Quesiti linguisticiChe lavoro fa il «cascherino»? Risponde la Crusca

Portava il pane nei negozi o nelle case a domicilio in una grossa cesta posta, in genere sulla parte anteriore della bicicletta. Poi è diventato una maschera di successo della commedia dell’arte

(Pixabay)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Ci è pervenuto un quesito che chiede come è nato il termine cascherino, che indica (o piuttosto indicava) a Roma il garzone del fornaio addetto alle consegne

Risposta
Il termine cascherino è voce romanesca che indica il ‘garzone di fornaio, che porta il pane nelle case’ (così Chiappini 1967 nel suo Vocabolario). Si tratta di una figura ben nota a Roma fino all’incirca a cinquant’anni fa: il cascherino portava il pane nei negozi o nelle case a domicilio in una grossa cesta posta in genere sulla parte anteriore della bicicletta. È proprio in queste vesti che il garzone del fornaio è immortalato in una celebre pubblicità di Carosello, del 1972, dall’attore Ninetto Davoli, il quale, in sella a una bicicletta appesantita dal grosso cesto anteriore, attraversava zigzagando le vie ancora deserte della città, canticchiando La bambola di Patty Pravo o altre canzoni dell’epoca.

La parola in romanesco è attestata piuttosto tardi, in un testo di Benedetto Micheli, La libbertà romana acquistata e defesa (a. 1765, data a cui risale il manoscritto preparato per la stampa), dove presenta il caratteristico affisso in -ar-, invece che in -er-, chiaro indizio formale della romanità della voce, che già sessant’anni circa più tardi, in Belli, è attestata nella variante in -er- del toscano: “Io te do in cammio un maritozzo fino / de scerta pasta scrocchiarella e ttosta / che nun te la darebbe un cascherino” (Er pane casereccio, Terni, 4 ottobre 1831).

In genere la voce è ritenuta di etimologia incerta, con poche eccezioni: tra queste il DEDI (2017, s.v.) e il DEI (1950-1957, s.v.), che propongono un’associazione a guascherino ‘detto di uccelli di nido; nidiace’ (DEI), secondo il DEDI incrociatosi con cascare, a motivo del fatto che il cascherino era il più piccolo tra gli addetti al forno, e per questo assimilabile a un uccellino. Devoto (1968, p. 69), invece, proponeva una derivazione da cascare, con un riferimento scherzoso a colui che, durante l’operazione della cascatura, atta a vagliare il grano, lascia cadere il pane invece del grano stesso.

Un esame della documentazione interna al romanesco sembrerebbe in effetti poter giustificare una connessione etimologica con cascare (De Angelis 2021), ma per una ragione diversa da quella prospettata dal Devoto.

Almeno a partire dall’epoca rinascimentale, nei maggiori centri d’Italia e d’Europa, nel mestiere del fornaio erano specializzate maestranze di origine tedesca (Maas 1981; Rodocanachi 1894; Schulz 1997, pp. 202 ss.), che a Roma sono documentate già tra XIV e XV secolo e sembrano aumentare esponenzialmente alla fine del Quattrocento. La presenza di un significativo numero di fornai specializzati di origine tedesca (specie provenienti dalla Germania meridionale, ma anche dall’Austria e dalla Svizzera) è dimostrata tra l’altro dal fatto che, prima ancora della costituzione della Confraternita dei fornai nel 1507, dedicata a Santa Maria di Loreto, sorse un’associazione dedicata proprio ai fornai tedeschi. Una prima corporazione, denominata “Unione dei fornai tedeschi”, risale al 1421, un anno dopo l’entrata di Martino V a Roma. Dopo pochi anni la corporazione acquistò una cappella presso la chiesa di Santa Maria dell’Anima, nel cui giardino edificò anche un cimitero destinato agli stessi fornai. Nel 1482, l’associazione dei fornai si unì a quella dei calzolai tedeschi nella chiesa di Sant’Agostino e cinque anni più tardi, nel 1487, i fornai edificarono nel rione Parione la Chiesa di Santa Elisabetta (detta appunto “dei fornari”), presso Sant’Andrea della Valle, oggi non più esistente, insieme a un piccolo ospedale, nel quartiere di Sant’Eustachio, a loro riservato. Poco prima, nel 1481, Innocenzo VIII aveva istituito l’Universitas dei fornai tedeschi.

L’origine tedesca delle maestranze addette alla lavorazione del pane, insieme alla rappresentazione caricaturale dei tedeschi come particolarmente inclini al bere, diede origine a una delle maschere più celebri del Carnevale romano, quella del cascherino: un giovane garzone veniva rappresentato bianco di farina, con una cesta sulle spalle, un fiasco di vino in mano, e nell’altra un bicchierino, a evidenziare l’inclinazione al bere associata a questa figura. Si può ricordare a tale riguardo la testimonianza del già citato Micheli: “Avete visti mai nel carnovale / li cascarini annàne in qua e in là, / bianchi da capo a piede tutti quanti?” (c. VII). Il lessicografo Francesco Valentini (1789-1862) gli dedicò una descrizione approfondita nel suo Trattato su la Commedia dell’Arte:

Graziosissima si è la Maschera di Cascherino. È d’uopo sapere prima ch’io descriva questa Maschera ai Tedeschi, che in Roma non c’è un solo fornajo che non sia tedesco. Essi hanno la riputazione, ben fondata, d’essere spesso ubriachi, giacché il vino essendo a buonissimo prezzo essi lo bevono come l’acqua e forse più. Uno di loro, il garzone, detto Cascherino, va portando il pane alle poste, con una cesta (spezie di Küpe) sulle spalle. Va per lo solito in camiscia, con berrettino, ed è per lo più tutto infarinato; porta una salvietta su d’una spalla e spesse volte va traballando un tantino, essendo già mezzo cotto. Non s’è trascurato in Roma di farne una Maschera, che, per più caratterizzarla, porta un fiaschetto di vino in una mano ed un bicchierino in un’altra; il suo cestino è pieno di ciambellette, e va barcollando, facendo il mezzo ubriaco per le strade; invitando le altre Maschere a bere a mangiare &c. Se incontra un suo compatriotta è fuor di se dalla gioja e comincia a gridare, in un modo imitativo: care amize star contente, trinke Wein, allegramente e simile; s’accoppiano, fanno lazzi graziosi, e cercano di andar ciangottando (radebrechen) il tedesco. (Valentini 1826, pp. 23-24)

Il successo della maschera è mostrato infatti proprio dal suo utilizzo nella commedia dell’arte. In occasione del Carnevale del 1772, sotto il papato di Clemente XIV, al teatro di Tordinona fu rappresentata la tragicommedia La crudeltà di Solimano, opera del romano Gregorio Mancinelli (Clementi 1938-1939, p. 160, nota 1). Qui, uno dei protagonisti, Bruscotto, lavora come cascherino, e si esprime in una forma di tedesco maccheronico e alquanto approssimativo (“Io fatte cascherino”), dichiarando esplicitamente la sua origine d’oltralpe (“Ie state tatesche di sgermania nate a Rocche di papera”). Il rivale, Polipodio, lo canzona, giocando proprio col nome cascherino, e gli rinfaccia di non riuscire neanche a tenersi in piedi, evidentemente perché ubriaco: “Ah’ il Cascherino infatti à dire il vero è una professione, che l’avete appresa per eccellenza, perché vedo che non vi sapete reggere per niente, e cascate in piedi come una peracotta”.

Lo stereotipo del tedesco beone era parte di una più generale immagine negativa dei tedeschi nell’Italia del Rinascimento. Amelung (1964) ha mostrato, con dovizia di fonti, come il vizio di bere (la Trunksucht), insieme alla voracità e alla sporcizia, costituisse uno dei tratti che più di altri caratterizzava la raffigurazione dei tedeschi da parte italiana già a partire dal Medioevo, da cui passò sostanzialmente immutata nella letteratura umanistica e rinascimentale. Celebri in proposito erano le pasquinate (molte dovute a Pietro Aretino) contro Adriano VI, di origine fiamminga, papa dal 1522 al 1523, il quale, benché noto per la sua austerità, veniva pregiudizialmente accusato dalla propaganda anti-tedesca di una supposta, irrefrenabile tendenza all’ubriachezza.

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