De-escalation energeticaLa tregua in Yemen è un momento storico per il Medio Oriente (o almeno così sembra)

L’accordo annunciato dall’Onu durerà due mesi e potrà dare un minimo di stabilità alla regione. È un’occasione anche per l’Italia, che deve essere abile nell’individuare i giusti interlocutori tra i soggetti interessati alla costruzione della pace. Ma la stabilità potrebbe presto essere minacciata da nuove crisi alimentari dovute alla guerra di Putin

AP/Lapresse

Oltre alla guerra in Ucraina, che per via della prossimità geografica e delle atrocità commesse ha prepotentemente occupato la scena mediatica, il panorama internazionale è attraversato da numerosi conflitti. Tra questi, quello yemenita che si protrae da sette anni è, senz’altro, uno dei più drammatici sia sotto il profilo umanitario che sotto quello economico.

Lo scorso 3 aprile, in coincidenza con il primo giorno di Ramadan, si è giunti ad una tregua temporanea di due mesi.

L’accordo, annunciato dall’Onu è frutto di tre intensi giorni di colloquio tra le parti tenutisi a Riad dove, oltre alla tregua, è stata concordata la possibilità per le navi di rifornimento di poter consegnare carburante nei porti di Hudaydah e per i voli commerciali di operare dentro e fuori l’aeroporto di Sanaa, purché le destinazioni siano predeterminate e rimangano nell’ambito regionale.

La tregua mediata dalle Nazioni Unite è frutto dell’intensificazione dell’attività messa in campo dalla diplomazia statunitense e giunge in un momento in cui è in corso parallelamente la “diplomazia del petrolio” – per mutuare il commento di Federico Fubini apparso lo scorso 3 aprile sul Corriere della Sera – innescata dal conflitto russo ucraino.

L’escalation ucraina ha posto l’Iran in una posizione di forza che gli consente di determinare l’offerta del greggio sui mercati mondiali da cui, appunto, dipende anche il prezzo che, se non venisse calmierato, per come fa notare Fubini, rischierebbe di compromettere del tutto le elezioni di medio termine di Biden.

Da ciò è facile intuire che l’accelerazione impressa sull’accordo relativo al nucleare, con gli incontri sul Jcpoa, mira ad ottenere quale contro partita l’incremento sul mercato di barili di greggio iraniano. Vi è, inoltre, da aggiungere che ormai da mesi è in corso un tavolo negoziale tra Arabia Saudita e Iran finalizzato a ripristinare gli assetti regionali partendo proprio dalla questione del nucleare iraniano e della guerra yemenita.

Quest’ultima, in particolare, rappresenta la maggiore pietra d’inciampo che ha impedito fino ad ora alle parti di giungere a un riavvicinamento.

Tale distanza è sostanzialmente dettata da differenti esigenze strategiche dal momento che mentre Theran mira ad espandere la propria influenza nell’area del Golfo, Riyad è mossa da un desiderio di conservazione della propria leadership, ma anche di acquisire maggiori gradi di autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti che possa facilitarle anche l’interlocuzione con l’Iran sui principali focus dell’area.

A fine marzo, pochi giorni prima che venisse raggiunta la tregua, gli Houthi, una delle parti del conflitto yemenita, hanno lanciato a Jeddah per mezzo dei droni, alcuni missili colpendo il sito dell’Aramco ubicato nelle vicinanze sia dell’aeroporto Abdulaziz che del circuito automobilistico.

Non si è trattato di un attacco isolato. In precedenza era stato colpito a Samtah, in prossimità dei confini yemeniti, un centro di deposito e distribuzione di acqua, appartenente alla National Water Company e, nello stesso periodo, la Royal Saudi Defense Forces (RSADF) aveva intercettato e distrutto dei droni armati nei pressi dei confini meridionali con lo Yemen, dove gli attacchi si ripetono con frequenza.

L’attacco a Jeddah, oltre ad impattare sui prezzi del petrolio, già condizionati dal conflitto ucraino, è giunto proprio mentre a Vienna era in corso la negoziazione tra gli Stati promotori del Jcpoa e l’Iran il quale, all’interno di tale contesto, gioca un ruolo di primo piano per via della stretta vicinanza agli Houthi.

Questi ultimi, infatti, pur non appartenendo all’asse della resistenza ricevono comunque dall’Iran un importante sostegno, sia in termini economici che militari, che gli sta consentendo di procedere nel conflitto.

Considerata la coincidenza temporale e il sito petrolifero colpito, non è peregrino ipotizzare che l’azione fosse da interpretare come un monito rivolto ai negoziatori di Vienna.

Non va, inoltre, dimenticata la presenza militare in Yemen degli Emirati Arabi Uniti.

Tale presenza mette in risalto l’importanza del controllo delle acque territoriali yemenite e dello stretto di Babel-Mandeb che rappresentano un passaggio fondamentale delle rotte marittime che si dirigono verso il Mar Rosso e il Mediterraneo, e di quindici cavi sottomarini internazionali.

Pertanto, il controllo di questo passaggio, che diventerà sempre più strategico negli anni a venire, assume un valore di gran lunga superiore alle centinaia di miliardi di dollari spesi in armamenti negli ultimi sette anni e già in parte ammortizzati.

Abu Dhabi, infatti, per come fa notare Cinzia Bianco su Limes, grazie ai consigli di strateghi di alta levatura, come l’ex dirigente dell’MI6 Will Tricks, ha già potuto insediarsi nei luoghi di interesse strategico del Paese.

Tra queste, la città portuale di Mocha, l’aeroporto di Mukalla, il porto di Aden, nonché l’isola di Socotra nell’Oceano Indiano.

Si osservi, peraltro, che quest’ultima, per via della sua importanza strategica, assume connotazioni egemoniche che entrano in contrasto con la postura dell’Arabia Saudita, che pure sarebbe leader della coalizione militare impegnata in Yemen, perlopiù concentrata nella difesa del confine settentrionale e nel controbilanciare l’influenza militare iraniana.

A fronte di tali scenari si può, pertanto, immaginare che nel nuovo contesto geopolitico in via di definizione, la tregua yemenita possa interpretarsi come un punto di de-escalation tra gli attori in campo.

Inoltre, sotto il profilo della sicurezza tale situazione costituisce un importante tassello all’interno di un’area, quale appunto quella del Mar Rosso e dello stretto di Babel Mandeb tanto strategica per via dei copiosi flussi di merce che dall’oriente puntano ai porti mediterranei ed europei, quanto fragile per i numerosi conflitti e Stati deboli presenti sulle sue coste.

Si pensi anche alla presenza dei gruppi affiliati alla rete di Al-Qaeda e alle organizzazioni islamiste radicali che stanno assumendo sempre più forza nell’area Sinai, al punto da controllarne parte del territorio. Tale chokepoint, attraversato dal 40% del nostro interscambio commerciale con l’Asia, è di alto valore strategico per la sicurezza economica del nostro Paese e delle nostre imprese.

Questo giustificherebbe, infatti, la nostra base militare, insieme a quella delle maggiori potenze, a Gibuti.

È, pertanto, oggettivo che entrambe le aree di questo mare, quella sud e quella nord, per via della privilegiata posizione geografica, possano facilmente indurre questi gruppi a programmare delle azioni militari atte a bloccare Suez e quindi l’intero bacino di traffici commerciali tra Mediterraneo e Oceano Indiano.

Se la tregua in Yemen potrebbe rappresentare un importante segnale, occorre tuttavia non perdere di mira la messa in sicurezza del resto dell’area in questione, tenendo conto che la stabilità potrebbe anche essere minacciata da nuove crisi alimentari consequenziali alla invasione della Ucraina da parte della Russia. Basti pensare che l’Egitto e lo Yemen dipendendo rispettivamente per l’80% e per il 50% dalle importazioni di grano russo e ucraino.

Dunque, ciò rappresenta una sfida altrettanto urgente e al contempo ardua in cui l’Italia, deve essere abile nell’individuare i giusti interlocutori tra quei soggetti interessati alla costruzione di un Mediterraneo e un Vicino Oriente uniti, che assicuri la pace e la prosperità economica, da cui dipende anche la sicurezza delle nostre imprese.

L’autore è membro del Think Tank Secursat