Falò delle ipocrisie La sceneggiata sovranista sulle armi in Ucraina per un pugnetto di voti

Giuseppe Conte e Matteo Salvini vorrebbero legare le mani a Draghi sulla base di calcoli elettorali, indebolendo l’immagine del governo e la sua azione diplomatica. Ma è solo vanità

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Il falò delle vanità e delle ipocrisie ieri ha avuto una fiammata dentro e fuori l’aula di Palazzo Madama. Giuseppe Conte ha avvertito che con le armi l’Italia ha già dato. Matteo Salvini ha battibeccato con Ignazio La Russa, il quale ha assicurato il sostegno di Fratelli d’Italia all’invio di tutti gli aiuti necessari all’Ucraina, anche in termini di armi, senza distinguere tra difensivi e offensivi. E se ci sarà da tirare la cinghia, pazienza. Il paradosso è che un esponente dell’opposizione è andato in soccorso al governo mentre il capo leghista ha tuonato dal suo scranno da senatore che non ci sta, che gli operai non devono tirare la cinghia. Un paradosso tutto italiano, condito dallo sberleffo di Giorgia Meloni nei confronti di una maggioranza «arlecchina, zeppa di contraddizioni e ambiguità». Per fortuna, ha sostenuto la leader di Fratelli d’Italia, «in Parlamento il premier Draghi prova a dare una linea sensata di politica estera sulla guerra in Ucraina». 

All’ottantacinquesimo giorno di conflitto armato, due importanti partiti  della maggioranza vorrebbero legare le mani a Draghi sulla base dei calcoli elettorali. Esponendo l’Italia ai vecchi e spesso ingiusti cliché: la solita Italietta inaffidabile. Indebolendo il governo nell’azione diplomatica, quella che dovrebbe portare al cessate il fuoco. Proprio ciò che vogliono tutti, compresi Lega e Movimento 5 stelle. 

Nella sua informativa al Senato però Mario Draghi ha tirato dritto. Non ha lasciato scampo a Conte e Salvini. E neanche a Silvio Berlusconi, che respira male sotto la maschera atlantista mentre il cuore batte per l’amico Putin. Il presidente del Consiglio ha ricordato «la resistenza del popolo ucraino» che ha impedito all’esercito russo di «conquistare vaste aree del Paese in tempi brevi». 

Senza le armi e l’addestramento occidentali, i carri armati con la Z in questo momento presiederebbero le piazze e i viali di Kiev. E avremmo i russi ai confini della Polonia e dei Paesi baltici. 

Dunque la linea non cambia. La linea iniziata con la risoluzione approvata il primo marzo: armi e sanzioni, nella speranza che lo stallo sul campo o, addirittura, l’offensiva nel Donbas degli ucraini faccia comprendere al padrone del Cremlino che è arrivato il momento di cessare il fuoco, sedersi attorno a un tavolo, scrivere un trattato conveniente alle due parti e far partire le navi piene di grano dai porti del Mar Nero.

Fino a quel momento per Draghi il governo continuerà a muoversi nel solco della risoluzione di marzo voluto dal Parlamento con voto quasi unanime. Una risposta a Conte che vuole una discussione alle Camere prima del vertice europeo straordinario di fine mese e una votazione per il futuro (basta armi). Il governo, a suo avviso, non ha un mandato parlamentare. Una discussione che il premier potrebbe concedere se nella risoluzione da votare non ci sia alcun vincolo di nuovi rifornimenti di armi (la guerra non sembra breve purtroppo): ok invece a un impegno solenne per il  massimo sforzo dell’Italia sul piano diplomatico. 

Ma è tutto ancora da scrivere il rapporto tra Draghi, Conte e Salvini. E non solo sulla questione ucraina. Altri dossier sono ancora aperti e che il presidente del Consiglio vuole chiudere nei prossimi giorni, a tutti i costi.

Ieri Draghi ha convocato d’urgenza il Consiglio dei ministri per sbloccare il decreto sulla concorrenza e il provvedimento suoi balneari. Draghi ha perso la pazienza: questi due provvedimenti, bloccati in commissione per i litighi tra partiti, sono necessari per ricevere i 200 miliardi del Pnrr. Miliardi a rischio. Perderli significa perdere la faccia in Europa, tenere ferme risorse decisive per l’economia Italia. 

Il presidente del Consiglio non è disposto a questo gioco al massacro. A questo punto Palazzo Chigi metterà la fiducia, qualora sarà necessario, sul decreto concorrenza entro il 31 maggio. Un ultimatum. Ognuno si assumerà la responsabilità di far cadere il governo e andare a elezioni mentre in Ucraina passa il futuro (incerto) dell’Occidente. 

Pronto a scommettere che si metteranno tutti in riga, anche su un possibile nuovo invio di armi, perché i falò e le vanità sono fuochi fatui per un pugnetto di voti.