Penzierini e cuoriciniLa mezz’ora di “Soncini putiniana” e l’incantevole show dell’opinionismo social

La nostra eroina non ha resistito alla tentazione di commentare un post cretino, scatenando le classiche reazioni pavloviane: incomprensioni, offese e inconsapevoli ammissioni di stupidità

michael schaffler, da Unsplash

Di recente scorrevo la pagina Facebook d’un grande quotidiano, e sotto a un elzeviro breve e nitido c’era un commento così incapace di comprendere il testo, così ottuso e perentorio, che fino a qualche anno fa avrei detto: ah, quegli scemi di cui una volta ignoravamo l’esistenza e che i social ci fanno incrociare.

Solo che quel commento lo lasciava una tizia i cui prodotti culturali hanno grandemente influenzato la mia crescita. Solo che la tizia non era la tizia che mi aveva formato: era una sua mutazione, esposta alla capacità di renderci imbecilli che ha l’internet. Di renderci tifosi, ottusi, analfabeti, cani di Pavlov, spaventati dalle ipotassi quanto lo siamo da interlocutori che non sappiamo collocare: sarà della mia curva o di quella avversaria?

E quindi questa è la storia di una mezz’ora martedì sera, una mezz’ora in cui sono diventata ufficialmente putiniana, qualunque cosa significhi (che ti piacciono le sneaker di Gucci, credo, il che non possedendo io sneaker di Gucci mi ha un po’ destabilizzata).

Poiché la vita è sceneggiatrice, martedì sera mi accingevo a dialogare col miglior intellettuale della mia generazione (non che sia una gara granché competitiva), Claudio Giunta, nel programma radiofonico di Giancarlo Loquenzi, Zapping. L’idea di convocare Giunta mi era venuta dopo aver ascoltato, in una sua conversazione con Daniele Rielli, alcune considerazioni sull’inadeguatezza degli umanisti a interpretare il presente. Il liceo classico aprirà pure la mente ma non ti prepara a leggere le curve pandemiche.

Fin qui il mio essere improvvisamente militante putiniana sarebbe stato fuori tema (non ho neanche fatto il classico, anche se in altre scuole mi hanno bocciata quasi quanto Orsini), ma a un certo punto di quella conversazione Giunta aveva emesso una sentenza: «Chi partecipa ai social non è il frutto più intelligente del cestino».

Mi era tornata in mente un’amica che mi raccontava le facce che faceva il suo psicanalista quando lei cercava di spiegargli le interazioni dentro Instagram. Chissà che effetto facciamo, a uno sano di mente, noialtri coi cuoricini degli sconosciuti.

Insomma, mezz’ora prima di parlare in radio del mio essere un frutto mezzo marcio, ho aperto Twitter. È necessario precisi una cosa. Non seguo, su Twitter, quasi nessuna persona che conosco. Le persone che conosco, e che nella vita sono normodotate, su Twitter diventano gente di Twitter: pronta a cuoricinare i peggio scemi, purché della loro stessa curva di tifoseria. Se li cuoricinano mi compaiono, se mi compaiono penso «oddio ma chi è questo cretino», se lo penso ho un problema di continenza e finisce che lo dico.

Il tweet che mi compare martedì, cuoricinato da Loquenzi (la vita è sceneggiatrice), è d’un nomignolo qualunque, e fa così: «Un esercito che si ritira portandosi via gli elettrodomestici razziati e lasciando sul terreno i cadaveri dei commilitoni non merita di vincere una guerra». È, converrete, un capolavoro. C’è tutto: l’etica della guerra (le guerre col bon ton che fanno i buoni, signora mia, lo diceva pure quel De Gregori che eran belle); la faciloneria della condanna morale da parte di chi ha sempre vissuto in una società in cui il microonde ce lo compriamo senza troppi problemi; il merito che vale la vittoria, tipo il bel gioco nelle partite. È difficile riuscire a essere così tante volte stupidi in così poche righe.

Poiché in negozio mi hanno detto che la castità e la continenza me le daranno, ma non subito, rilancio questo penzierino aggiungendone uno mio, che fa così: «io questo zoo di vetro in cui mi fate comparire gente che fa la morale a chi è così povero da aver bisogno di rubare un elettrodomestico e la fa pure col tono dolente di chi ha il compito di svelarvi verità scomode, io la terra che vi manderei a zappare non ve lo so spiegare».

Lo scambio prosegue per un po’, nomignolo mi addita al pubblico ludibrio accusandomi di «giustificare la brutalità dell’esercito russo», io dico veramente le stavo solo dando del pirla, lui dice che ora cancellerò vergognandomi, io penso ma se mi dovessi vergognare ogni volta che incrocio un pirla sull’internet sarei già morta – cose così. Intanto Claudio Giunta sta chiamando l’operatore per cambiare numero di telefono e non essere costretto a parlare con la frutta bacata che sono.

Le risposte al framing «Soncini putiniana» che varrebbe la pena citare sono moltissime, e costituiscono un’eccelsa spiegazione della crisi dell’editoria: perché spendere venti euro per un romanzo, quando hai sul telefono, gratis, gente che a «zoo di vetro» risponde «dallo zoo casomai viene questa signora», non avendo reperito gratuitamente su Spotify le hit del trapper Tennessee Williams e pensando quindi io le abbia dato (a lei, proprio a lei) della scimmia in gabbia.

Perché sfogliare il sussidiario da cui i tuoi figli apprenderanno (forse) l’esistenza di Bava Beccaris, se puoi invece impiegare quei minuti per prendere il telefono e comunicare ai tuoi follower che questa cosa che dice la Soncini della guerra che difficilmente si fa con le buone maniere è una stronzata, «tra europei la guerra, fino alla WW1 inclusa, era una cosa fra eserciti e si faceva con un minimo di ritegno (specie per le popolazioni civili e le strutture non militari)» (l’acronimo della prima guerra mondiale è anglofono perché il bon ton bellico l’ha studiato a Eton).

Se vogliamo assegnare alla tv la responsabilità d’averci esposti all’opinionismo dei sociologi scemi, dei filosofi rincoglioniti, dei virologi vanesi, dobbiamo però riconoscere ai social quella d’averci esposti a milioni di carneadi che si sentono intelligenti perché hanno sghignazzato sulla gif d’un esponente della tifoseria avversaria. Mica lo so cosa faccia più danno alle già non spiccate doti dialettiche delle masse.

E comunque ho selezionato le eccellenze, ma non è che – nella mia mezz’ora da putiniana – le centinaia di commenti di sfaccendati smaniosi di dirci che loro stanno dalla parte giusta fossero tutti capolavori, eh. C’era anche l’ordinarietà, divisa perlopiù in due filoni di sofisticata interpretazione intellettuale: quelli «ah quindi quando stuprano le donne è perché si sentono soli», e quelli «ah quindi posso venire a rubare a casa tua». (Filone minore ma interessante, quelli «ah quindi i soldati russi hanno dichiarato guerra perché gli serviva il televisore nuovo». Le guerre le decidono i soldati, spiega il solito sussidiario). Anche per quest’anno il premio Hitchens per la dialettica temo non verrà assegnato ai nomignoli di Twitter.

Coi quali comunque non è neanche giusto prendersela. Un po’ perché sono un incantevole spettacolo gratuito. Martedì mattina avevo pubblicato un articolo su Orsini, e quindi martedì sera osservavo l’incrocio di incidenti stradali: in una direzione i «putiniana, puntesclamativo», nell’altra i «vuoi sminuire Orsini perché dice il vero». E tutto senza pagare il biglietto per lo spettacolo d’opposti pavlovismi. 

Non è giusto accanirsi su di loro anche perché non è una colpa essere nati in un tempo di ruoli saltati. Una volta esisteva il pubblico: c’era, tra chi scriveva e chi leggeva, una reciproca selezione. Io sapevo per chi scrivevo, il lettore sapeva per cosa pagava. 

Adesso tu scrivi una cosa piuttosto semplice, la cosa viene rilanciata da gente con un po’ di follower, la leggono migliaia di persone che una volta non avrebbero mai approcciato niente di più sofisticato delle risate a denti stretti della Settimana Enigmistica, e si sentono pure equipaggiate per commentare, perché illuderle che la conversazione sia orizzontale è il welfare che siamo riusciti ad accroccare: il modo in cui evitiamo si deprimano troppo osservando le loro vite.

Se pensate che basti non stare sui social, vi ricordo l’elzevirista citato all’inizio: qualcuno, il vostro giornale o altri, comunque la vostra opera d’ingegno sui social ce la metterà, e se la palleggeranno questi qui.

Persone che una volta sarebbero entrate a casa tua a svolgere mansioni umili e guardandosi intorno avrebbero sospirato «quanti libri, li ha letti tutti», e adesso te le cantano alla pari, ti spiegano che sei putiniana ma a loro non la si fa, e già che ci sono ti dicono anche che non sai usare la punteggiatura, apparecchiare la sintassi, domare gli anacoluti, niente, non sai esprimerti, oltre che essere filorussa (stai con Togliatti o con Vittorini, con Pierre o col principe Andrej, con Ashley Wilkes che va a combattere una guerra che gli fa schifo o con Rhett Butler che ne approfitta per farci i soldi tanto sa che si perde).

Va detto che la mutazione è apparente: fuori dall’internet son rimasti uguali. Entrano in casa, sospirano «quanti libri, li ha letti tutti», riparano il tubo, chiedono d’essere pagati in nero. Poi tornano a casa e scrivono su un social che Putin va squalificato dall’Eurovision, e i politici ci rubano i soldi del gas.