La magnificenza piccinaCosì Orsini ha reso di nuovo grande (cioè orrenda) la televisione italiana

In un secolo di budget risicati, non si può più puntare al sublime ma solo al raccapricciante. Ci rimane l’egomania del professore, che regala scene degne dei grandi classici, a cominciare dalla storia favolosa di una sua telefonata con la editor Rizzoli. Un’altra indagine di Guia Soncini

di Amal George, da Unsplash

Visto che coi discorsi teorici sulla tv che ha senso solo se giganteggia, cioè se è orrenda oppure favolosa (e farla favolosa è sempre più difficile: sono finiti i soldi), visto che con la teoria gli intellettuali che questo secolo si merita non capiscono, proviamo con una formula a prova di scemi: gli esempi.

Certo, potrei citare Carmelo Bene che, nella tv del secolo scorso, citava Artaud, e parlava del teatro di testo come «un teatro di invertiti, di droghieri, di imbecilli, di finocchi, in una parola: di occidentali»: potrei chiedervi se davvero vi serve altro per capire Orsini da Giletti, ma non so se ho già detto quanta fiducia ho nella vostra capacità di capire le allegorie e di riconoscere una domanda retorica di fronte alla quale tacere vergognandovi. Quindi, gli esempi concreti.

Elenco non esaustivo e non meditato – buttato giù senza consultare testi né concedersi ripensamenti – dei momenti televisivi che hanno formato i miei coetanei, cresciuti in quell’età dell’oro della tv in cui essa era già a colori e fatta di più canali, ma non era ancora ridotta a gif, meme, on demand e altre antitelevisività. In ordine casuale, né cronologico né di prevalenza nell’immaginario.

La men-che-diciassettenne Ambra Angiolini che dice che Satana sta con Occhetto (dev’essere stato allora che Enrico Letta ha capito che bisognava allargare il suffragio ai sedicenni). Bellini e Cocciolone. Santoro che dice a Celentano: questo è il tuo microfono, io voglio il mio microfono. Alfredo Rampi nel pozzo. Sandra Milo che urla «Ciro, oddio chi» e fugge dallo studio lasciando lì attoniti Alessandro Gassman e Francesca d’Aloja. Gianni Morandi in mutande per protestare contro la dittatura dell’auditel. Walter Nudo che promette «a Natale tutti insieme». Rutelli che non sarà mai più sé ma sempre e solo Alberto Sordi, grazie a Corrado Guzzanti. Anna Falchi che dice a Pippo Baudo «sotto la mia gonna sta succedendo di tutto». Alba Parietti che mugola Etienne. Paolo Frajese che prende a calci un rompicoglioni. Il plastico della villetta di Cogne. La Carrà con madre Teresa di Calcutta. La Carrà con Benigni che la insegue. La Carrà coi fagioli. Celentano che scrive «La caccia è contro l’amore» senza accentare la “e”. Frizzi che comincia con un discorso imbarazzato una puntata di varietà cui toccava andare in onda tre ore dopo l’attentato in cui era morto Falcone. I ripetenti che infine imparano «La nebbia agli irti colli» da Fiorello. Proietti che imita Gassman che legge Dante davanti a Gassman con un figlio in braccio. Angela Finocchiaro cui chiedono come faccia una donna come lei a far tutto, e lei che risponde «Ah, io sniffo». L’uomo in ammollo, due fustini al posto di uno, che peso la spesa con queste scarpe poi. Emilio Fede con le riprese notturne delle bombe su Baghdad alle spalle, cioè un indecifrabile schermo verde. Eccetera.

Cosa c’entra tutto questo con Orsini, diranno i miei piccoli lettori. E io potrei dire «Lo sapreste se aveste letto i miei libri», che è una frase molto orsiniana. L’altro giorno mi hanno girato uno status di Facebook scritto quattro anni fa da Orsini, giacché quando uno diventa famoso si dà la caccia all’archivio delle stronzate rinfacciabili. Il penzierino del caso parlava di Gramsci, e terminava con queste due strazianti frasi: «Non leggere soltanto i miei post. Leggi anche un mio libro».

Mi è tornato in mente domenica sera, mentre Orsini diceva a Giletti, vatti a ricordare a proposito di cosa, «Lo spiego anche nel mio libro, che sarà pubblicato tra qualche settimana, sull’Ucraina». Poiché la corrispondenza tra cuoricinabilità dell’autore e share televisivo esiste più spesso di quella tra la familiarità del suo faccione e le vendite d’un eventuale libro (specie in un’epoca in cui qualunque influencer o ospite televisivo pubblica libri, e quasi nessuno compra libri), nei momenti di malumore io vado a guardare le vendite dell’ultimo Orsini. Certo, è del 2019 e non della settimana scorsa. Certo, parla di politiche migratorie e non di guerra. Tuttavia, com’è possibile che un libro del più discusso ospite televisivo dell’anno abbia, in tutto il 2022, venduto solo 521 copie (su un totale di 1180 in tre anni)?

Ma non divaghiamo. A un certo punto della sua favolosa conversazione con Giletti, dopo aver riassunto la propria montecristica vita in «ho denunciato alla magistratura tutti i baroni più corrotti della mia disciplina» e quindi mi hanno distrutto la carriera, «sono stato bocciato da professori senza uno straccio di internazionalizzazione», passa a esporre il caso Claudio Gatti, che io e il suo attrezzatissimo pubblico («L’unico pubblico che mi interessa è quello dei diciottenni», aveva detto poco prima) ignoravamo, ma che ascoltiamo con gli occhioni sgranati, mentre Orsini continua a ripetere che ha anche gli audio WhatsApp, tipo fidanzata cornuta.

«La mia editor Rizzoli ha fatto anche un libro tre anni fa con questo Gatti. Questo Gatti le ha telefonato, senza dirle che stava investigando su di me, e le ha detto che io a lui ero antipaticissimo, che detesta il mio pacifismo, le ha fatto anche domande sulla mia vita privata. Questa editor gli ha detto guarda, Alessandro Orsini è un ragazzo onestissimo, che ha dedicato tutta la sua vita agli studi, e quindi non mi piace questo tuo atteggiamento».

Tutto questo dovrebbe servire a spiegarci perché Gatti ha poi intervistato per La Stampa professori ostili a Orsini, ma a quel punto cosa volete ce ne importi degli articoli su Orsini, quando dalla sua bionda voce abbiamo appreso: che esistono editor così coglioni da riferire ad autori cosa dicono di loro altri autori (tre quarti del lavoro dell’editor consistono nello smistare cattiverie dette da autori su altri autori); che esistono autori così coglioni da credere a editor che raccontano di averli difesi.

Credo a tutto, quando si tratta di editoria, ma non alla non professionalità nel pettegolezzo. Quando ieri pomeriggio chiamo «questa editor», ella è inconsapevole della performance televisiva con cui venti ore prima Orsini ha deliziato il pubblico di La7, nonché del fatto che Gatti pubblichi con Rizzoli (con cui, da sommaria ricerca su Amazon, Gatti non parrebbe in effetti aver fatto libri in questo secolo: ne esistono un paio degli anni Novanta). Dice che lei Orsini non lo sente praticamente mai, hanno avuto una cordiale conversazione un mese fa quando lui ha proposto un libro sull’Ucraina che alla fine Rizzoli ha deciso di non pubblicare, con la solita vecchia scusa che a farlo uscire così in fretta non si fa in tempo con le prenotazioni.

(Il libro sull’Ucraina di Orsini uscirà edito da PaperFirst, che ha pubblicato i più recenti libri di Gatti: ma che coincidenza pazzeschissima).

Comunque, in quella che è forse la più bella mezz’ora di televisione dai tempi di Ambra e Satana, l’invettiva di Orsini poi cresceva, lamentando che Gatti non avesse riportato che lui aveva avuto «il coraggio di denunciare la corruzione dell’università», la quale aveva in cambio «distrutto la mia carriera, mi hanno bocciato mille volte ingiustamente nei concorsi, io vado fiero di essere stato bocciato nei concorsi». Orsini, vieni qui, abbracciamoci, io pure alla patente, quattro volte, e ti ho detto di quando a storia del cinema risposi «I russi se li guarda lei»?

«Dottore mi scusi se mi accaloro, ma lei non può capire che inferno sia stata la mia vita accademica». Orsini è Ugo Tognazzi. «Questa storia la conoscono tutti in Italia». Orsini è Sergio Castellitto. «In epoca covid non possiamo chiedere aiuto per non far entrare estranei in casa». Orsini non ha la babysitter: è le mamme dei gruppi Facebook, è Angelina Jolie, è Levante (perché non c’è una foto di Orsini che allatta, dove sono i social media manager).

«Vede, il mio ragionamento è difficile da capire». Orsini è Wittgenstein, è quello al quale le canzonette le recensisce Roland Barthes, è quello che ti lascia non dicendoti che sei troppo per lui ma che lui è troppo per te.

«Sono stato un grande ammiratore della Raggi, stimo moltissimo la Carfagna, la Berlinguer è un pezzo di storia del giornalismo italiano, non merita questo trattamento». Orsini è un post per la festa della mamma; anche se, quando Giletti gli chiede se ’sto figlio senza balia se lo sciroppi lui anche la notte, esita come quando all’esame non ti chiedono l’argomento a piacere: «Forse, ogni tanto», risponde con l’aria di chi non sa cosa sia la notte, di chi si accinga a dire quant’è fiero, a quell’esame da papà dell’anno, d’esser stato bocciato. Orsini è la televisione, in tutta la sua magnificenza piccina, quella d’un secolo di budget poco ricchi.