Per sopravvivereCosa possiamo imparare dal nostro passato per affrontare il climate change

Come spiega il libro di Brian Fagan e Nadia Durrani (Il Saggiatore), le condizioni climatiche sono sempre cambiate nel corso della storia. Adesso, che le mutazioni sono provocate dall’attività dell’uomo, bisogna fare tesoro delle lezioni di adattamento dei nostri antenati

di Matt Palmer, da Unsplash

Quali insegnamenti ci offre il passato sull’adattamento ai cambiamenti climatici? Eccoli, nella loro cruda semplicità.

In primo luogo, siamo esseri umani, con le stesse qualità degli Homo sapiens di ogni tempo e luogo, con la stessa mirabile facoltà di pensare in prospettiva, le stesse capacità di pianificazione e cooperazione, di ragionamento e innovazione. Nel pianificare gli adeguamenti ai futuri cambiamenti climatici, dobbiamo sfruttare al massimo queste nostre doti intrinseche, perché solo così potremo ottenere buoni risultati.

In secondo luogo, abbiamo sviluppato una competenza notevole – e in continua e rapida evoluzione – nella previsione dei cambiamenti climatici. Le antiche società descritte in questo libro non hanno mai potuto contare su previsioni meteorologiche scientifiche, su osservazioni satellitari, su batterie di dati proxy e sulla modellazione computerizzata che hanno rivoluzionato la nostra conoscenza del clima globale e dell’incessante e imprevedibile minuetto tra oceani e atmosfera. Gli antichi babilonesi e le altre civiltà del passato hanno sempre tentato di ricavare informazioni climatiche dall’osservazione dei corpi celesti, inutilmente, e gli astronomi medievali non hanno saputo fare di meglio. Molto appropriatamente, il meteorologo Hubert Lamb ha definito «meteorologia da campanile» le previsioni del tempo effettuate fino a tutto l’Ottocento, quando tutto si riduceva a osservare da punti di vista elevati le formazioni nuvolose che si addensavano all’orizzonte e alcuni altri indizi atmosferici.

Solo nel corso del XX secolo la meteorologia ha acquisito uno statuto pienamente scientifico. Ma accanto a essa, sopravvivono tutt’oggi sottotraccia fondamentali competenze climatiche, acquisite con l’esperienza nel corso dei millenni. I nilometri consentivano agli antichi sacerdoti egizi di misurare e prevedere le inondazioni annuali. I primi marinai europei conoscevano i segnali che preannunciavano l’avvicinarsi delle tempeste, gli isolani dei Caraibi e gli astronomi maya erano a volte in grado di prevedere uragani imminenti, le navi che incrociavano nel Pacifico durante i Niños approfittavano della rotazione di 180 gradi degli alisei polinesiani per veleggiare verso est. Raramente consideriamo la notevole competenza predittiva delle persone che vivono tuttora a contatto con la terra e con gli oceani e questo, dati gli esiti locali del cambiamento climatico, è un grave errore. Buona parte delle conoscenze tradizionali, trasmesse oralmente, esiste ancora, ma occorre raccoglierla prima che sia troppo tardi.

In terzo luogo, sconcertati dalle proporzioni del cambiamento climatico globale, dimentichiamo che l’adattamento – che si tratti di erigere dighe o di spostare delle abitazioni in terre più alte – è una questione di leadership e azione locali. Le conseguenze locali del cambiamento climatico emergono costantemente dai nostri racconti e gli esempi di adattamento locale efficace abbondano. Un esempio notevole viene da Medmerry, nel sudest dell’Inghilterra, dove i terreni costieri, soggetti a frequenti inondazioni, sono stati lasciati all’oceano e trasformati in riserva naturale. Gli adattamenti locali, quale ne sia il costo, hanno un valore impareggiabile, anche se nascono dagli sviluppi climatici globali.

In quarto luogo, siamo animali sociali, il che significa che i vincoli di famiglia e parentela più ampia, gli stretti rapporti all’interno di comunità e cooperative, rispondono a un meccanismo di sopravvivenza tanto elementare quanto vitale in un mondo in piena crisi climatica. Queste relazioni accompagnano l’esperienza umana fin dai suoi albori. Sono una delle armi adattative più potenti dell’umanità, eppure continuiamo a ignorarne il potenziale. Inoltre, come animali sociali in un mondo colonizzato, tendiamo a perpetuare lo sfruttamento – quello reciproco come quello dell’ambiente –, che sia per dimostrare la nostra supposta superiorità o per garantirci la sopravvivenza in zone dove le risorse sono limitate o malsicure. A nostro parere, molti dei conflitti attualmente in atto, al di là dei pretesti ideologici o religiosi accampati, mirano in realtà all’accaparramento delle risorse.

In quinto luogo, viviamo in un mondo industrializzato e dotato di infrastrutture eccezionali, che offrono straordinarie opportunità. Tendiamo però a dimenticare le tante persone che vivono ancora del raccolto stagionale, spesso con risorse idriche incerte e un’elevata vulnerabilità a fame e siccità. Gli sforzi umanitari in tempi di estrema siccità e fame sono ammirevoli, ma non sono una panacea sufficiente a curare tutti i mali. Siamo entrambi rimasti colpiti da quanto scarsa sia l’attenzione rivolta all’agricoltura tradizionale, con i suoi saperi e le sue radicate conoscenze ambientali. Gli agricoltori pueblo del Sudovest americano, i maya del Belize e le comunità che lavorano i campi sopraelevati dell’altiplano boliviano sono solo alcuni esempi delle enormi potenzialità dell’agricoltura tradizionale che per secoli, lontano dai riflettori, ha garantito la sopravvivenza di intere popolazioni. Un’eredità dal valore inestimabile e che rischia di scomparire.

Infine, le civiltà preindustriali si disgregavano con una facilità impressionante quando erano colpite da disastri naturali. Molto spesso anche i capi più potenti vacillavano in tempo di crisi, specie quando siccità o calamità di vario genere smentivano i poteri soprannaturali loro attribuiti. Quelli che, per le misure intraprese o per un sapiente adattamento alle mutate circostanze, uscivano vittoriosi dalla lotta contro il clima, erano capi determinanti, capaci di agire con prontezza e coraggio. Alcuni degli anonimi capi di Chimor, sulla costa peruviana, seppero pensare a lungo termine, e lo stesso fece qualche isolato imperatore cinese, generalmente vedendo i suoi sforzi vanificati da burocrazie sclerotiche. Il passato ci indica che il catalizzatore decisivo per il successo a lungo termine nella lotta al cambiamento climatico sarà una leadership carismatica e autorevole, che sappia trascendere gli interessi nazionali e affronti il problema da una prospettiva autenticamente globale.

Il punto di partenza dev’essere il dato di fatto che siamo una comunità globale di Homo sapiens, perché il nostro futuro dipende da una leadership che non si preoccupi unicamente delle scadenze elettorali e di altre simili inezie. Il passato ci mostra che, per la prima volta, siamo alle prese con una sfida realmente globale, come non era mai accaduto in tre milioni di anni. Siamo stati noi a provocarla e saremo sempre noi a subirla. La nostra speranza è che questo libro, attraverso le testimonianze di archeologi e storici, possa fare luce sui cambiamenti climatici del passato e sugli esiti che essi produssero nelle società che ci hanno preceduti.

L’umanità sopravvivrà? Se ci faremo guidare dall’esperienza del passato, sopravvivremo. Ma dovremo adattarci, e forse saremo costretti a farlo. Ci attendono numerose sfide, sfide quasi certamente estreme e che faranno molte vittime. Il passato ci ricorda che siamo ingegnosi e innovativi, all’altezza della difficile prova alla quale oggi, per la prima volta nella storia, siamo chiamati. Guardandoci indietro, come ora ci è dato fare, possiamo stabilire cos’ha funzionato e cosa no. Ma, cosa forse più importante, dobbiamo unirci e cooperare in quanto specie. Sopravvivremo, e lo faremo anche grazie alla conoscenza che abbiamo raggiunto dei complessi rapporti tra l’umanità e il clima globale. Il passato non è una terra straniera. È parte di tutti noi e possiede le chiavi del futuro.

da “Storia dei cambiamenti climatici Lezioni di sopravvivenza dai nostri antenati”, di Brian Fagan e Nadia Durrani, Il Saggiatore, 2022, pagine 384, euro 27