Diverso parereStabilità e centrismo, perché il maggioritario (alla francese) farebbe bene all’Italia

Tutti i giudizi negativi su questo sistema elettorale ruotano intorno al rischio di mandare al potere i populismi. Ma le elezioni a Parigi dimostrano il contrario: con un doppio turno aperto (accede chi supera una soglia) si formano coalizioni più ampie con posizioni moderate

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Con la vittoria di Macron molti editorialisti dei più importanti quotidiani italiani hanno esaltato il sistema elettorale francese. Altri invece hanno attaccato il maggioritario alla francese perché diminuisce la capacità di rappresentare, lascia senza riferimento le insoddisfazioni sociali e in ultima analisi incentiva polarizzazione e populismo e incentiva gli estremismi. Questo giornale ha parlato persino di “roulette russa”, una sorta di suicidio spettacolare. 

Molti ovviamente parlano a Francia perché Italia intenda.

Per molti poi l’ascesa del populismo sarebbe frutto della delegittimazione dei partiti e sarebbe stata determinata non dalla crisi del sistema proporzionale stesso ma dalla incerta e contraddittoria affermazione del maggioritario. E ci si illude, come sostiene Francesco Cundari, che una svolta positiva possa nascere solo dalla ricostruzione di un sistema in cui ciascun partito si presenta con il proprio simbolo e il proprio programma, prende i voti su quelli e prende seggi in proporzione ai voti, magari anche con un’opportuna soglia di sbarramento anti-frammentazione. Un ritorno a quel sistema che proprio ha creato la crisi e che aveva retto principalmente per il vincolo esterno della conventio ad escludendum verso PCI. 

A supporto delle critiche al sistema maggioritario (mai realizzato con coerenza e fino in fondo) si sostiene che nel 2018 questo avrebbe permesso i partiti populisti di stravincere. Neanche si prende in considerazione che il contesto maggioritario avrebbe finalmente indotto le forze antagoniste ai populisti a dar corpo a una proposta convincente.

Tutti i giudizi negativi sul maggioritario, a nostro parere, non tengono affatto conto che il problema che perseguita il sistema politico italiano sin dalla sua nascita nel dopoguerra è la mancanza di un sistema istituzionale che permetta una fisiologica alternanza delle maggioranze di governo. 

Per certi aspetti, questo problema è apparso ancora più evidente da quando è venuta meno la conventio ad excludendum verso il PCI. Allora, finalmente, avrebbe potuto esserci una vera alternanza di governo tra destra e sinistra (come avviene nei sistemi politici più stabili e efficienti come i paesi anglosassoni e di gran parte dell’Europa del nord). 

Invece abbiamo avuto pseudo alternanze di governo e questo perché sia a destra che a sinistra si sono formate coalizioni molto eterogenee, sia sul piano ideologico che su quello programmatico che non hanno saputo rispondere alla straordinaria eterogeneità presente nella cultura politica italiana. Una eterogeneità che è più causa che conseguenza dei limiti del sistema politico e istituzionale italiano e che quindi non può essere affrontata esaltandola ma creando assetti istituzionali e regole elettorali che inducano alla semplificazione, alla riduzione.

La questione della straordinaria eterogeneità presente nella cultura politica italiana è emersa chiaramente sia durante la pandemia che, in modo ancora più evidente, nel “dibattito” che si è scatenato con l’attacco della Federazione Russa all’Ucraina. In realtà si è trattato non di un dibattito, ma di uno scontro ideologico in cui gli estremi si sono toccati: da un lato, c’è stato chi da posizioni neofasciste mischiate ai No-Vax, in un modo o in un altro, si è schierato per l’aggressore; dall’altro, in modo assai più subdolo, c’è stato chi nel nome del pacifismo, di fatto metteva in sordina l’invasione a cannonate di un paese sovrano. A questi si sono uniti tutti quelli che, orfani del comunismo sovietico (sul cui crollo e sui cui stermini di massa, così numerosi e sistematici da far impallidire l’olocausto, hanno sempre taciuto), sono, a prescindere sempre e comunque, antiamericani e contro la Nato, gli orchi a cui vengono addebitate tutte le malefatte possibili. Anche l’aggressione di Putin all’Ucraina sarebbe colpa della Nato. L’imperialismo è per definizione americano e, perciò, essere di sinistra significa essere antiamericano, sempre e comunque. 

Queste sono state le manifestazioni più evidenti della grande polarizzazione e frammentarietà di molta cultura italiana, almeno quella più “militante” e che molto probabilmente è stata il terreno di cultura della recente e manifesta esplosione elettorale dei vari populismi in cui spesso (come nei 5S) destra e sinistra si mischiano. Non sarebbe difficile dimostrare che il populismo ha radici lontane, che erano solo mascherate dal dualismo comunismo-anticomunismo, che data almeno dal dopoguerra e che i vecchi partiti di massa gestivano associando una “guerra” ideologica a accordi sotto banco di tipo spartitorio delle finanze pubbliche. Con la scomparsa del PCI la frammentazione culturale che era tipica del centro destra si è sommata alla frammentazione della sinistra, già emersa con la pretesa di “rifondare” il comunismo, ma di fatto presente anche oggi nelle diverse “anime” del PD e nei partitini alla sua sinistra.

Il risultato di questa frammentazione politico-culturale è stato esaltato dal sistema elettorale proporzionale e dalla conseguente (quale che fosse la coalizione vincente) altissima instabilità di governo (la durata media dei governi è alquanto inferiore ai due anni, come ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica). Anche a questo si deve sia l’arresto dello sviluppo (particolarmente evidente dalla crisi del 2008) sia l’enorme crescita del debito pubblico (che dura dei primissimi anni Novanta) e la cui conseguenza immediata è la mancanza di fondi non solo per i necessari investimenti, soprattutto in infrastrutture, nel sistema scolastico, nella ricerca innovativa e in quello sanitario, ma persino per la normale manutenzione delle opere pubbliche (evidente nelle condizioni degli istituti scolastici e nelle numerosissime buche che caratterizzano tutte le strade d’Italia, tanto che sembra di essere in un paese del Terzo mondo). 

Per noi è quindi evidente la ragione per la quale in presenza di queste condizioni di frammentazione politica sia da preferire un sistema elettorale alla francese, che assicura stabilità per almeno una intera legislatura e quindi “governance”. Meraviglia quindi che persino molti esponenti del Pd che lanciarono e difesero la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, ora sembra decisi a favorire un ritorno al proporzionale puro.

A questo punto è necessario fare alcune precisazioni. Il modello francese è un semi-presidenzialismo (per distinguerlo dal presidenzialismo all’americana). Come è noto, a giugno in Francia ci saranno le elezioni per l’Assemblea nazionale. Anche in questo caso si tratta di un doppio turno, ma diversamente dall’elezione del presidente che è tecnicamente “chiuso” (solo i primi due vanno al ballottaggio), il secondo turno è “aperto” perché vi possono accedere tutti coloro che superano la soglia del 12,5 per cento rispetto agli aventi diritto al voto, cosa che scoraggia un’eccessiva frammentazione dell’offerta politica sin dall’inizio e che, peraltro, in presenza di un’elevata astensione, produce una soglia di accesso al secondo turno effettiva più elevata. Frammentazione ulteriormente scoraggiata al secondo turno, perché ora vince soltanto uno dei candidati e quindi, salvo casi particolari e limitati, sono favoriti i candidati dei partiti maggiori. Naturalmente, tenendo conto della storia dei vari collegi e dei sondaggi, dovranno essere fatti alcuni compromessi con altri partiti. E non dobbiamo dimenticare che la formula del doppio turno favorisce anche la creazione di accordi di desistenza. In ogni caso la “governance” è assicurata dal Presidente eletto, soprattutto nel caso che l’Assemblea confermi la maggioranza del suo partito (seppure con l’appoggio di eventuali alleati).

Anche per questo meccanismo i candidati al doppio turno tenderanno ad una posizione di “centro”, come ben si è visto già con la Le Pen, che ha cercato di presentarsi ben più moderata rispetto alle elezioni del 2017. Del modello francese è stato detto, crediamo giustamente, che è preferibile a quello inglese (a turno unico), proprio perché penalizza meno le minoranze (il Partito Liberale prende quasi sempre un numero di voti molto alto rispetto ai pochi collegi conquistati, probabilmente perché i suoi elettori sono molto più geograficamente concentrati). In conclusione, il modello francese assicura la stabilità e spesso anche la governace vera e proprio, da un lato, mentre limita fortemente la frammentazione e riduce l’estremismo, dall’altro lato. E di fatto ha sempre impedito che vincesse il candidato di estrema destra. Infine, last but not least, la logica del doppio turno introduce un incentivo sul comportamento di voto degli elettori, per cui al primo turno si sceglie il partito più vicino (voto sincero) mentre al secondo turno si opta per il meno peggio (voto strategico), tenendo in dovuta considerazione le effettive probabilità di vittoria dei diversi candidati in campo.

Qualcosa di simile sarebbe dunque particolarmente utile anche all’Italia che ha estremo bisogno di governi stabili e con programmi coerenti da realizzare veramente. Anche perché solo in tal caso i cittadini potrebbero valutare i politici in base a quello che realmente è stato fatto e quindi valutare meriti e demeriti dei partiti. Peraltro, proprio l’Italia è la dimostrazione che il problema della stabilità di governo e quindi della capacità di “governance” è questione generale, che riguarda tutte le coalizioni. A volte si è raggiunto un livello parossistico di demagogia, come ha dimostrato il governo “gialloverde”, che ha fatto solo guai (dalla insostenibile “quota cento” alla farsa del “reddito di cittadinanza”, che disincentiva il lavoro e favorisce il nero) e che peraltro è durato poco più di un anno e mezzo. In sostanza si può dire che la già presente frammentazione politico-ideologica è particolarmente incentivata dal proporzionale (fra l’altro con uno sbarramento tradizionalmente troppo basso). In questo senso il modello francese ha dimostrato di poter fronteggiare anche la frammentazione (o comunque di poterla ridurre fortemente).

La domanda diventa dunque: è possibile adottare da noi un modello simile almeno per il Parlamento? Poiché riformare tutto l’assetto istituzionale sarebbe troppo complicato in questo frangente, perché non pensare ad un Parlamento che riesca ad esprimere maggioranze stabili e programmaticamente coerenti? Magari con un Presidente del Consiglio dotato di maggiori poteri. Per esempio, si potrebbe pensare sia a una “sfiducia costruttiva” sia a mettere sulla scheda il nome del candidato Presidente, in modo da legittimarlo con il voto popolare e sottrarlo alla trattativa delle (eventuale) coalizione. In una prospettiva simile, si potrebbe pensare a un maggioritario a doppio turno con una soglia di sbarramento alta, diciamo intorno almeno al 10 per cento, in modo da ridurre fortemente il numero dei possibili membri di coalizioni e indurre i partiti a produrre programmi che affrontino i veri problemi del paese, senza infingimenti e facile demagogia. In ogni modo bisogna smetterla con l’ideologia dello spauracchio della destra. In ogni vera democrazia i candidati al governo sono tutti democratici, e così dovrebbero essere percepiti. Tanto più che l’assetto costituzionale prevede un certo equilibrio tra i poteri dello stato e i vincoli della globalizzazione e della UE sono troppo forti per qualsiasi “sovranismo”. È giunta l’ora che si mettano in soffitta definitivamente (senza però dimenticarli) i fantasmi politici del XX secolo.