloro che hanno in comune un solo genitore e non entrambi. Ma questi termini, come dimostrano le tante domande pervenuteci, non sembrano oggi più soddisfacenti, al pari di figliastro/figliastra e di patrigno e matrigna.

Ricostruiamo brevemente la storia delle varie parole, a partire dalla coppia fratello e sorella: queste due voci, che si sono imposte su altri tipi lessicali che muovono dalle stesse radici latine (frate in un caso, soro, sorocchia, serocchia e sirocchia nell’altro), sono documentate ab antiquo (dal 1211 fratello, dal 1260-61 sorella, secondo i dati del corpus OVI), ma hanno avuto per un certo tempo la concorrenza di germano e germana (anzi c’è chi ritiene che l’uso di germano, dal lat. germānu(m), per *germinānu(m) ‘che è della (stessa) stirpe’, da cui derivano lo spagnolo hermano e il catalano germà, sia precedente a quello di fratello; cfr. DELI 1999). Oggi germano è usato quasi esclusivamente come aggettivo, nelle locuzioni fratelli germani ‘fratelli che condividono entrambi i genitori’ (cfr. la citazione dal Vocabolario Treccani riportata sopra) e soprattutto cugini germani, per indicare i cugini “di primo grado”, figli di due fratelli, o di due sorelle, o di un fratello e una sorella.

I termini patrigno, matrigna e figliastro (anch’essi documentati già in italiano antico: dal 1292 matrigna e patrigno, dal 1211 figliastro, sempre sulla base del corpus OVI) sono voci di tradizione diretta, anche se le parole latine corrispondenti si sono formate solo in epoca tarda, al posto dei termini classici vitricus, noverca e privignus, che non hanno avuto succedanei (ma patrigno e matrigna potrebbero essersi modellati proprio su privignus). Invece fratellastro e sorellastra sono neoformazioni italiane, attestate in epoca notevolmente più recente. Al riguardo, leggiamo anzitutto quanto afferma il DELI 1999:

Fratellastro è v[o]c[e] proveniente dall’Italia settentrionale (fradelastro a Venezia nel 1829, Boerio; fradlaster a Mantova nel 1827, Cherubini […]; fradellaster a Milano nel 1840, Cherubini; fradlastr  in Piemonte nel 1859, Sant’Albino), che entra nell’uso comune it[aliano] solo nella seconda metà del sec. XIX.

Il primo esempio, riportato all’inizio della voce, è tratto da Giuseppe Manuzzi, Vocabolario della lingua italiana, 2a ed., Firenze, nella Stamperia del vocabolario e dei testi di lingua, vol. II, 1861. Ma il DELI cita subito dopo la definizione della voce fradlaster in Francesco Cherubini, Vocabolario mantovano-italiano, Milano, Bianchi, 1827: “Fratello uterino. Fratello di madre. Fratello di padre e non di madre, ed anche Fratello, assolutamente. Con buona pace de’ lessicografi italiani è però da credersi che non sarebbe ereticale il vocabolo fratellastro imitato da figliastro”.

Lo stesso DELI, s.v. sorellastra, datata av. 1786 grazie all’attestazione nel veneziano Carlo Gozzi, cita un passo simile della voce fradellàster nel Vocabolario milanese dello stesso Cherubini (Milano, Imp. Regia Stamperia, 1840 [non 1843, come indicato nel DELI], p. 171), che preferiamo riportare per intero:

Fradellàster. Fratello uterino. Fratello di madre. – Fratello di padre e non di madre, ed anche Fratello assolutamente – Opportuna è la distinzione italiana tra le due specie di fradellaster ma è difetto della lingua il non avere come noi un nome generico il quale abbracciando queste due specie dia tosto idea (che tale non la dà l’assoluto Fratello) di questa sorta di parentela. Non farebbe però gran peccato, cred’io, chi usasse Fratellastro, Sorellastra, giacché arricchirebbe la lingua di due voci, sto per dir necessarie, e coniate perfettamente sul gusto delle loro germane Figliastro e Figliastra, e colle quali si verrebbe anzi ad avere l’opposto del Germano stesso.

Evidentemente i due termini nacquero, in area settentrionale, con una funzione distintiva, per riempire un “vuoto oggettivo” del lessico dell’italiano comune. Google Libri ci permette però di anticipare la prima attestazione delle voci (anche rispetto alla segnalazione riportata dubitativamente nel DELI: “il Duez, 1664, registra fratellastro nel sign. di ‘cognato’ [?]”). I più antichi esempi di fratellastro e di sorellastra si trovano infatti nel dizionario italiano-francese di Antoine Oudin (Recherches italiennes et françoises, ou Dictionnaire…, Paris, Sommaville, 1655; nelle citazioni si inseriscono alcuni accenti gravi assenti nell’originale). È vero che qui all’italiano fratellastro (p. 325) e sorellastra (pp. 799-800) corrispondono il francese beau-frère e belle-soeur, che oggi significano ‘cognato’ e ‘cognata’, ma nelle definizioni si aggiunge, rispettivamente, “fils de nostre beau-père ou belle-mère” e “fille du beau-père ou belle-mère”. Ora, in Oudin beau-père traduce non solo suocero (p. 851) e, accanto a grand-père, nonno (p. 550), ma anche patrigno (p. 588) e padrastro (p. 570), mentre belle-mère, oltre che per suòcera (p. 851) e sòcera (p. 789), è impiegato, accanto a marastre, come traduzione delle voci italiane matrigna (p. 507), madrigna (p. 486) e noverca (p. 552). L’esistenza dei nostri due singenionimi, nel loro significato attuale, si può dunque far risalire al sec. XVIII. È tuttavia molto probabile che il loro impiego, diffuso in singole aree regionali, si sia affermato in tutta Italia solo dopo l’Unità.

Oggi, però, i due termini non sembrano più accettabili, perché, dal valore puramente denotativo che probabilmente avevano in origine, hanno assunto un valore connotativo, sia per la presenza del suffisso -astro, di cui viene percepito il significato negativo quando aggiunto a nomi (che infatti si rileva in formazioni come poetastro o medicastro), che del resto ben si confà a certi personaggi letterari delle fiabe e della narrativa, specie quella per l’infanzia (dove abbondano matrigne, patrigni, sorellastre e fratellastri cattivi), sia anche (direi) perché evocano un evento luttuoso che oggi, normalmente, non si è verificato. Ogni tanto in passato si parlava anche di fratelli o sorelle “a metà” o “per metà” e l’uso non pare ancora del tutto tramontato (come documenta una nostra lettrice).

Ma oggi le cose sono cambiate: si definiscono fratelli e sorelle (e tra loro, di solito, si considerano tali) sia coloro che il Vocabolario Treccani on line chiama fratelli di adozione o adottivi, “quando il rapporto di fratellanza si crea in seguito a un atto di adozione”, sia (almeno nella maggior parte dei casi) coloro che hanno in comune soltanto un genitore, con buona pace delle definizioni dei vocabolari, tanto più perché sul piano giuridico è stata abolita la distinzione tra figli legittimi e figli naturali o illegittimi.

In astratto, dunque, riunificati sotto la denominazione di fratelli e sorelle sia coloro che condividono entrambi i genitori, sia coloro che hanno in comune o solo il padre o solo la madre, sia i “fratelli adottivi”, i termini fratellastro e sorellastra sarebbero disponibili per riempire un altro “vuoto oggettivo” del lessico italiano ed essere usati nella situazione indicata dai lettori (come del resto, e lo si è accennato, talvolta è già avvenuto in passato). Ma ciò che osta oggi alla loro diffusione è appunto la connotazione negativa con cui vengono tuttora percepiti, che sembra implicare, quanto meno, un certo grado di conflittualità (quando questa c’è, si ricorre alle parole tradizionali).

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