I ragionamenti Con Ciriaco De Mita se ne va per sempre anche la prima Repubblica

Il leader della Democrazia Cristiana, fautore di un’alleanza con il Partito Comunista e avversario di Bettino Craxi, è stato il protagonista degli anni Ottanta. Ma non ha mai smesso di fare politica. Una conversazione inedita che risale all’inizio del Conte bis

È morto Ciriaco De Mita. Io l’ho conosciuto bene. Prima di raccontarvi il nostro ultimo incontro, tre anni fa, devo dirvi qualcosa di me e di lui.

Facevo il cronista politico per il manifesto durante il periodo della sua ascesa politica e del lungo duello con Bettino Craxi, alleato-rivale negli anni ’80. Ciriaco aveva da sempre dialogato con la sinistra comunista di Pietro Ingrao, alla cui scuola, prima di lasciare il Pci si erano formati i fondatori del giornale dove lavoravo. Da qui una consuetudine e una simpatia verso un leader che però, ai nostri e ai miei occhi era pur sempre un avversario politico, essendo il manifesto sostenitore dell’alternativa alla Dc (“Non moriremo democristiani” fu il celebre titolo scelto da Luigi Pintor dopo la sconfitta dc alle elezioni del 1983).

Figuratevi la mia sorpresa quando anni dopo scoprì, leggendo il diario di uno dei suoi più stretti collaboratori (Giuseppe Sangiorgi, “Piazza del Gesù”, Mondadori) che a un certo punto aveva pensato di propormi come direttore del Popolo, il quotidiano della Dc. L’Ulivo era ancora lontano e la sua era una folle idea, che neppure mi fu mai proposta, la ricordo solo per raccontare quanto gli piacesse la seduzione intellettuale che su di me esercitava, come con tanti altri, nelle lunghissime e sfibranti passeggiate sottobraccio in Transatlantico. Quando cercavo di interromperlo, facendo domande precise che lo facessero scendere dai cieli della strategia e mi procurassero qualche notizia da mettere in pagina, la sua risposta era: «Foti’, ma che fai il pubblico ministero?».

Un altro episodio divertente fu quando in mezzo a decine di cronisti e di telecamere, avendo cercato io di rompere il suo mutismo all’uscita di una riunione importante, mi ero avvicinato per fargli i complimenti per la cravatta e lui se la sfilò e me la mise attorno al collo, lasciandomi come un babbeo a subire la perfida ironia dei colleghi. Era una Hermès, non l’ho mai indossata, ma la conservo ancora come ricordo.

Nato a Nusco, in provincia di Avellino, nel 1928, padre sarto e segretario della Dc, mamma casalinga, nonno contadino, Ciriaco De Mita vince una borsa di studio, si iscrive all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove conosce Beniamino Andreatta; poi ministro, segretario, presidente del Consiglio, presidente della Commissione per le riforme istituzionali, De Mita è stato negli anni ’80 contrastatissimo leader della Dc, sugli altari del doppio incarico di Segretario e presidente del Consiglio, com’era successo prima di lui solo ad Amintore Fanfani e bruscamente deposto, esattamente come l’aretino, da entrambi i ruoli perché la Dc, si sa, non tollerava gli uomini forti.

Ma chi è stato davvero De Mita? Il leader rinnovatore della Dc? Il filocomunista e dunque nemico giurato di Bettino Craxi e del Psi arrembante, il modernizzatore della Dc, l’interlocutore della borghesia laica, oppure il dominus di un sistema di potere clientelare, l’intellettuale della Magna Grecia, definizione non proprio benevola di Gianni Agnelli? «Mi chiamava così perché cercavo di spiegargli cos’è la democrazia mentre lui pensava che è il comando dei ricchi», mi disse nel nostro ultimo incontro, tre anni fa. Ecco la conversazione finora inedita.

Ogni vecchio cronista sa che l’intervista con Ciriaco De Mita è un combattimento. Lo era quando era leader e uomo potente, lo è ancor di più oggi, quando i suoi 91 anni gli consentono maggior libertà. I suoi “ragionamendi” – ecco il difetto di pronuncia che l’ha reso celebre e che neppure la scuola di dizione è riuscita a correggere – si concludono solo dopo aver attraversato il labirinto di riflessioni entro cui “Cirì” li costringe nella penombra dell’ampio studio, un tavolino con sopra le carte napoletane dell’amato tresette, in lontananza l’abbaiare di un cane, al piano terra della grande casa di Nusco, la cittadina arrampicata nel cuore dell’Irpinia, tirata a lucido come una cittadina svizzera, della quale De Mita, un uomo che ha frequentato i potenti del mondo, si ostina a fare il sindaco amato-odiato, quasi non possa vivere senza i piedi piantati nella propria tradizione, con tutto il portato di beghe personali, piccole lotte, pettegolezzi; una sorta di “schizofrenia” che, ha scritto Filippo Ceccarelli nella sua monumentale e formidabile enciclopedia del potere italiano (“Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”, Feltrinelli) ne fa una figura «ispida e padronale in Irpinia, da aspirante statista a Roma».

«Io ricordo uomini politici che non parlavano a caso: pensavano, capivano, spiegavano. La storia della democrazia in Italia – spiega De Mita – è una storia particolare: malgrado avessimo il partito comunista più forte dell’Occidente non ci chiudemmo mai: ho dialogato con tutti i comunisti, a parte Togliatti. I dirigenti comunisti li ho conosciuti tutti, in particolare Giancarlo Pajetta che, all’indomani dello scioglimento del Pci mi confessò: “voglio solo morire”. Il primo col quale dialogai fu Pietro Ingrao, mi pare nel 1963. Ci incontravamo a casa di Lino Jannuzzi, allora giornalista dell’Espresso, e io cercavo di convincere Ingrao della necessità di riforme istituzionali. Lentamente Ingrao si convinse. Poi, al congresso comunista di Bologna, nel 1969, a proposito dello stato, Umberto Terracini (uno dei fondatori del Pci ndr) citò Lenin, Enrico Berlinguer Machiavelli. Fui molto colpito e allora il mio amico Aniello Coppola, ingraiano, direttore di Rinascita, mi portò a pranzo con Berlinguer in una bettola romana, ed io gli spiegai cosa pensassi sulle istituzioni della democrazia».

Tuttavia, finita l’esperienza della solidarietà nazionale, la Dc demitiana non va al governo con i comunisti ma con Craxi: «Se avessi avuto la possibilità io avrei fatto il governo con Berlinguer – risponde De Mita – non certamente quello con Craxi. Ma Berlinguer non ha mai voluto farlo. In realtà lui, dopo il fallimento del compromesso storico, pensava all’alternativa. Decise di fare il governo con me solo poco prima di morire, anche se negli anni del pentapartito mi aveva dimostrato grande solidarietà: ogni volta che era minacciata una crisi di governo lui mi diceva di stare tranquillo, che i voti dei comunisti ci sarebbero stati per una maggioranza. Però questa scelta in verità non la fece mai fino in fondo, perché riteneva davvero che la sua concezione democratica potesse salvare il comunismo, che lui non avrebbe mai rinnegato. Io gli spiegai, ma non so se lui capì», racconta oggi De Mita. Invece, aveva capito benissimo, ma il patto «gli era parso, direi giustamente, una trappola da cui il Pci avrebbe fatto bene a tenersi lontano», racconta Paolo Franchi nel suo bel libro “Il Tramonto dell’avvenire” edito per Marsilio, riportando la versione che gliene diede il suo amico e allora direttore a Rinascita, Aniello Coppola.

L’antagonista principale di De Mita, dunque, non fu il Pci, ma il Psi di Bettino Craxi, conosciuto in modo abbastanza irrituale: «Ero a Roma con Alberto Marcora che lo conosceva, in un ristorante vicino il Senato– racconta De Mita – Vediamo quest’omone che si avvicina, con la giacca sulla spalla e Marcora gli chiede: dove vai? E lui risponde: vado a chiavare. Non è che io sia un moralista, ma confesso che rimasi di sasso. Ecco questo fu il mio primo approccio con lui. Poi non ho mai condiviso il suo pensiero, anche se la sua aspirazione a ritrovare uno spazio autonomo socialista tra la Dc e il Pci, non era infondata». Ma era proprio questa autonomia socialista che dava fastidio a democristiani e comunisti che tuttavia, malgrado dialoghi e incontri non riuscirono ad allearsi.

La fusion ulivista, immaginata da Beniamino Andreatta scomparso nel 2007 dopo un lunghissimo coma durato sette anni, protagonista del rinnovamento democristiano – «Era di una distrazione proverbiale, tanto che una volta dimenticò la moglie in un autogrill, ma era un genio che aveva l’umiltà del pensiero», dice di lui De Mita – non era ancora neppure un sogno.

Dopo le elezioni politiche perse dalla Dc, nel 1983 nasce dunque il famoso o famigerato “patto della staffetta”. Ecco come lo ricorda l’ex-leader democristiano: «Craxi mi disse che la prima fase l’avrebbe fatta lui e la seconda io. Io gli risposi: lascia stare me, perché io non voglio andarci, ma dopo due anni e mezzo è giusto che sia un democristiano ad andare a Palazzo Chigi. Poi Bettino disattese quel patto. Nella prima fase non ci furono molti problemi, anche perché vincemmo il referendum sulla scala mobile ed io mi preparavo all’elezione del capo dello stato con la maggioranza che sosteneva il governo».

Perso il referendum, il segretario del Pci, Alessandro Natta, cerca De Mita: «Mi chiama e mi dice che loro sono pienamente disponibili a concorrere all’elezione del capo dello stato – ricorda l’ex-leader democristiano. I sogni di Arnaldo Forlani, che era il principale alleato di Craxi, e voleva andare al Quirinale vanno in fumo. Nel Pci a quel punto prevale la lezione pragmatica togliattiana che distingueva il capo del governo che rappresenta la maggioranza politica e il capo dello stato che rappresenta l’unità della nazione. E fu così che diventai togliattiano sia pure in ritardo, ma io questo metodo l’avevo già proposto nel 1970».

È qui che nasce il metodo De Mita che porta all’elezione plebiscitaria di Francesco Cossiga. Allora fu un’indubbia vittoria, anche perché Cossiga proveniva dalla sinistra dc, come De Mita. Si rivelò in realtà un gigantesco boomerang, il declino dei partiti tradizionali non si fermò, anche grazie alle picconate di Cossiga, e di lì a poco tangentopoli e le stragi mafiose avrebbero seppellito la prima repubblica…«Noonnnn…non mi hai capito, corri troppo – si scalda De Mita. In quegli anni la Dc è rispettata, recupera consensi, ma risalire la china subito non era immaginabile. In un convegno di giovani in Umbria, dissi che, andando avanti così, la Dc stava tirando le corde e Andreotti mi rispose: con la famosa frase: “Meglio tirare le corde che tirare le cuoia”. Dopo le elezioni del 1987 mentre io pensavo che i vecchi equilibri ormai fossero insufficienti, Martinazzoli, che puntava alla segreteria, aveva fatto l’accordo con Andreotti che infatti diventò presidente del Consiglio dopo di me. Quando gliene chiesi conto rispose: “Anche per entrare a Parigi dovettero passare dalle fogne”.

Il governo De Mita dura circa un anno, segnato dalla tragedia dell’assassinio da parte delle Brigate Rosse, di Roberto Ruffilli, uno degli intellettuali più miti che io abbia mai conosciuto, consigliere del governo per le riforme istituzionali, per poi lasciare spazio al Caf, il patto tra Craxi, Andreotti e Forlani.

In questo continuo riferimento alla comprensione dei cambiamenti il faro di De Mita si chiama Aldo Moro. Un leader al quale fu legato da un rapporto complesso: De Mita anticipatore dell’apertura al Psi negli anni ’50 e al Pci negli anni ’60 («Lo proposi nel 1963»), e Moro che vuole cambiare ma portandosi dietro tutta la Dc: «Da lui ho imparato che non basta il pensiero per risolvere i problemi: il pensiero anticipa gli eventi, la politica deve creare le condizioni perché possano realizzarsi. Era una persona di una rara finezza intellettuale. Moro riteneva che troppi ragionamenti fossero inutili: quando riteneva che un processo fosse maturo lavorava per realizzarlo».

È inevitabile planare sull’attualità. Ecco allora l’anatema verso leghisti e grillini: «Li guardo in tv: parlano ma non esprimono mai un pensiero. Noi rincorriamo le conseguenze, manca la percezione dell’origine dei nostri problemi, dei problemi dell’Europa. A loro non interessa cercare le origini dei problemi e indicare soluzioni, che sarebbe poi l’essenza della politica. A loro basta usare le parole: troppi immigrati. Punto. La denuncia della realtà è forte, la promessa di soluzione del problema non c’è o è debole».

Ma il pericolo principale è Matteo Salvini: «Ho visto con simpatia la formazione del nuovo governo (quando incontrai De Mita era appena nato il Conte-2 con Salvini fuori dal governo, ndr) perché bisognava fermare quell’analfabeta politico, accumulatore di desideri proiettati all’infinito. Tutte le volte che parla non sento alcun ragionamento ma solo affermazioni che vanno incontro all’emotività popolare. Ogni tanto, quando parla mi viene da chiedergli cosa voglia dire. E quanto all’esibizione del crocefisso: la fede non può essere spiegazione della politica, bensì arricchimento della coscienza umana, la confusione tra questi due piani è un pasticcio».

Proseguendo questa carrellata sui protagonisti di oggi, i giudizi sono talvolta sorprendenti, per esempio su Grillo: «L’ho difeso quando i socialisti volevano cacciarlo dalla Rai. Al Poeta che ha fondato il M5S occorre riconoscere il merito di aver indicato la malattia, il disagio del paese. Il problema è che non ha la diagnosi e la cura».

Matteo Renzi, l’ha detto lui più volte, è cresciuto, con il mito De Mita, ma poi nel corso del Referendum ci fu uno scontro furibondo. «All’intellettuale fiorentino – dice oggi De Mita – direi che forse ha consentito la nascita del governo anche per correggere i propri errori mettendo al primo punto la difesa democratica. Gli suggerirei di non usare il governo per incrementare la propria rappresentanza. È vero che alla Leopolda c’era tanta gente, ma le mie antenne in quel mondo mi dicono che era in larga parte da aspiranti candidati alle elezioni regionali e dalle loro claque».