Come saremo ricordatiIl libro con la copertina meno instagrammabile del mondo racconta i social meglio di tutti

Con il suo “Lì dentro” (Feltrinelli), FIlippo Ceccarelli si dimostra uomo di altri tempi: parla dei vizi della rete con la giusta distanza, sa che non è un posto normale e accetta di non lamentarsi con l’editore per le illustrazioni poco TikTok-friendly

Lì dentro

I muri di Bologna sono pieni di scritte. Una, in una via citata in una canzone di Guccini, dice: Francesco Guccini capo della jihad. La prima cosa cui pensi è: Ugo Tognazzi capo delle BR. La seconda cosa cui pensi è: in questo secolo non si potrebbe mai.

Per fortuna Francesco Guccini non è un uomo di questo secolo, per fortuna non sta sui social, per fortuna non è preda di quella nevrosi collettiva che è il continuo limare la propria immagine sull’internet, per fortuna non è un cinquantenne d’oggi cui urge precisare che lui mica è il capo della jihad, magari con faccetta sorridente che faccia capire che sì, lo sa che è una battuta, ma è comunque meglio puntualizzare.

Per fortuna Filippo Ceccarelli non è un uomo di questo secolo, perché per quanto io non ami il formato del marziano a Roma – il giornalista che ha sempre scritto di calcio alle sfilate, il calciatore che non ha mai detto una frase di senso compiuto a Sanremo – l’internet temo la possano raccontare solo quelli che sanno che non è normale.

Che non è normale vivere tutto il giorno davanti a uno specchio che poi è un proiettore che poi è un maxischermo in piazza che poi è il corso del paese con le vecchie sedute che ti guardano passeggiare che poi è la pretesa d’essere continuamente arguti continuamente fotogenici continuamente spiritosi e sulla notizia e empatici e informati e insomma neanche Orson Welles avrebbe retto un simile format; e Orson Welles era tipo il più figo mai passato su questo pianeta, figuriamoci noialtri disgraziati che ci facciamo gli autoscatti guardando un punto imprecisato all’orizzonte, noialtri disgraziati che vogliamo dire la nostra sulla guerra e sulla ricetta della carbonara, noialtri, disgraziati.

O, come suggerisce la moglie di Ceccarelli sbirciando un video natalizio di Salvini, poveracci. «Poveracci i politici di questo tempo che ogni santo giorno devono inventarsene una o due. Poveracci, spiantati e obbligati a improvvisare siparietti d’intimità. Poveracci, che in ogni momento si vedono costretti a darsi in pasto a una folla internautica di cui credono di indovinare le fatiche, i desideri, le frustrazioni, i malumori, i fiotti di rabbia o gli spasmi di forzata indifferenza».

Adesso pare incredibile, ma a noi gente non di questo secolo è sembrato, a un certo punto, che il luogo in cui tutto si mescolava, si confondeva, si contaminava in modi che sembravano una buona notizia solo a certi pervertiti del Dams, che quel luogo fosse la tv. Oggi, che l’umanità si fa un’opinione sul mondo scorrendo i meme sul cellulare mentre è al gabinetto, oggi quelli che s’indignano per la superficialità dei talk-show, luoghi dove si arrivano persino a pronunciare frasi di senso compiuto di più di trenta secondi, oggi quelli lì fanno tenerezzissima: sono i naturali eredi di chi credeva che la corruzione dell’animo e dell’intelletto sarebbe venuta dai romanzi. Oggi, che Carolina Invernizio sembra Simone Weil, in confronto ai nostri coevi.

Quando eravamo insofferenti nei confronti della scemenza televisiva, ci siamo tutti prima o poi trovati in un’assemblea di condominio, in una riunione di genitori, in una sala d’attesa d’ospedale in cui qualcuno (non noi, mai noi, noi siamo sempre gli intelligentissimi che riferiscono la scemenza altrui) ha detto non «chiamiamo l’avvocato» o «chiamiamo la polizia», ma la frase che ci sembrava la fine della civiltà: chiamiamo Striscia la notizia.

Il rappresentante del presente che Ceccarelli sceglie per orientarsi nel mondo dei reel e delle gif, dei fenomeni da baraccone di cui parliamo come fossero il tema più importante che c’è per qualche giorno e poi dimentichiamo in misura altrettanto assoluta (avevo rimosso Angela da Mondello, finché non l’ho ritrovata nel catalogo ceccarelliano), l’uomo di questo secolo si chiama Giacomo Ceccarelli ed è suo figlio, così pittato dal padre: «Annoiato o indifferente quando gli parlo di Craxi o Andreotti, si riscuote al ricordo dell’epica zuffa Zequila-Pappalardo» (Giacomo ha 35 anni: i primi reality sono stati il Vermicino della sua generazione, la scoperta che non esisteva l’intrasmettibile; io ne ho cinquanta: i primi reality sono stati il mio picco culturale da spettatrice, da lì tutta discesa).

Giacomo vive a Milano, e a un certo punto non riesce a fare il richiamo del vaccino, causa disorganizzazione. Il padre e la madre, che non sono gente di questo secolo, suggeriscono di far uscire un pezzettino nella cronaca locale (i giornali, ve li ricordate i giornali?).

Giacomo, che è diventato adulto in questo secolo, dice di no, ma non aggiunge «semmai chiamo Striscia». Aggiunge che semmai scriverà lui a una di quelle che hanno tanti cuoricini su Instagram, tanti follower su Facebook, tanta capacità di fomentare indignazione, e a cascata hanno anche posti nella tv e nei giornali, naturalmente, che ormai sono macerie del muro di Berlino che vanno disperatamente a rimorchio della modernità, terrorizzate di sembrare non abbastanza di questo secolo, di perdersi i cuoricini. Una volta c’erano le inchieste, adesso ci sono quelli che leggono tutti i messaggi che arrivano dai follower, e tra tante migliaia c’è sempre una notizia, uno spunto, un guarda-che-schifo che valga la pena sfruttare. Una volta c’era il Gabibbo, ora ci sono gli influencer.

Il viaggio di Filippo Ceccarelli dentro a Instagram s’intitola “Lì dentro – Gli italiani nei social”, lo pubblica Feltrinelli, e l’oggetto-libro è un’altra vittima della lotta tra il Novecento e il presente, ma anche tra Feltrinelli e sé stessa, giocando la casa editrice in un campionato tutto suo per le copertine di libri più brutte che si riescano a immaginare.

Mesi fa è stato interessante osservare il caso Hanya Yanagihara. Il nuovo libro della scrittrice hawaiana, pubblicato da Feltrinelli, caso editoriale e probabilmente rilevante investimento, dopo un quarto d’ora dall’uscita era già dimenticato dai lettori italiani in favore del precedente, pubblicato da Sellerio, uscito cinque anni e mezzo fa. Nel solo 2022, la Yanagihara nuova, quella di Feltrinelli, ha venduto meno della metà di quella vecchia: quando crei quella che su Instagram si chiama brand awareness, cioè rendi noto al grande pubblico il nome d’un’autrice, poi il grande pubblico corre a comprarsi il suo oggetto più fotogenico, ovvero il libro con la copertina più instagrammabile.

C’è una lunga lista di fantasiose ragioni che noialtri autori troviamo per non assumerci la responsabilità di non essere tutti Elena Ferrante né Erin Doom (due interessanti fenomeni di rinuncia all’immagine pubblica, il secondo mantenendo intatte le dinamiche social: Doom si differenzia da Ferrante perché riposta i libri con le pecette colorate che le sue lettrici mettono su TikTok), e la copertina non instagrammabile è quella meno consunta.

Ceccarelli non ne avrà bisogno, perché “Lì dentro” diventerà, come tutti i suoi libri, oggetto di studio per quando dopodomani non ci ricorderemo l’Italia dell’altroieri: bisogna avercelo in casa per poterlo consultare quando dovremo ricostruire come eravamo. Se però volesse lamentarsi con l’editore delle vendite (la cosa che più amiamo fare tutti, venduti e invenduti), consiglio all’autore di dare la colpa alle illustrazioni di copertina: troppo confuse, non si vedono bene le pecette su TikTok.

Non lo farà, ma nel caso questa scusa non farebbe di lui l’autore più ridicolo in circolazione: ci sono persino scrittori che dicono serissimi che i loro libri non si vendono perché c’è la guerra, e il pubblico preferisce instagrammarsi coi libri a tema. Ah, se solo avessimo tutti pensato prima a intitolare le nostre stronzate “Stalingrado”.