Altri bieloitaliansL’informazione italiana è pessima, ma è complice e non causa del declino del Paese

In risposta a Francesco Cundari, Mario Caligiuri spiega che, a suo avviso, la vera colpa dei media è quella di mantenere in vita, manipolando i cittadini, un sistema politico ormai finito e subordinato al potere economico

di Keagan Henman, da Unsplash

Sono grato a Francesco Cundari che non schiaccia sulla cronaca minuta del presente le analisi sulla gigantesca – e strutturale – disinformazione in atto, particolarmente in questo periodo di guerra.

La sua contestualizzazione storica è molto interessante, spaziando dalla nascita dello stato unitario alle culture politiche che in passato hanno egemonizzato la società italiana, da quella cattolica a quella comunista.

Ineteressante anche l’analisi del trasformismo, che, per esempio, vede Mussolini nell’arco di pochissimi anni passare dall’astensionismo all’interventismo.

Trasformismo che viene inaugurato dalle classi politiche toscane, per le vicende dalla capitale e delle ferrovie, diventando poi una cifra distintiva meridionale e adesso nazionale.

Posto questo indubbio merito della riflessione di Cundari, provo a precisare qualche aspetto del sistema mediatico nazionale dal secondo dopoguerra in poi, purtroppo semplificandolo per ragioni di tempo e di spazio.

Prima di tutto va precisato il ruolo dei partiti, i cui organi di stampa facevano opinione ben al di là degli elettori di riferimento.

In secondo luogo, il ruolo della televisione che, gradatamente, riesce a essere sempre più pervasiva, con conseguenze certamente positive negli anni Cinquanta e Sessanta, quando contribuì ad aumentare il livello linguistico, di istruzione e culturale degli italiani.

Secondo me, il piccolo schermo incide nella profonda trasformazione sociale, oltre al ruolo misconosciuto della riforma scolastica di Giovanni Gentile, che assicura le basi e la visione culturale del Sessantotto, con le indubbie conquiste e le indubbie degenerazioni.

Il sistema mediatico si amplia negli anni Settanta e Ottanta con le radio libere e soprattutto con la televisione commerciale.

Sarà l’epoca dei “giornali partito” (Repubblica) e delle “tv partito” (Mediaset).

Inoltre, il controllo delle fabbriche dell’informazione, soprattutto da tangentopoli in poi, segue la logica che potremmo definire “del termitaio”, dal titolo dell’illuminante libro di Alberto Statera che parla dei signori degli appalti che comandano l’Italia: dal ciclo del cemento, oggi diventato fortemente infiltrato dalla criminalità, si sono accumulate risorse diversificate in precise direzioni per acquistare organi di informazione, squadre di calcio e partecipazioni bancarie. Tre ambiti attraverso i quali si può manipolare il consenso e il comportamento dell’opinione pubblica.

I media sono praticamente tutti schierati, a fronte di una debolezza evidente della politica, fenomeno tipico delle democrazie occidentali del XXI secolo. Circostanza che in Italia si è consolidata attraverso partiti personali e con liste bloccate nelle elezioni politiche che determinano già in partenza il numero prevalente degli eletti. La conseguenza inevitabile è la carica degli incompetenti nel Parlamento e al governo.

Una deriva prevista da Ulrich Beck già prima del crollo del muro di Berlino: la politica non è il più il luogo centrale dove si decide il futuro della società, con i Parlamenti costretti a giustificare decisioni assunte altrove.

Per cui anche incompetenti e sconosciuti possono assurgere al ruolo di massimi rappresentanti di una delle dieci potenze industriali del mondo, confermando il fenomeno della decadenza della sfera pubblica.

Il tema su cui insiste Cundari è quello dell’antipolitica. Occorre necessariamente chiarirlo per evitare di confondere, come spesso succede, le cause con gli effetti.

Secondo me, l’antipolitica prevalente non è quella espressa dal sistema mediatico, che segue precise linee economiche: basti vedere la proprietà delle tv e dei giornali, con la Rai da sempre occupata dai partiti, ascoltando negli ultimi anni l’ipocrita e surreale affermazione – sulla quale incredibilmente nessuno si sofferma – di liberarla da essi.

L’antipolitica è quella che popola da lustri il Parlamento, esprimendo personaggi improbabili in ruoli alta responsabilità.

In tale quadro, il sistema mediatico è il maggiore responsabile di questo storytelling: anziché mettere a nudo le insufficienze del sistema lo rende addirittura credibile.

Nei primi anni Novanta, Jacques Séguéla aveva già chiarito che la dichiarazione di un ministro si poteva assimilare a una pagina di pubblicità, mentre nello stesso periodo la nostra veniva definita “La repubblica delle marchette”, per il ruolo preminente della propaganda commerciale nei contenuti delle varie testate.

Alcuni talk show, da quelli di Santoro e Funari fino a quelli di oggi, sono perfettamente funzionali allo schema, finendo con il rafforzare di fatto il debole sistema politico.

Trasmissioni come “Le iene”, hanno offerto, (castigat ridendo mores), qualche spiraglio, poi subito chiuso, sul grado culturale dei nostri rappresentanti politici (che non incide affatto sulle carriere, poiché i requisiti sono di ben altra natura) e sul loro consumo delle droghe (trasmissione mai mandata in onda).

Gianfranco Sanguinetti osservava che «lo spettacolo quando non viene ucciso rafforza sé stesso».

La realtà è davanti agli occhi di tutti, ma non orienta le maggioranze. Allo stesso modo della verità, che è ampiamente sopravvalutata.

Questo dipende dal sostanziale livello di istruzione dei cittadini, che: per tre quarti non riescono a comprendere una semplice frase nella nostra lingua; per quasi un terzo sono analfabeti funzionali; per una quota rilevante si constata un divario preoccupante tra realtà e percezione della realtà.

Con queste premesse, c’è da interrogarsi seriamente sulla reale natura dei risultati elettorali, e quindi della democrazia, nel nostro Paese.

Il sistema mediatico è il complice principale del sistema politico, a sua volta subordinato a quello economico, sia nella dimensione nazionale che nelle alleanze internazionali.

Analizzare il mondo dell’informazione oggi in Italia significa prendere atto della inadeguatezza del sistema politico, mantenuto in vita e reso credibile principalmente da un sistema mediatico che manipola le deboli competenze alfabetiche della maggioranza degli italiani.

Il resto è una conseguenza.

Porre quindi al centro delle azioni politiche l’educazione e non l’economia rappresenta, al di là di ogni ragionevole dubbio, la priorità politica del nostro Paese. E dato che le ricadute delle riforme scolastiche e universitarie si osservano dopo decenni, temo che il peggio debba ancora arrivare. Come eloquentemente dimostra il recente concorso per accedere alla magistratura.

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