Twitter e destinoL’isteria su Elon Musk è la versione surreale del “se vince Bush me ne vado”

Ora che il re dei picchiatelli ha comprato il social network, c’è chi scrive di essere preoccupato per la libertà di espressione e quindi minaccia di non twittare più. E noi siamo in attesa di fargli ciao ciao con la manina

AP Photo/Richard Drew, File

Ogni giovedì un editore mi telefona per commentare i dati di vendita d’un libro. Il libro non è mio, non è di qualcuno che mi stia particolarmente simpatico o particolarmente antipatico: non osserviamo la catastrofe per sadismo nei confronti dell’autore. Osserviamo la combinazione tra i dati di vendita e la rassegna stampa: ci sono settimane in cui sul libro vengono pubblicati più articoli di quante copie venda.

Niente serve a niente, come evidente a chiunque segua su Instagram qualcuno che abbia in partenza una tournée. C’è gente che tutti i giorni ricorda ai follower a quali link si possono comprare i biglietti, ed è inevitabile pensare che, se anche solo una persona avesse cliccato su quel link ogni volta che è stato postato, a quest’ora i posti disponibili per gli spettacoli sarebbero esauriti. E invece. E invece non si vende un biglietto di niente (prima dicevano che era la pandemia, ora la guerra, domani che i soldi del loro biglietto o del mio libro gli italiani li mettono da parte per pagare il riscaldamento nel primo inverno senza gas russo).

Non vendono (i prosciutti esposti) i social, figuriamoci se li vendono i giornali. D’un altro libro che ha più articoli di giornali che lettori, un altro editore mi diceva che l’ultimo articolo pervenuto era una buona cosa perché scritto da autore molto presente sui social: «L’hanno visto tutti». Cioè: i molti follower del recensore hanno visto qualche screenshot di qualche riga d’articolo che avranno guardato con l’attenzione con cui tutti noialtri guardiamo le immagini che compaiono sui social (mentre aspettiamo che si scongelino i sofficini), e dubito siano corsi a comprare il tomo di cui lo screenshot parlava, anche nella remota ipotesi che avessero letto quelle righe con sufficiente attenzione da capire che raccontavano un romanzo e non la ricetta per la quiche lorraine.

Al lordo di questo girare a vuoto come criceti nella ruota, ferve la preoccupazione per la proprietà dei social. Sono di un miliardario buono o di un miliardario cattivo? Se arriva Elon Musk ce ne dobbiamo andare per protesta? Se un miliardario cattivo (che non ho ancora capito come si distingua da un miliardario buono: pensavo la miliardaritudine fosse una livella) possiede Twitter, è emergenza democratica? Se il nuovo proprietario restituisce l’account a Donald Trump, dobbiamo chiamare Amnesty?

Sono andata a cercare un’intervista che feci a Nora Ephron nell’autunno 2010. Domandavo: «Il mese scorso un tassista newyorchese mi ha detto che, se Sarah Palin vince le elezioni, lui va a vivere altrove». Lei rispondeva: «Ma vive già altrove! La città di New York è un altro paese!». Insistevo: «Quello che vorrei dire a lei e a lui è che in Italia diciamo così a ogni elezione, e poi restiamo sempre qui». E lei rispondeva: «Anch’io sento gente che lo dice da anni, ho amici che minacciavano di emigrare per Bush ma, indovina un po’? Sono rimasti. Ci piace atteggiarci, fare quelli moralmente superiori che non possono sopportare di vivere in un paese di destra, ma dove dovremmo andare? Dieci anni fa si poteva pensare al Canada, ma ora hanno un premier più conservatore di quanto fosse Bush. Non è facilissimo, trovare posti… A lei ne viene in mente uno, una democrazia di sinistra in cui emigrare? Certo non possiamo trasferirci in Irlanda. O in Israele».

La storia si ripete, la prima volta come governo della nazione, la seconda come proprietà di Twitter.

Sei anni prima, il Guardian aveva intervistato Tom Wolfe. L’intervista era uscita pochi giorni prima che gli americani eleggessero per la seconda volta George W. Bush. Wolfe raccontava che Tina Brown era stata a una cena alla quale lei e i suoi commensali parlavano inorriditi degli elettori repubblicani, finché il cameriere aveva dichiarato che avrebbe votato per Bush. E, invece di chiedersi cosa non capivano dei meno ricchi, la Brown e i suoi amici si erano chiesti come poter far capire al povero cameriere ignorante che Bush era il male. (Il miglior tweet a presa per il culo del panico da Musk che abbia visto in questi giorni diceva: il maggior finanziatore delle campagne elettorali di Obama ha comprato Twitter).

Insomma, proseguiva Wolfe, voterei Bush se non altro per andare a fare ciao ciao all’aeroporto a tutti quelli che giurano che emigreranno a Londra se vince: qualcuno deve pur restare qui.

L’isteria dell’iscritto a Twitter che minaccia d’andarsene come a qualcuno importasse qualcosa è divertente, ma ci distrae dalla domanda: perché Musk spende 44 miliardi di dollari per una piattaforma che fa un miliardo l’anno di profitti? È per la stessa ragione per cui il precedente proprietario di Twitter, nelle sue magioni da centinaia di milioni di dollari, non mette lampade, convinto che la luce elettrica alteri il metabolismo? È perché i miliardari son tutti picchiatelli?

Io i picchiatelli non miliardari, quelli preoccupati che Twitter diventi un covo neonazista, quelli che minacciano d’abbandonare i cuoricini che affondano, quelli che finalmente hanno una polemica con cui svoltare un’altra settimana da passare a guardare i social invece che a lavorare, io quelli li capisco.

È difficilissimo arrendersi al fatto che i social siano luoghi inutili e tali resteranno, luoghi dove perdere tempo e non imparare niente, luoghi dove disimparare a fare conversazione, e tuttavia non ce ne stacchiamo. Potremmo leggere il Vasilij Grossman che abbiamo comprato per sentirci pregni di spirito del tempo, e invece resta lì, intonso, mentre cuoriciniamo foto di cani. Potremmo ricominciare a giocare a tennis, tenerci in forma, perfezionare il rovescio a due mani, e invece ci facciamo venire le piaghe da decubito puntesclamativando la nostra indignazione all’ipotesi che Musk non chiami la buoncostume ogni volta che qualcuno ci twitta «Taci, culona».

L’altro giorno Tim Rice – il paroliere di robetta come “Il re leone” e “Evita”, “Jesus Christ Superstar” e “La bella e la bestia” – ha twittato malinconico: «Tweet oltremodo avvincente sul mio ultimo podcast: 11 like in quattro giorni. Foto del mio cane in treno: quasi settemila like in cinque ore. Il mio prossimo spettacolo sarà: Cani, il musical». Quel che non sa, povero Rice, è che lo spettacolo staccherebbe comunque meno biglietti dei cuoricini che toccherebbero a una qualsivoglia foto gratuita del cane. Perché alzarsi dal divano, comprare un biglietto, seguire una trama, è una brutta fatica.

E noi ormai siamo abituati a stare a riposo, i nostri neuroni sono abituati allo sforzo minimo. Là fuori c’è gente che si sbatte per scrivere libri, spettacoli, canzoni, e per recensirli, e per far leggere a più gente possibile le recensioni, e le interviste ai protagonisti, e le meravigliose idee promozionali che dovrebbero servire a farci alzare il culo e arrivare non dico a un concerto ma almeno allo scaffale di casa dove abbiamo poggiato un libro, e invece no. Invece restiamo sul divano, a mettere un cuoricino al tuo spettacolo, che poi è un cuoricino all’idea di me spettatrice del tuo spettacolo, di me e dei miei impeccabili gusti culturali, di me come sarei in un universo che non è questo, questo in cui cambia l’identità dei proprietari delle stanze dei giochi ma mai l’inerzia delle popolazioni che le abitano.

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