Fake and the CityÈ arrivato il momento di rivendicare le borsette false che non possiamo permetterci

Anziché temere di essere smascherate, le influencer dovrebbero fotografarsi con le Birkin false, confessare fin da subito il fattaccio e ammettere con orgoglio il tarocco. Le ricche americane, del resto, lo fanno già

di Debora Cardenas, da Unsplash

Il primo falso fu alle medie. Me lo regalò la zia F., che restò la mia zia preferita nonostante l’umiliazione cui mi sottopose. Pensava di fare una cosa innocente, lei. Pensava che regalarmi un’imitazione del secchiello di Louis Vuitton che tanto bramavo fosse una cosa accettabile. Vorrai mica regalare un vero secchiello di Vuitton a una bambina, ha dodici anni, mica puoi regalarle una borsa da milioni, mica è la figlia dell’imperatore della Cina (oggi si direbbe: la figlia d’una Kardashian).

A posteriori la capisco, oggi che le più eroiche tra le madri mi sembrano quelle che negano il cellulare ai figli, i quali già a sette anni (ma forse parecchio prima) vivono la mancanza di iPhone come un abuso per il quale chiamare il Telefono Azzurro.

Quello che non sapeva la zia F. era quanto fossero stronze le bambine delle scuole private, oltretutto scuole private di preti che ti facevano stare col grembiule nero, nascondendo la felpa Best Company, e la cintura Naj Oleari, e insomma l’unica cosa su cui potessimo fare a chi ce l’aveva più lungo erano gli accessori.

Ho una sola foto di classe, è di quegli anni lì, e ogni tanto la vado a riprendere per guardare Davide, il bambino che trattammo come un appestato (oggi si direbbe: che bullizzammo) perché sospettato di avere le Timberland false. E non erano neppure false, poveretto: solo un brutto modello bicolore del quale noialtri non eravamo ancora al corrente.

Quando toccò a me, passarono circa dodici secondi tra il mio pavoneggiarmi del secchiello di Vuitton («Certo che è originale, mia zia lavora nella moda»: ne ero davvero convinta; e, anche non lo fossi stata, nessuno m’aveva insegnato che se menti è peggio) e il controllo da parte delle compagne di classe: mancano le incisioni sugli anelli da cui passa il laccio di pelle, è un tarocco da spiaggia, pezzente. Non ho desiderato di morire così tanto neanche quando, anni dopo, quello che mi piaceva mi scavalcò, mentre lo aspettavo sulle scale di casa, per rientrare con un’altra. Ma ho continuato a negare sempre. Mia zia lavora nella moda, che ne sapete voi.

Il mio primo falso adulto fu quando tutte le trentenni sceme – io in prima fila sempre, quando c’è della scemenza da onorare – desideravano gli accessori che comparivano in “Sex and the City”. Noi provinciali ci agitavamo tantissimo. Vent’anni prima, nelle ultime pagine dei giornali di moda, c’erano sempre gli indirizzi dei negozi in cui trovare le cose fotografate addosso alle modelle. Poi chiamavi, e non le avevano mai (e comunque erano sempre negozi di Milano).

Adesso, ci sarebbero subito account social appositi: so tutte le marche di tutte le camicette che ha indossato Portia de Rossi in “Scandal”, verificavo chi le vendesse e di non potermele permettere (in termini di euro ma soprattutto di spazio per le tette) già mentre andava in onda la puntata.

Ma l’inizio di questo secolo era una terra di mezzo. Dove la trovo quella borsa di Balenciaga, non posso vivere senza. Qualcuna ti diceva che ce n’era una su eBay, col tono con cui gli amici di Cristiana F. le segnalavano lo spacciatore per il quartino, e tu correvi a comprarla. L’internet non aveva le app ma aveva molte istruzioni su come verificare che non t’avessero venduto un tarocco. La prima, arancione, la comprai così. Ero sicura fosse autentica, tutti i dettagli corrispondevano. Poi scoprii che a Roma, in un negozio d’abbigliamento del centro, quella borsa lì si comprava per vie normali. La comprai, azzurra. La portai a casa. Quella arancione non le somigliava neanche.

(Restano i due migliori acquisti delle mie vite modaiole: le uniche borse di moda che non pesassero un quintale anche da vuote, e in cui ci fosse posto per qualcosa più delle chiavi di casa. Se eravate vive in quegli anni, sapete l’inferno che fu quando andarono di moda certe Chloé con attaccato un lucchetto che da solo pesava come un dimagrimento di tre taglie. Ovviamente ne possiedo tre, di quelle Chloé. Ladri che state per scassinare casa mia: andate dritti all’armadio delle borse – mica vorrete rubare gli Adelphi – ma attenti: quei lucchetti fanno uscire l’ernia).

L’altro giorno il New York ha pubblicato un articolo sul fatto che ormai tutte le ricche comprano le Birkin false: per la stessa cifra, compri dieci falsi molto ben fatti invece che una sola borsa autentica. Hermès è una delle pochissime marche che non regalano accessori a quelle salumiere dell’Instagram chiamate influencer. Naturalmente vogliamo sempre chi non ci vuole (tipo quello che mi scavalcò rientrando con una che mai l’avrebbe atteso sotto casa), e quindi le influencer pur di fotografarsi con la Birkin – che dice di te: sono ricca, sono di buon gusto, sono una Kardashian, e con uno spasmodico trucco di radianza non ti fa notare la contraddizione tra queste tre affermazioni – se la comprano.

Dice la leggenda che alcune ricorrano ai negozi dell’usato, giacché per la Birkin nuova e vera devi metterti in lista d’attesa – un’altra ragione, secondo il New York, del mercato dei falsi tra le signore di buona famiglia: cosa sono ricca a fare, se devo aspettare?

Dice la leggenda che i falsi ben fatti, quelli comprati volontariamente dalle ricche americane, vengano comprati inconsapevolmente in negozi vintage da influencer che non hanno fatto le scuole medie dai preti e non hanno quindi imparato a controllare se le guarnizioni siano stampigliate.

Leggevo e pensavo al falso con cui sono entrata nell’età adulta, dodici anni fa. Ero a New York con un’amica, e mi avevano detto che a Chinatown c’era un bugigattolo in cui le vendevano tali e quali. Ne avevo una vera, blu, che avevo anni prima fatto un mutuo per comprare (ovviamente mentendo alla banca). Una vera, nocciola, regalatami da una signora ricca annoiata dall’affollamento del suo armadio delle borse. Ne volevo una arancione (sì, sono fissata con l’arancione), non m’importava che fosse vera ma che lo sembrasse.

La Birkin falsa era costosa. Meno d’un quinto di quella vera, più onesta della Balenciaga (non si spacciava per vera, non costava uguale vera o falsa), ma erano comunque moltissimi soldi. La Birkin falsa costava quanto una Balenciaga vera comprata in una vera boutique di Balenciaga da una commessa veramente cerimoniosa; solo che un domani non avresti potuto rivenderla come bene-rifugio, giacché l’avevi comprata in contanti in un sottoscala cinese. L’amica approvava. La comprai senza esitare. Imparata la lezione involontaria della mia famiglia mitomane – no: negare l’evidenza non funziona – non l’ho mai spacciata per vera.

Questa? Macché, l’ho presa dai cinesi. Pagata una fortuna. Se i negozi vintage dicessero la verità, sono abbastanza certa che le aspiranti Kardashian dichiarerebbero anche loro i falsi senza problemi. Siamo l’epoca che è riuscita a creare un mercato per l’acne, per i peli sotto le ascelle, per qualunque orrido difetto ostentato come rivendicazione sestessista: mica ci meraviglierà che adesso ci vantiamo di avere l’imitazione della borsa che (non?) potremmo permetterci.