Mister JonesIl film sulla tragedia dell’Holodomor è la lezione non ancora imparata dai media di oggi

“L’ombra di Stalin”, diretto dalla polacca Agnieszka Holland, racconta la storia di come il corrispondente di un piccolo giornale inglese rivelò la carestia inflitta artificialmente dalla folle pianificazione dell’Unione Sovietica ai danni dell’Ucraina. Ma a prendere il Pulitzer fu un apologeta del Cremlino

LaPresse

Si va bene, è giusto e apprezzabile il coraggio di ammettere la paura: l’unica vera audacia che ci è rimasta secondo alcuni è quella di ammettere che ce la facciamo addosso. Oddio, sorge il sospetto che il pacifismo professato con tanto fervore si riduca alla voglia di farsi i fatti propri, la gita fuori porta, il viaggetto alle Maldive, l’ultimo telefonino, i ristoranti, le happy hour e la benzina a buon prezzo, belle cose per carità, ma succede che ogni tanto la Storia vada per fatti suoi.

Nel caso di specie, sempre secondo alcuni, i colpevoli sarebbero questi dannati ucraini che si fanno macellare invece di arrendersi senza tante storie, così che si possa tornare alla vita in offerta sottocosto, prendi due paghi uno e senza rompere i cabasisi come a Kiev e dintorni. Non c’è nulla di male, pure il Santo Padre, che nei giorni pari sventola la bandiera Ucraina e in quelli dispari sostiene che la colpa è della Nato che abbaia alle frontiere russe. Epperò onestà vorrebbe che nella lunga catena delle colpe collettive e nella scalata a ritroso delle cause prime non ci si dimenticasse della tragica storia del secolo scorso.

C’è un piccolo film che circola su Prime opportunamente ribattezzato “L’ombra di Stalin” dai distributori italiani un po’ per una questione di omonimia del titolo originale con un film di Richard Gere e un po’ perché tira di questi tempi il modello del dittatore russo.

L’originale “Mr Jones”, diretto dalla polacca Agnieszka Holland (con esordi che lasciavano presagire qualcosa di più dell’autorato sia pur dignitoso da serial come The Wire), è un commosso omaggio al giornalismo d’antan di Gareth Jones, l’uomo che ha raccontato al mondo la tragedia dell’Holodomor, il “vero genocidio” ucraino.

Il termine (“morte per fame”, in lingua ucraina) definisce la carestia inflitta artificialmente dalla folle pianificazione staliniana che espropriò le proprietà private dei kulaki, i piccoli agricoltori privati. Così una delle più ricche regioni della terra fu ridotta alla fame con milioni di morti ed episodi di cannibalismo nella popolazione.

Tutto questo sarebbe rimasto ignoto al mondo se non ci fosse stato il trentenne corrispondente di un piccolo giornale inglese, il Western Mail, Gareth Jones appunto, che era stato nello staff del primo ministro inglese Lloyd George e che partì per la Russia sovietica, il paradiso dei lavoratori”, “l’Utopia realizzata” per intervistare il suo profeta: il “piccolo padre” Josef Stalin.

A Jones lo scoop non riuscì, in compenso ebbe l’intuizione di chiedere alla propaganda sovietica un giro nella provincia russa. Ma invece di fermarsi alle visite guidate negli impianti industriali per testimoniare il grande sforzo di modernizzazione del paese, il giornalista gallese scoprì la spaventosa carestia che uccise il paese, con la gente impazzita dalla fame in nome di un folle progetto economico che decretava la fine della proprietà privata agricola per costruire i kolkoz, le fattorie collettivizzate.

Jones raccontò tutto: i corpi abbandonati nelle strade, gli sguardi della follia persi nelle strade, i fratelli che si mangiavano i cadaveri dei fratelli per scampare alla morte.

Uno choc, la fine di un mito, «un sistema diverso, con le stesse ingiustizie del nostro” come spiegò all’ amico Eric Blair che dapprima incredulo poi racconterà col nome d’arte di George Orwell l’incubo staliniano nelle straordinarie agghiaccianti metafore “La fattoria degli animali” e “1984”.

Sarebbe bastato questo in un mondo normale a fare di Jones un mito perenne del giornalismo così come un mondo normale oggi onorerebbe il “piccolo comico” il presidente ucraino Zelensky, un eroe suo malgrado come un Allende della steppa.vNon è stato così, oggi come ieri: se Zelensky è un ebreo guerrafondaio e neo-nazista Jones era un falsario, uno che si era inventato tutto.

E ad accusarlo furono proprio i colleghi e l’intellighenzia occidentale di sinistra che rifiutavano la realtà e per questo lo emarginarono. Il suo antagonista, il perfetto alter ego, si chiama Walter Duranty, britannico come Jones, ma al contrario di lui prototipo del giornalista di successo: cinquantenne capo della redazione moscovita del New York Times e addirittura premio Pulitzer per le sue corrispondenze, con tredici articoli che nel 1931 magnificarono agli occhi del mondo il miracolo delle grandi conquiste sovietiche.

L’uomo era degnamente ripagato dai russi, che gli concessero una vita di lussi e agi, costellata di festini, promiscuità e onorificenze negate ai comuni mortali.

Ma Duranty non era un volgare prezzolato, come si direbbe oggi “uno a libro paga di Stalin”: il personaggio è più complesso. Semplicemente, per dirla come Luciano Canfora o Lucio Caracciolo, era uno convinto che i destini, le vite e le idee dei singoli non contassero nulla di fronte alle grandi strategie della storia.

Duranty era convinto che il futuro appartenesse alla nuova umanità bolscevica, e in famoso articolo di replica (sul New York Times) a Jones, senza negare la carestia e i problemi di distribuzione dell’economia russa, si limitò a osservare che «non è possibile fare un’omelette senza rompere le uova e che i leader bolscevichi sono indifferenti alle vittime della marcia verso il socialismo allo stesso modo di ogni generale durante la guerra verso i propri soldati allo scopo di mostrare ai superiori il proprio spirito militaresco”.

A Duranty, nonostante la riconosciuta agiografia dei suoi articoli, il Pulitzer non è stato mai revocato perché, come ha osservato il board del prestigioso premio, al termine di un’inchiesta nel 2003 «sicuramente i tredici articoli di Duranty sono gravemente insufficienti secondo gli standard odierni, ma non vi è la prova di una deliberata omissione dei fatti».

Soprattutto secondo gli organizzatori non avrebbe molto senso revocare dopo 71 anni un premio quando tutti i protagonisti sono morti e di acqua ne è passata sotto i ponti. Lo so che vi ricorda qualcosa.

Bontà loro, in compenso, i responsabili riconoscono che la “carestia fu orribile e non ha ricevuto l’attenzione che meritava” e amen.

Nel generale cordoglio per le sofferenze degli ucraini, non una parola o un Pulitzer postumo per Gareth Jones.

Il gallese conobbe una parziale riabilitazione in vita tramite il fortunato incontro con il mitico editore Randolph Hearst (il modello di Orson Welles per il suo Citizen Kane), andato in vacanza nei pressi della cittadina gallese dove Jones era tornato a vivere dopo essere stato cacciato dai giornali inglesi. Hearst era un fiero anticomunista e gli commissionò alcuni reportage sulle purghe staliniane.

Jones morì durante un viaggio in Mongolia il giorno prima del suo trentesimo compleanno, si sospetta fatto fuori per ritorsione dai sovietici.

I suoi articoli è possibile leggerli su un sito a lui dedicato. Su di lui esistono un paio di biografie di uno storico gallese. I libri e le biografie di Duranty invece sono agevolmente rintracciabili nonostante fu un sordido apologeta di Stalin, eppure gli inglesi e gli americani preferirono credere alle sue bugie e assolverlo piuttosto che prestare ascolto alla verità sconvolgente raccontata da Jones.

Perché ieri come oggi l’umanità preferisce nutrirsi delle sue piccole illusioni e dei piccoli agi piuttosto che aprire gli occhi di fronte al pericolo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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